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lunedì 25 gennaio 2010

Ebrei e cristiani: le radici comuni

Della visita del Papa alla sinagoga di Roma ho avuto modo di parlare. Sono passati ormai diversi giorni, ma vorrei condividere con voi la riflessione che lessi su Avvenire qualche giorno dopo.
Si tratta dell'editoriale di Carlo Cardia, che vi riporto quasi per intero, per un approfondimento dei rapporti che ci legano e di quelli che , purtroppo, nel corso della storia ci hanno allontanato. Sappiamo che il popolo ebreo ha molto sofferto per l'atteggiamento dei cristiani, che nei loro confronti hanno oscillato tra il rispetto e, (quanto mi pesa scrivere questa parola!), il disprezzo. Giovanni Paolo II (ricordate?) chiese perdono per il comportamento di chi tanto male fece a questo popolo.
Ma veniamo all'editoriale di cui vi parlavo:


"(...)  Benedetto XVI ha più volte richiamato le radici bibliche comuni, aprendosi alla dimensione religiosa, spirituale, del dialogo fino ad oggi un po’ sacrificata. Il rabbino Di Segni ha parlato del bisogno che cristiani ed ebrei hanno di conoscersi, e di «vivere la propria religione con onestà e umiltà, come potente strumento di crescita e promozione umana». La riflessione sui rapporti storici tra ebraismo e cristianesimo proseguirà, ed è giusto che sia così, per superare incomprensioni e diffidenze, per riparare a torti ed errori di altre epoche, ma per generazioni di giovani che non hanno vissuto i contrasti del passato, è giusto parlare anche di ciò che ha unito e unisce ebrei e cristiani presenti in tutto il mondo. Il cristianesimo ha universalizzato il Testamento ebraico, lo ha riconosciuto sin dall’inizio come proprio tesoro inestimabile, ha resistito ad ogni tentativo di scindere il cordone ombelicale che lo unisce in modo irreversibile all’ebraismo. La lettura e l’interpretazione delle Scritture conoscono una dialettica ebraico-cristiana che ha portato frutti per quanti approfondiscono la fede nello stesso Dio con la propria spiritualità. Benedetto XVI ha colto una difficoltà reale nel fatto che cristiani ed ebrei «hanno una gran parte di patrimonio spirituale in comune, pregano lo stesso Signore, hanno le stesse radici, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno all’altro». Probabilmente queste parole meritano un approfondimento specifico, perché il dialogo tra cristiani ed ebrei non si esaurisce nei giudizi storici, ma deve avvicinare le comunità, far crescere i semi della fraternità nella coscienza di ciascuno. La comune ascendenza dal Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, non è un dato formale o di pura memoria storica, è ricca di contenuti ed è sostenuta nella fede in una rivelazione che è stata progressiva, per gli ebrei e per i cristiani.
I cristiani leggono lo stesso Testamento che hanno in comune con gli ebrei, pregano Dio con i salmi di gloria e di ringraziamento, si formano sugli stessi libri sapienziali, assaporano la paternità divina che gli ebrei sentono usando le stesse parole dei cristiani da sempre. Il nucleo della legge divina, fatta conoscere con il Decalogo consegnato a Mosè, è fondamento per ogni vita che voglia costruirsi nella giustizia e nell’amore per il prossimo, ma anche di ogni struttura sociale che violando la legge del Sinai sarebbe destinata al disfacimento. Nei libri dei profeti si manifesta il Dio della storia e del futuro, che trasmette all’uomo una saggezza destinata a penetrare nelle profondità dell’animo, delinea il destino di salvezza e di perdizione che ciascuno può realizzare con le proprie scelte e azioni. Nei libri sapienziali, l’uomo avverte e sviluppa quel senso della paternità divina che è forza e dolcezza insieme, avvolge la coscienza e forma la psiche, allarga l’orizzonte della sapienza ed eleva la creatura ai livelli più prossimi del Creatore. Il mistero del cammino del popolo ebraico è il mistero stesso dei cristiani, perché Dio si è mostrato poco per volta agli uomini, ha parlato in relazione alla loro capacità di apprendere, ha svelato il disegno di amore e di vicinanza che ciascuno di noi può sentire e avvertire dentro di sé come il dono più prezioso che abbia ricevuto.
Il dialogo tra Joseph Ratzinger e il rabbino statunitense Jacob Neusner, di cui si è parlato in questi giorni, dimostra come la figura di Gesù non divide ebrei e cristiani perché il suo insegnamento completa e arricchisce l’affresco biblico e il rapporto con il Dio di Abramo, e la sua figura può essere approfondita dai fedeli delle due religioni per meglio conoscersi e comprendersi. La storia e le colpe degli uomini hanno diviso ebrei e cristiani, la fede biblica può riavvicinarli, renderli protagonisti di un progresso spirituale di cui oggi la terra ha più bisogno di ieri.   Insieme, essi possono diffondere e difendere il messaggio etico comune, tutelare ciò che Dio ha donato all’uomo con l’opera della creazione, difendere la vita come valore sommo del disegno divino, possono trasfigurarsi nella preghiera allo stesso Dio nel quale si riconoscono per la comune ascendenza. Proseguire su questa strada non vuol dire cancellare le differenze tra le due religioni, ma avvicinare le comunità di fedeli, realizzare insieme esperienze spirituali e di carità, far sì che ebrei e cristiani non siano più «sconosciuti» gli uni agli altri, si incontrino e apprezzino sempre più i doni di cui sono stati gratificati dalla propria fede".

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