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venerdì 22 giugno 2012

Che cosa resta di un anno di scuola

Dal blog di Alessandro d'Avenia:

Che cosa resta di un anno scolastico? Ci vuole coraggio per certe domande. Riassumere in poche battute quello che accade nel vorticoso spazio di 200 giorni è impossibile. Basta un anno scolastico perché ogni studente e ogni docente abbia materia sufficiente per uno o due romanzi. Credo sia la scuola ad avermi costretto a diventare scrittore, altrimenti sarei rimasto schiacciato da tutte le storie che ogni anno mi capita di attraversare, vivere, sfiorare. Scrivere è usare una rete da pesca: ha la sua paradossale forza nei buchi, che lasciano passare l’ovvio della vita, e nei nodi, che trattengono ciò che si nasconde e sfugge sempre. Provo a tirare su le reti: dopo un anno che cosa resta? Proprio l’altro giorno me lo chiedevo e mi è venuta in aiuto una mail di una studentessa (alla fine di un anno chiedo sempre ai miei ragazzi in che cosa posso migliorare la qualità del mio insegnamento e quali errori posso aver commesso senza accorgermene): “Un altro anno è trascorso. È stato un anno intenso ma veloce, forse troppo, ma un anno in cui sento di essere cambiata, di aver fatto nuove scoperte e amicizie. Se ci penso è strano, ma per tutti gli ultimi mesi il mio desiderio era finire il liceo ed andarmene, cambiare aria; ora che manca poco, che c’è solo un anno ancora, già mi mancano: la classe, i compagni, i professori, le ore in classe… tutto quello di cui ero stufa fino a venerdì, quando mi sono resa conto che manca solo un anno. Se mi posso permettere Prof, anche lei è cambiato, maturato: per quello che ho visto io ha imparato a gestire il successo di un libro, i fan, le presentazioni e l’emozione che questo comporta, riuscendo a conciliarli con noi alunni, con il programma e le interrogazioni. L’anno scorso avevo paura che ci abbandonasse, che preferisse fare lo scrittore piuttosto che insegnare a noi; ora sono tranquilla perché vedo che, essendo riuscito a conciliare le due cose, è felice di insegnare e di stare con noi. Quindi grazie per la pazienza e il tempo che ha dedicato ad ognuno di noi, anche quando forse noi non lo meritavamo troppo”. E quanto mi sia costato ritrovare armonia i miei ragazzi lo sanno, anche a loro spese. Gli eventi ci impastano e dentro di noi siamo alla ricerca del centro che non siamo disposti a negoziare con niente e nessuno, il lievito che, nel mutare continuo delle circostanze, ci permette di dare ampio consenso alla vita senza esserne vittime. È così a 35 anni, figuriamoci tra i 14 e i 18. Ogni anno è una vita in miniatura a quell’età, e quei 200 giorni un’esistenza in carne viva come è la pelle dell’adolescenza, durante la quale il mutamento è la regola e il rifiutare il mondo il suo corollario. Che cosa posso mai accettare, se non riesco ad accettare chi sono neanche per un giorno? Per questo scrivo di ragazzi nelle mie storie. Il verbo latino adolescere viene da una radice che indica il “portare a compimento qualcosa” e il participio passato di questo verbo latino è adultus. Per diventare adulti bisogna “adolescere” bene. Da adulti poi bisognerebbe mantenere ciò per cui l’adolescenza è fatta: trovare per che cosa valga la pena giocarsi la vita futura, senza compromessi, con quella fame di verità, bellezza e autenticità che è la costante delle centinaia di ragazzi che ho incontrato in questi anni a diverse latitudini del nostro Paese. Quando ci decideremo a rinnovare il paradigma che interpreta le età della vita come compartimenti stagni da superare e chiudersi alle spalle? Quando cominceremo a raccontare la vita come continuum in cui le età si mescolano continuamente e ritornano, soprattutto quando alcune fasi sono state trascurate? Solo così trasformeremo l’adolescenza da una malattia ad una possibilità, l’adolescente da oggetto da risolvere a soggetto capace di creare. Ma questa è un’altra storia. Che cosa resta di quest’anno? Voti? Interrogazioni? Compiti? Programmi? Scartoffie? Note? Tutto questo lo laveranno via le prime settimane di vacanze. Quello che resta è invece la solita umile, usata, difficilissima arte di vivere: quanto sono cresciuto nell’amore ai miei colleghi e ai miei studenti? Purtroppo non ha memoria la vita se non dell’amore declinato nelle sue molteplici e quotidianissime forme: quanto tempo dedicato a quella lezione per raccontarla proprio a quegli studenti, diversi da quelli dell’anno prima? Quanto tempo trascorso con un collega in cerca di strategie migliori per la la loro crescita? Quanto tempo dedicato al quaderno con una pagina per ogni alunno con su scritti i punti forti e i punti deboli, per aiutarlo a superare i secondi grazie ai primi? Quanto tempo speso con ragazzi al di fuori dall’ora di lezione? E quanto tempo perso a sparlare e demolire? Qualche giorno fa, in un momento di sconforto burocratico, ho formulato una legge: somma il numero di ore impiegate a parlare dei e con i ragazzi, sottrai il numero di ore dedicate a compilare carte e registri. Il risultato, spesso purtroppo negativo, è la scuola italiana. E che cosa resterà di una scuola così? Quelle riunioni, quelle scartoffie? Non credo, nessuno vive e lavora per queste cose. Resteranno le vite dei ragazzi e le nostre, mutate e maturate con le loro, per un più pieno compimento nostro e loro. Spesso ho sentito dire da alcuni colleghi che noi siamo seminatori di dubbi. Io preferisco dire seminatori di domande. Ma prima dobbiamo trovare il coraggio di porle a noi stessi: che cosa resta di quest’anno?

martedì 19 giugno 2012

Il metodo di Dio

Partendo dalla Seconda Lettera ai Corinzi di Paolo – quella in cui l’apostolo delle genti parla del­la sua 'spina', della oscura sofferenza che lo tormenta, e però conclude «quando so­no debole, è allora che sono forte» – il Pa­pa ha ricordato che proprio quando si spe­rimenta la propria debolezza si manifesta la forza di Dio. «Non è la potenza dei nostri mezzi, delle nostre virtù, delle nostre ca­pacità che realizza il regno di Dio, ma è Dio che opera meraviglie attraverso la nostra debolezza, la nostra inadeguatezza», ha detto. Il 'metodo' di Dio dunque non si fonda sulla nostra bravura o coerenza, ma pro­prio, dentro alla preghiera, sul riconoscer­si poveri e impotenti, e quindi domanda­re. E certo, lo aveva già insegnato Paolo; ma quanto noi cristiani continuamente ce lo dimentichiamo. Quanti, e magari fra i più assidui in chiesa, ne incontri, fieri delle pro­prie virtù, e amareggiati magari dal come stranamente quelle virtù non si trasmetta­no ai figli, che se ne vanno per un’altra stra­da. E l’amarezza, allora: siamo stati fedeli, coerenti, casti, siamo stati 'bravi', e cosa ci ritroviamo fra le mani? (Quell’amarezza che poi allontana anche chi si avvicini, perché non è mai la tristezza, che affascina e con­verte). La oscura spina di cui scrive Paolo ai Corinzi contiene lo straordinario metodo di Dio, che, si direbbe, attende semplicemente che noi allunghiamo verso di lui la mano, co­me fanno i bambini con la madre, quando sono caduti. L’umiltà di quella mano vuo­ta, è il vuoto che Dio riempie con la sua gra­zia. Grazia che moltiplica i frutti dell’ope­ra degli uomini; come accadde a Paolo, per­seguitato, incarcerato, che pure contagiò con il cristianesimo tutte le terre in cui mi­se piede. Paolo, che se avesse fatto conto so­lo su se stesso sarebbe stato, dalla storia, da tempo dimenticato. Paolo, che proprio co­me noi avrebbe voluto essere, dal suo ma­le, semplicemente liberato; giacché poi – pensava, come noi – allora sì, sarebbe sta­to forte, libero, potente. E invece nella com­pagnia di una a noi sconosciuta sofferenza imparò l’abbandono, e la domanda del bambino; imparò in sé il metodo di Dio.
Marina Corradi da Avvenire del 15 giugno 2012

sabato 16 giugno 2012

Il timor di Dio che non c'è più, ovvero in fuga da Dio

Giorgio De Simone, si chiede, sulle colonne di Avvenire del 28 maggio se esiste ancora il timor di Dio. Anch'io, come lui, me lo chiedo ogni volta che sento o leggo di vite distrutte dalle azioni di qualcuno. Come l'editorialista citato, mi è stato insegnato che era male compiere qualcosa che dispiacesse a Dio. Oggi, che sono cresciuta, non penso che "altrimenti Dio piange", ma sento che a Lui dovrò rendere conto del mio Amore mancato o negato. Questo è per me il timor di Dio, il timore, cioè, di sprecare la vita che mi è stata donata.
Ben pochi, oggi, sembrano temere Dio. Nessuno, prima di compiere un gesto sconsiderato, ma anche prima di ingannare, rubare o rubacchiare, falsare, mentire, tradire e fare il furbo si chiede se Dio, da qualche parte, lo sta vedendo. Il timor di Dio è stato eliminato dall'orizzonte dell’agire umano. Eppure il timor di Dio è scritto ovunque. Scritto da tutte le parti nella Bibbia - prosegue De Simone - a cominciare da Adamo che ha paura e si nasconde quando sente nel giardino il passo del Signore. Ma se «il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore?» dice Davide. Al roveto ardente Mosè si vela il volto perché ha paura di guardare verso Dio, poi al popolo dice: «Il suo (di Dio) timore vi sia sempre presente». Dai Salmi viene l’invocazione: «Beato l’uomo che teme il Signore». «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» raccomanda Paolo ai Filippesi. Sentirsi al riparo da ogni male è per don Bosco il timor di Dio. Eccetera. Ricordate i Promessi Sposi? Il timor di Dio è nei pensieri di Agnese, come di Renzo, fra Cristoforo, don Abbondio, Lucia, un po’ tutti. È la Provvidenza stessa che, per manifestarsi, lo prevede. Non può chi non teme Dio sperarne l’ausilio.
Oggi - conclude De Simone - abbiamo paura di un sacco di cose: della malattia, della povertà, della precarietà, della sofferenza, perfino della sfortuna, della vecchiaia e, naturalmente, della morte. Di tutto, tranne che di Dio. Ed è chiaro che non temere Dio vuol dire vivere come se Dio non ci fosse. E vuol dire, anche e soprattutto, rinunciare a un Dio che ci è padre. Lo si ama il padre, ma pure lo si teme, tutti abbiamo certo amato, ma anche temuto nostro padre. Sicché oggi questo vasto azzeramento del timor di Dio non vuol dire esserci affrancati da una presenza opprimente, ma rischiare di essere rimasti orfani del miglior Padre che potevamo, che possiamo e che potremmo avere.
Aggiungo alla acuta analisi di De Simone un mio pensiero: come nella parabola del Padre misericordioso, siamo come il figlio minore che cerca la sua libertà allontanandosi dal padre senza indugio e con la pretesa di sapere tutto sulla vita e della vita. Ma dove ci porterà questa nostra fuga da Dio? Siamo sicuri che farà di noi delle persone migliori? Oppure, come nella parabola citata, finiremo per perdere la nostra dignità?


venerdì 15 giugno 2012

Ambasciatore della benevolenza

Da Popotus del 7 giugno 2012
Entrando nel reparto di pediatria dell’ospedale di Galkayo, nella regione somala del Puntland, non si può non notare la grande foto che campeggia all’ingresso: ad accogliere pazienti e visitatori c’è la faccia sorridente di Andrea Ravizza, che ha dodici anni e vive a Stezzano, in provincia di Bergamo. Come ci è finita la sua foto in Africa? A Galkayo, Andrea è considerato un mecenate, un benefattore: gli sono enormemente riconoscenti perché è grazie alla sua generosità se tanti bambini come lui possono contare su cure mediche efficaci e su un ospedale confortevole.Tutto è cominciato nel 2006 quando il papà di Andrea, Vinicio, ha fatto un viaggio in Somalia. Al ritorno ha mostrato al suo bambino – che all’epoca di anni ne aveva appena sei – le fotografie scattate in quelle zone poverissime. «Cosa posso fare, papà, per aiutare i bambini che vivono lì?». Vinicio gli ha proposto di rinunciare al superfluo – per esempio alle figurine dei calciatori – e di destinare a quei piccoli i soldi risparmiati. Andrea lo ha preso sul serio e da allora mette nel salvadanaio le mance che riceve a Natale, per i compleanni e nelle occasioni speciali. «I parenti lo sanno – spiega Vinicio – e si dimostrano generosi. Così, in sei anni, Andrea ha messo da parte seimila euro che io ho cambiato in dollari e portato di persona a Galkayo, consegnandoli nelle mani di Mohamed Jama Salad, un neurochirurgo dell’ospedale che conosco bene». Il dottor Jama Salad ha trasformato quel piccolo tesoro in attrezzature salvavita e ha ristrutturato l’intera ala della pediatria: «Sono stati comperati letti nuovi, montati infissi di alluminio, vetri e porte che fino a quel momento erano solo un miraggio. Ora – spiega il signor Ravizza – i bambini del Puntland hanno un posto dignitoso dove curarsi». Ne è ben consapevole anche Ali Abdullahi Warsame, il ministro della Sanità della regione, che ha deciso di dimostrare ad Andrea la propria riconoscenza in modo tangibile: la scorsa settimana è venuto in Italia e ha organizzato una cerimonia nella scuola che frequenta e lo ha nominato «Ambasciatore della benevolenza». «Ho insegnato a mio figlio – conclude l’orgoglioso papà – che bisogna regalare con due mani e accettare con una». Lezione imparata alla perfezione!

giovedì 14 giugno 2012

Perché non trascurare l'educazione spirituale

Da Avvenire del 20 maggio 2012:

Il teologo e psicologo americano John Bradshaw sostiene che i bambini sono spirituali di per sé, seguono l’atteggiamento naturale «io sono quello che sono», che si può tradurre anche con «io sono io». Un bambino l’avverte chiaramente. È spontaneo, è se stesso. Perciò Bradshaw scrive: «Credo che l’adesione al nostro io sia il nucleo essenziale di ciò che ci rende simili a Dio. Se una persona ha il senso di questa qualità, è in armonia con se stessa e può accettarsi. I bambini ne sono capaci per natura. Se osservate un qualsiasi bambino, riconoscerete in lui quell’espressione che dice: 'Io sono chi sono'
La ferita più profonda che i genitori possono infliggere ai figli è quella spirituale. Il bambino è deriso nella sua unicità. È costretto nell’immagine che ci si fa di lui. Se si fida dei propri sentimenti ed esprime i giudizi che ha nella sua anima genuina, si ride di lui. Così è costretto ad adattarsi e a negare la consapevolezza originaria e il senso della propria unicità. Bradshaw dice: «La ferita spirituale è la principale responsabile del fatto che diventiamo dei bambini cresciuti non autonomi, pieni di vergogna. La storia del declino di ciascun uomo e di ciascuna donna racconta di come un bambino meraviglioso, prezioso, speciale, unico abbia perso la sua percezione di 'io sono chi sono'». I bambini pieni di vergogna non osano più essere se stessi, gli preme soltanto di essere accettati e apprezzati dagli altri, di adeguarsi ai giudizi esteriori, di piacere, insomma.

mercoledì 13 giugno 2012

Il sesto comandamento

Impuro, dice il vocabolario, è ciò che contiene qualche sostanza estranea che compromette la genuinità di quel prodotto. Impura è l’aria se contiene le polveri sottili. Impuro è il vino se l’oste ci ha messo l’acqua. Impura è la bibita se il barista l’ha mescolata con il detersivo. Per le cose è facile capirci. Per gli atti, per le azioni umane, è un po’ più complicato. Il più puro, che più puro non si può, è Dio perché in lui non ci può essere niente che ne inquina la grandezza, la bellezza, la bontà. Dal momento che Dio non possiamo né vederlo, né toccarlo, è impossibile per noi compiere azioni che lo rendano impuro. Allora perché il sesto comandamento ci chiede di non commettere atti impuri? Perché possiamo raggiungere Dio là dove si rende presente, dove ha scelto di abitare insieme a noi. Dove? Il pensiero corre subito alle chiese, che noi chiamiamo tempio di Dio. Infatti, le azioni che offendono la dignità dei luoghi sacri vengono chiamate sacrileghe. C’è però sulla terra un tempio di Dio molto più importante e sacro: noi, il nostro corpo, la nostra persona. L’affermazione sembrerebbe esagerata se non fosse di Gesù. Ai Giudei che, arrabbiati per la clamorosa cacciata dal tempio dei mercanti, gli chiedono: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?», risponde: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Questo tempio è il suo corpo, del quale noi, per il dono dello Spirito Santo, siamo membra, come scrive san Paolo: «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi?». A questo punto, siamo in grado di capire quali sono gli atti impuri, cioè quelli che offendono Dio, perché offendono il suo tempio, cioè il nostro corpo che ci permette di vivere su questa terra come maschi e femmine, con la nostra intelligenza, i nostri sentimenti, le nostre azioni.Tutto ciò che è volgare, falso, che ha un doppio fine, considera se stesso e gli altri come oggetti da sfruttare, da usare, da comprare è atto impuro. Dire: «Ti voglio bene» per rubare sensazioni, per soddisfare curiosità, per fare bravate di cui vantarsi, per raggiungere scopi che non c’entrano niente con il bene dell’altro – perché dell’altro o dell’altra non ce ne importa niente, e siamo pronti a buttarlo via appena raggiunto lo scopo – è un atto impuro. Dire: «Ti sono fedele» con la lingua biforcuta per ottenere ciò che si vuole, è un atto impuro. Come sono impuri gli atti rubati senza avere la capacità di portarne la responsabilità, e senza prevedere le conseguenze. E sono impuri i pensieri e le fantasie che usano gli altri senza rispetto, senza stima, senza verità. Questo discorso che stiamo facendo non è molto di moda. Anzi, molti ci ridono su. Sono, però, gli stessi che poi si stracciano le vesti quando sentono notizie di uomini e donne, di ragazzi e ragazze venduti, sfruttati, schiavizzati e umiliati. Ai cristiani di Corinto San Paolo raccomandava: «Glorificate Dio nel vostro corpo!». È una raccomandazione straordinaria anche per noi: siate limpidi, sinceri, belli, rispettosi. Siate puri!
Tonino Lasconi da Popotus del 24 maggio 2012

martedì 12 giugno 2012

L'uomo e la domanda su Dio

Qualunque uomo di qualsiasi tempo e cultura, prima o poi, si pone intimamente la domanda sull’esistenza di Dio, fosse anche solo per un istante. È proprio dell’uomo, infatti, interrogarsi su Dio, su un Amore che non deluda mai, su un Essere Sommamente Giusto, Sapiente, ecc., come in fondo rilevano anche quei teorici dell’ateismo che ritengono che l’uomo inventi Dio attraverso una proiezione immaginativa. Nel cuore umano alberga un desiderio di un Bene Infinito, anzi di relazione con una Persona Infinita, e solo quest’ultima, se esiste, può essergli cor-rispondente. Così, come documentano molti etnologi ed antropologi, dalla prima comparsa dell’uomo sulla scena del mondo, in tutte le tribù e in tutte le popolazioni di qualsivoglia livello culturale si rileva qualche forma di attività religiosa. Come dunque spiegare l’ateismo? Intanto va detto che in certi casi esso svolge una funzione benefica promuovendo un processo di purificazione da false immagini di Dio, che giustamente ripugnano alla ragione. Le sue cause sono molteplici e sono correlate ai peculiarissimi percorsi personali di ognuno, agli incontri avvenuti, talvolta alla pochezza di certi credenti che danno scandalo, ecc. D’altro canto, la non credenza assoluta anche oggi è un fenomeno percentualmente modesto e, considerando l’umanità nel suo complesso, secondo diverse indagini la fede religiosa è in crescita, tanto che dopo aver sentito proclamare che «Dio è morto», alla luce di alcuni monitoraggi c’è chi afferma che Dio sta tornando. Inoltre, diversi non credenti avvertono una profonda delusione per i molti falsi dèi che vengono spesso proposti e con animo inquieto cercano Altro. Alcuni, poi, sono vicini a pervenire alla fede e senza esserne consapevoli hanno una qualche familiarità con Dio, nella misura in cui si spendono per la verità e per la giustizia, coltivano l’amore, la misericordia, l’amicizia, ecc.: tutte cose che rinviano, in qualche modo, a Dio.
Dall'editoriale di Giacomo Samek Lodovici pubblicato su Avvenire del 26 maggio 2012

lunedì 11 giugno 2012

Cantare Dio

Un frate sorridente che at­traversa come i Beatles Abbey Roads. La foto in queste ore sta facendo il giro del mondo. Lui è fra Alessandro Brustenghi, giovane francesca­no del protoconvento della Por­ziuncola. Che negli studi londi­nesi resi celebri dai Fab Four ha appena finito di incidere con la Decca il suo primo disco. Fra A­lessandro è infatti il primo fra­te al mondo a firmare un con­tratto mondiale con una major discografica, la Universal. Lo ha voluto Mike Hedges, storico produttore di U2, Cure, Manic Street Preachers (nonché sco­pritore del trio di sacerdoti ir­landesi The Priests) che da tem­po sondava il nostro paese in cerca del «nuovo tenore italia­no ». «Il mio insegnante di can­to di Perugia – racconta fra A­lessandro, raggiunto telefoni­camente a Londra dove negli scorsi giorni dirigenti della major di oltre 25 nazioni lo han­no ascoltato per la prima volta – a dicembre scorso mi ha pro­posto di fare un’audizione. Piac­cio e vengo confermato. Lì per lì avevo pensato però a una col­laborazione corale. Solo dopo ho capito che ero stato scelto come solista. È stato un auten­tico choc». Il disco sarà lancia­to in tutto il mondo a ottobre. Brustenghi non ha voluto com­pensi: i ricavati saranno desti­nati alle attività caritative del­l’Ordine dei Frati Minori. Fra Alessandro, ora nella sua vita cambieranno molte cose...
Prima qualche concerto in Um­bria e l’impegno quotidiano al­la Porziuncola dove canto e suo­no l’organo. Il disco verrà lan­ciato a livello internazionale: capisco che tutto cambierà. E pensare che io sono piuttosto emotivo e timido. A me piace la vita tranquilla. Ho letto però la cosa come una missione man­data da Dio. Un’occasione di e­vangelizzazione enorme. Spero di esserne all’altezza. Conosco i miei limiti. So perfettamente che c’è più gente meritevole di me di incidere un disco con la Decca. Ma se serve al Vangelo, corro.
Cosa canterà nel disco?
Solo musica sacra, dal Panis An­gelicus di Franck a l’Ave Verum di Mozart fino alla Santa Maria sull'intermezzo di Cavalleria Rusticana di Mascagni. Canti francescani come Make me a channel of your peace molto a­mati nel mondo anglosassone. E le parole di Francesco delle Lodi all’Altissimo, musicate per l’occasione da Paul Mealor, il compositore dell’ultimo matri­monio reale. Abbiamo scelto il repertorio assieme. Sono di for­mazione classica, canto abi­tualmente musica di alta qua­lità. Ma nel disco c’è anche mu­sica pensata per un pubblico popolare.
La cosa, ovviamente, è stata discussa con i suoi superiori.
Prima di tutto abbiamo cercato di capire se contrastava con la vocazione. Ma ci siamo resi conto invece che tutto era per­fettamente francescano. Fran­cesco predicava danzando e cantando. Poi il talento del can­to me l’ha dato Dio. Abbiamo cercato il giusto equilibrio con la preghiera e vita comune, con la raccomandazione che la quo­tidianità non venisse meno. Io continuo felicemente i miei tur­ni in Porziuncola. Insegno can­to, lavoro in falegnameria, dove coltivo la passione del legno. E anche la Decca ha accettato il fatto che non sarò disponibile a tempo pieno.
L’amore per la musica e la vocazione sono cresciuti di pari passo?
Studio musica da quando ave­vo nove anni. Sono diplomato in canto lirico al conservatorio di Perugia. La vocazione è arri­vata a 16, in convento sono en­trato a 21. Quando canto è co­me se entrassi in un altro mon­do dove attingo alla bellezza di Dio. Amo Bach e Michael Jack­son. Mi piace Björk e il grego­riano. Quanto succede penso completi la mia vocazione: ogni concerto è un’occasione di pro­vare un momento di Paradiso per tutti, uno scambio di amo­re attraverso la bellezza.
Fra Alessandro, ha considerato anche il rischio di essere ridotto a un prodotto del mercato musicale? 
Sì, ne sono consapevole. Ma mi fido di Dio, mi sosterrà. I frati e gli amici sono con me. Mi ritro­vo catapultato in un mondo che non sento mio. Non ho mai de­siderato diventare famoso, tan­to meno ora. Ma se serve ren­dere famoso l’amore di Dio…
Alessandro Beltrami in Avvenire del 24 maggio 2012

domenica 10 giugno 2012

Il Vangelo, libro rivoluzionario

Lei non ha mai nascosto una grande amore per il Vangelo, per il Discorso della Montagna in particolare.
 «È il vertice di ogni religione, di ogni confessione, di ogni fede. Con le Beatitudini, che non sono promesse gratis, Gesù ci dà la certezza che gli ultimi, i più malversati saranno i primi. Dona significato a situazioni del nostro mondo che altrimenti non avrebbero senso».
È la novità del Vangelo.
 «Non credo esista nessun libro più rivoluzionario. Il comandamento unico che li compendia tutti, quello di amare chi non ci ama, non ha raffronti nella storia dell’umanità».
Passare dai principi alla pratica però non è facile. Credere implica un cammino, delle tappe. 
«Io ho quasi pena per chi nasce con una fede eccezionale. Preferisco la ricerca più minuziosa, il porsi domande in modo più concreto. E poi nelle Scritture, se le sappiamo leggere, ci sono già tutte le risposte».
Una riflessione che, da parte sua, implica alcune sicurezze di fondo.
«C’è la certezza che nulla può essere casuale, tutto è causato.Il fondamento della fede è che c’è una ragione, che viviamo di emozioni, di sentimenti, di lacrime, di amori. E tutto questo non può nascere da un grande bang».
Roberto Vecchioni, cantautore, nell'intervista di Riccardo Maccioni, pubblicata su Avvenire del 26 maggio 2012

sabato 9 giugno 2012

Classi seconde: le parole chiave

Come ho già fatto per gli alunni delle classi prime, anche a voi, alunni di seconda, lascio un elenco di alcune delle parole chiave incontrate in questo anno scolastico, con la stessa raccomandazione: sistematele nel vostro quaderno scrivendo per ognuna di esse quanto avete imparato, aiutandovi anche con il libro e gli appunti. Cloud 4

venerdì 8 giugno 2012

Agli alunni che pensano di non avercela fatta

L'anno scolastico è concluso, gli scrutini sono alle porte. Per molti di voi si concluderà positivamente, per altri....
Lo so, la bocciatura è dura da digerire. Lo è per voi, ma lo è anche per noi insegnanti. Si tratta di una decisione  che prendiamo pensando di aiutarvi, ma quanti dubbi: "come reagirà?", "la famiglia capirà?", "sarà utile veramente?".
Dai momenti difficili della vita non dobbiamo trarre rabbia e sfiducia. Le difficoltà dovrebbero invece diventare l'occasione per chiarirci le idee su quali sono i nostri punti di forza e quelli di debolezza e cosa desideriamo per la nostra vita. Sul serio, però. Senza capricci e stupidaggini varie. Lascio a tutti voi, promossi e non promossi, una clip tratta da Hercules: è un messaggio di speranza e di fiducia nel futuro per tutti.

giovedì 7 giugno 2012

Classi prime: le parole chiave

Durante l'estate, con l'aiuto del libro, sistemate il dizionario delle parole della religione (che avete nel vostro quaderno) aggiungendo quelle che vi mancano.
In questa nuvola di tag ve ne ho indicate alcune. Cloud 3

mercoledì 6 giugno 2012

Un saluto agli alunni di prima

Che dite, l'anno prossimo devo ricorrere anch'io alla scala?
Un saluto sorridente e affettuoso dalla vostra prof.

lunedì 4 giugno 2012

Un video per dire no al bullismo: Losers.

Chi sono i bulli? O meglio, chi pensano di essere? Ma uno che si atteggia a bullo, è poi capace di pensare?
Se solo ci si soffermasse a riflettere sul dolore di cui si può essere causa, come si potrebbe continuare a fare i bulli?
Mi è difficile credere che si possa essere così crudeli, insensibili, superficiali....
Eppure è così, quando anestetizziamo il cuore e la mente. Il bullo se la prende con i perdenti (voi usereste un'altra espressione), i losers del video che vi presento, mentre in realtà è proprio lui ad essere un perdente, perché a fare i bulli si perde la propria umanità e dignità, e ci vuole tanta fatica, forza e coraggio a riscoprirsi umani.
Non essere un bullo.

domenica 3 giugno 2012

La Trinità: il volto di Dio è l'Amore


Non è facile per i ragazzi capire la Trinità, un Dio che è unico ma nello stesso tempo Padre, Figlio e Spirito Santo. Non è facile per loro, ma credo che non lo sia neanche per noi. Il ragionamento da solo non basta. Lo sapeva Gesù, che ha evitato di darci formule e teorie, utilizzando invece un linguaggio legato alla dimensione dell'amore. Leggiamo quanto scrive Ermes Ronchi su Avvenire del 31 maggio 2012
«I nomi che Gesù sceglie per mostrare il volto di Dio, sono  nomi che vibrano d'affetto, di famiglia, di legami. Padre e Figlio, sono nomi che l'uno senza l'altro non esistono: figlio non c'è senza padre, né il padre è tale se non ha figli. Per dire Dio, Gesù sceglie nomi che abbracciano, che si abbracciano, che vivono l'uno dell'altro. Il terzo nome, Spirito Santo, significa alito, respiro, anima. Dice che la vita, ogni vita, respira pienamente quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata. Padre, Figlio, Respiro santo: Dio non è in se stesso solitudine, l'oceano della sua essenza vibra di un infinito movimento d'amore. Alla sorgente di tutto, è posta la relazione. In principio a tutto, il legame. E qui scopro la sapienza del vivere, intuisco come il dogma della Trinità mi riguardi, sia parte di me, elemento costitutivo di Adamo, creato da principio «a sua immagine e somiglianza». In questa frase, decisiva per ogni antropologia cristiana, mi è rivelato che Adamo non è creato semplicemente ad immagine di Dio, Creatore o Verbo o Spirito, ma più esattamente, e più profondamente, a somiglianza della Trinità. A immagine di un Padre che è la fonte della vita, a immagine di un Figlio che mi innamora ancora, di uno Spirito che accende di comunione tutte le nostre solitudini. La natura ultima dell'uomo è di essere legame d'amore. Io sono uomo quanto più sono simile all'amore. Fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli... Il termine battezzare nella sua radice significa immergere. Immergete, dice Gesù, ogni creatura dentro l'oceano dell'amore di Dio, rendetela consapevole che in esso siamo, ci muoviamo, respiriamo. Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Non dimentichiamo mai questa frase, non lasciamola dissolversi, impolverarsi. Sono con voi, senza condizioni, dentro le vostre solitudini, dentro gli abbandoni e le cadute, dentro la morte. Nei giorni in cui credi e in quelli in cui dubiti; quando ti sfiora la morte, quando ti pare di volare. Nulla, mai, ti separerà dall'amore».

venerdì 1 giugno 2012

Il mio saluto ai ragazzi di terza media

Tre anni sono passati. Mi avete sopportato, qualche volta vi avrò anche interessato, provocato di sicuro, perché, che l'abbiate voluto o no, vi ho sempre pungolato, invitato a riflettere, a discutere, a interrogarvi. Vi lascio questo video, con l'augurio che vi dia qualche indicazione preziosa per il vostro futuro. Arrivederci ragazzi!!!
 

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