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venerdì 8 gennaio 2010

I Magi, antidoto all'autosufficienza della razionalità


Inconciliabilità tra scienza e fede?
Vi propongo l'intervista, pubblicata su Avvenire di ieri,di Paolo Viana a Ugo Amaldi, fisico dell'Università Milano Bicocca.

 "I Magi, esem­pi di scienza, di apertura e di umiltà: Ugo A­maldi, fisico dell’Università Mila­no Bicocca, già dirigente di ricer­ca al Cern e presidente della fon­dazione per l’adroterapia Onco­logica Tera, commenta le parole del Papa e ci parla della difficoltà quotidiana di integrare intelli­genza e fede, per l’uomo di scien­za.
 Il Papa propone i Magi come un esempio di «uomini di scienza in senso ampio». Ma la capacità di «osservare il cosmo» senza «rite­nersi autosufficienti» è un patri­monio esclusivo della scienza an-
tica?
 I Magi avevano la capacità di ca­pire che ci sono «altre cose» oltre le loro conoscenze astronomiche. Oggi, con l’aumento delle nozio­ni scientifiche, la propensione a ritenere che esista soltanto la na­tura, che una scienza autosuffi­ciente riesce sempre meglio a de­scrivere e dominare, sembra dif­ficile da contrastare.

 La disponibilità a «contaminar­si » con quel che non si conosce è sinonimo di intelligenza?

 L’intelletto umano non è mono­corde. Io lo vedo composto da tre facce e la scienza ne utilizza soltanto una, la ra­zionalità scientifica. L’altra faccia, altrettanto impor­tante, è quella che si rifà al
termine «sapienza» ed elabora il vissuto, nostro e di coloro che ci hanno preceduto e dei quali ab­biamo letto, rispondendo innan­zitutto alle domande sul senso delle cose. La terza componente è la ragione filosofica. Avere «in­telligenza » vuol dire saper utiliz­zare tutti e tre questi strumenti.
 Quand’è che l’uomo di scienza ha perso la sua sapienza?

 

Agli albori della scienza, che è na­ta non a caso nel mondo cristia­no, tutti coloro che ne hanno get­tato le basi erano credenti. È sta­ta la fede a rendere possibile la nascita della scienza, in quanto strumento umano per descrivere un universo che, creato da un Dio vicino, non poteva non essere comprensibile. Nel giudicare il cambiamento sopravvenuto an­che noi cristiani non dobbiamo dimenticare alcuni errori fatti dal­la Chiesa – si pensi ai casi emble­matici di Galileo e di Darwin – ma la svolta principale fu data dal­l’Illuminismo che, nell’esaltare le potenzialità dell’uomo, escluse la religione da una società voluta autosufficiente. Con il tempo questa separazio­ne aiutò la Chiesa a tor­nare alle radici mentre la maggioranza degli scien­ziati (due terzi, secondo recenti statistiche) si convinse che nulla esiste al di fuori della natu­ra.
 Si dice che la fede è un dono dei poveri e dei semplici: l’intelli­gente è condannato dunque a compiere un percorso più lungo e difficile?

 In un certo senso sì, perché inte­grare, e lo dico per esperienza per­sonale, una visione scientifica del mondo con una convinzione di fede è difficile. Una difficoltà par­ticolare viene dalle neuroscienze, che affrontano temi che una vol­ta rientravano nella « categoria » della spiritualità.

 Il Papa sottolinea l’importanza dell’umiltà nei Magi. Questa è u­na dote anche per lo scienziato moderno?
 
Detto per assurdo, l’umiltà è più importante per lo scienziato che per il prete. Infatti il vero scien­ziato è colui che sa di non sapere ed è sempre pronto a rivedere le proprie costruzioni intellettuali se alcuni risultati sperimentali le contraddicono.
 Chi sono i Magi di oggi?

 Quegli intellettuali che, con u­miltà, approfondiscono la natura applicando nel loro lavoro quoti­diano un 'ateismo metodologi­co', e che sono pronti, quando e­scono dalla propria attività scien­tifica, non solo a guardare il mon­do con gli occhi della sapienza ma anche a mettersi in cammino, a muoversi, a fare qualcosa... Ciò che purtroppo molti intellettuali non sanno fare"

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