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martedì 22 giugno 2010

La fede in musica

La rinuncia al superfluo; la cri­tica alla sessualità usa e getta; la necessità di assumersi re­sponsabilità e sacrificarsi per cam­biare le cose, invece di fare gli ar­rabbiati o gli indifferenti; un no al dilagante modello del «vincere». Sono solo alcuni dei temi che ren­dono l’album dei vicentini The Sun, Spiriti del sole, in uscita martedì pri­ma di un tour (debutto il 27 a Pra­to), una gran bella notizia. Non so­lo perché Francesco, Matteo, Gian­luca e Riccardo, tutti tra i 25 e i 30 anni, non cantano le solite cose. Perché sono ragazzi normali, petti­nature e linguaggio di oggi: ma in­vece di gridare sorridono, e canta­no solo «ciò che conta». In un rock ben suonato ed arrangiato da band che sa cos’è la gavetta. E ora, dopo 13 anni di essa, approda ad una multinazionale: prima band italia­na esplicitamente credente, che della fede canta la gioia, senza pre­diche.
C’è un brano che pare il nucleo del disco: 'Oggi sono solo'. Parla di de­pressione, parrebbe…
Depressione post droghe, sì. Pur­troppo un’esperienza fatta. Quan­do arrivi al momento in cui sembra che la vita non abbia senso, o ti di­struggi o ti risvegli. Chi di noi è ar­rivato lì ha scelto la fede e l’amore dei genitori: ora cantiamo di aver scelto la vita.

Fino a mettere la fede nel rock. Quali le difficoltà?

È un’esigenza. Non siamo cresciu­ti in parrocchia, siamo arrivati a Dio nel tempo: pure come band. Però quando ci arrivi ti rivoluziona tut­to, anche la musica. Difficoltà? Non c’è vergogna di credere.

Durante la gavetta avete colpito Mtv, avete suonato punk all’este­ro, avete aperto concerti dei Cure e degli Offspring: tutti mondi lon­tani da quanto cantate…

Sì, nell’ambiente siamo una faccia diversa della medaglia. Però vedia­mo che un segno positivo rimane, in chi ci ascolta. E già impostare un possibile confronto coi ragazzi di oggi è molto. Ci pare troppo sem­plice la risposta rabbiosa di molti al degrado. Solo dentro di noi c’è la chiave per cambiare l’esterno, e noi facciamo questa proposta.

Cosa significa per voi fare, come dite, musica etica?

Scrivendo possiamo agire: anzitut­to su di noi. E la musica poi è an­cora il mezzo migliore per aggrega­re. Quindi per noi farla ha assunto nel tempo il senso di una piccola missione. È un talento da sfruttare.

Nel disco «Il giorno di Alice»: rock per una ragazza morta di leucemia. I genitori come l’hanno presa?

Con gioia. Perché hanno trovato senso alla perdita testimoniando il dolore: per aiutare chi soffre come loro. E nella canzone c’è vita vera, quanto Alice pensava e diceva. Co­me dono che rimane.

«San Salvador» invece è un’espe­rienza in un monastero. Perché cantare un fatto tanto privato?

Perché non farlo? È vita anche pre­gare. Forse i big che non osano can­tarlo hanno solo paura di perdere il successo. Noi vogliamo segnalare le positività in cui crediamo, fidu­ciosi in chi ascolta.

Dall'articolo di Andrea Pedrinelli sull'Avvenire di ieri.

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