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lunedì 29 marzo 2010

Una vocazione: dalla magistratura alla clausura

Premetto che con la parola "vocazione" non dobbiamo intendere solo la chiamata alla vita religiosa, cioè il farsi prete o suora, ma la risposta personale al progetto che Dio ha su ognuno di noi. Alla base di ogni vocazione c'è il sentirsi chiamati verso qualcosa (come la terra promessa ad Abramo) che realizza in pieno la nostra vita. Si tratta di riconoscere che c'è un sogno di Dio su di noi e aderire a questo sogno, farlo diventare il proprio. E' una questione di fede, di consegnare la nostra vita ad un Altro, senza che questo comporti però un venir meno alle proprie responsabilità o all'impegno personale, come se dovesse fare tutto Dio.
Certo che la scelta di una vita di clausura sembra, ad una lettura superficiale, una rinuncia a vivere, quasi una sorta di deresponsabilizzazione, visto che si rimane chiusi tra quattro mura e si trascorre la giornata nella preghiera e nella contemplazione. Ma non è per nulla così. Anzi, abbiamo bisogno di chi si assume la responsabilità di pregare anche per noi. Per questo, quando sento che ancora oggi, in questo mondo dove tutto e troppo viene mostrato, c'è qualcuno che decide  di "nascondersi" nella scelta della clausura, mi si riempe il cuore, perchè vuol dire che Dio non si è stancato delle nostre preghiere.
Qualche tempo fa ho letto sul Resto del Carlino, il quotidiano che circola in casa dei mei genitori, di una vocazione alla vita di clausura di una giovane donna in carriera, che oggi è suor Maria Serena di Gesù.

Il suo cammino spirituale - riporto dal giornale -  era iniziato sette anni fa: scegliendo i voti aveva lasciato il fidanzato e rinunciato a una promettente carriera in magistratura, dove aveva mosso i primi passi, dal febbraio 2002, come pubblico ministero onorario nel Palazzo di giustizia di Ravenna. In precedenza si era diplomata al liceo scientifico con il massimo dei voti e laureata con lode in Giurisprudenza a Bologna. (...) La religiosità, in ogni caso, era già allora il tratto distintivo di una vita semplice e votata agli altri. Militante dell'Azione cattolica, era molto attiva anche nella sua parrocchia, quella di San Cristoforo, come educatrice e catechista. Gratificazioni professionali e personali dunque non erano mai mancate. Ma evidentemente nel suo cuore Serena aveva un senso di incompiutezza. «Quando venne a parlarmi della sua 'chiamata', così la chiamò lei - ricorda Giovanni Maroni, suo insegnante di liceo con cui il rapporto scolastico è divenuto poi amicizia - Serena aveva una bella carriera che si spalancava in campo giuridico. Capì che la sua scelta radicale non era improvvisata, ma meditata e maturata attraverso un itinerario interiore che mi parve subito autentico e coraggioso». Per  verificare l'autenticità della sua 'chiamata' e sperimentare da vicino la vita e il lento trascorrere dei giorni dietro le mura di un convento, la giovane ha trascorso due anni nel monastero delle benedettine a Cesena. Il trasferimento al Carmelo di Firenze - dove vige un ambiente ancora più austero - è avvenuto quasi per caso: era rimasta colpita dalla storia di una santa del '600 che era vissuta lì. In una lettera a un amico di qualche anno fa Serena diceva che era molto felice e scriveva di sé: «E' una grazia di cui ogni giorno apprezzo sempre più la bellezza. In questo silenzio d'amore che è tutta la mia vita … a Lui presento le necessità di tutti». La vocazione eccezionale di questa ragazza, di spiccata intelligenza, bella, serena di nome e di fatto, che ha scelto di abbandonarsi al mistero della vita contemplativa, confidando nella capacità rivoluzionaria della preghiera, è ora un motivo di riflessione per chi le è stato accanto. Erano un centinaio i parenti e gli amici che sono accorsi nel capoluogo toscano per partecipare alla liturgia solenne e salutarla. «Dopo la professione - conclude il suo ex insegnante di liceo - da dietro la grata Serena ci ha salutato festosamente e per ciascuno aveva parole di affetto. La sua gioia mi ha commosso».
FONTE: Il Resto del Carlino, 18 febbraio 2010 

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