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venerdì 11 settembre 2009

L'integrazione che non c'è


Per il post ho utilizzato lo stesso titolo del servizio in primo piano del Resto del Carlino di martedì 8 settembre e dalla lettera lì riportata vorrei partire. Eccone il testo:

"Oggi piove forte a Firenze. Sto tranquilla a casa e faccio ordine nell'armadio. Ho comprato un sacco di roba, nemmeno ho avuto la santa curiosità di indossarla. Considero la pioggia la mia migliore amica. Tuoni e lampi non mi fanno paura. Al contrario, mi aiutano ad allontanare la gran solitudine. Penso ai bei tempi, quando uscivo per andare al teatro, al cinema, da una cara amica. Adesso vado nei negozi, compro per riempire un vuoto, sperando che la solitudine se ne vada, spaventata dai miei acquisti.
Da qualche anno vivo a Firenze, la città più famosa del mondo, dove il passato storico è un personaggio misterioso, potente, particolare. Ma per me non basta. Voglio vivere, condividere con qualcuno tutto quello che vedo, che sento. Ho provato di tutto per avere almeno una persona amica: ho fatto regali ai bambini dei vicini, ho fatto passeggiate ascoltando storie di vita, ho fatto traduzioni gratis.
Grazie, grazie da parte di tutti, con la promessa di una visitina, di una chiaccherata, ma niente. Non perchè non vogliano la mia amicizia, ma perchè qui il tempo ha un altro valore. Punto. L'Italia è un bel paese, certo, ma gli italiani danno tanta importanza al denaro. Si vive veloce, si perdono i valori affettivi. Nei supermercati nessuno guarda nessuno, si arriva alla cassa, si paga e via. Senza una parola, senza il calore di uno sguardo. C'è tanto amore per gli animali. Che sia solo paura di affrontare l'altro essere umano? Mi capita di sentire nella strada "amore mio, bello di mamma, vieni qui, dammi un bacio". Parole dolci per cani o gatti".

Questa lettera è stata scritta da una signora rumena, laureata, sposata con un italiano e che è giunta da noi nel 1996. Non in cerca di un lavoro, ma per amore dell'uomo che ora è suo marito.
Ciò che denuncia nella sua lettera è l'accoglienza mancata, la poca disponibilità ad aprirsi agli altri, il vivere veloce che fa perdere di vista i valori autentici, i valori affettivi.
Certo, la lettera può aprire un dibattito, e a scuola non mancherà l'occasione di discuterne.
La riflessione che vorrei proporvi adesso riguarda la povertà che si nasconde dietro questa difficoltà ad aprirsi agli altri, il sospetto con cui guardiamo agli stranieri, l'affannarsi inseguendo felicità effimere. Si rischia di far la fine del ricco di cui ci parla Gesù nella parabola del povero Lazzaro (da non confondere con il Lazzaro risuscitato), o ancora di quello che aveva costruito il granaio più capiente.
Ne vale la pena? La solidarietà è qualcosa che non possiamo più permetterci? Il tempo da dedicare agli altri è tempo sprecato? Stiamo forse diventando umanamente più poveri?