Pagine

martedì 19 giugno 2012

Il metodo di Dio

Partendo dalla Seconda Lettera ai Corinzi di Paolo – quella in cui l’apostolo delle genti parla del­la sua 'spina', della oscura sofferenza che lo tormenta, e però conclude «quando so­no debole, è allora che sono forte» – il Pa­pa ha ricordato che proprio quando si spe­rimenta la propria debolezza si manifesta la forza di Dio. «Non è la potenza dei nostri mezzi, delle nostre virtù, delle nostre ca­pacità che realizza il regno di Dio, ma è Dio che opera meraviglie attraverso la nostra debolezza, la nostra inadeguatezza», ha detto. Il 'metodo' di Dio dunque non si fonda sulla nostra bravura o coerenza, ma pro­prio, dentro alla preghiera, sul riconoscer­si poveri e impotenti, e quindi domanda­re. E certo, lo aveva già insegnato Paolo; ma quanto noi cristiani continuamente ce lo dimentichiamo. Quanti, e magari fra i più assidui in chiesa, ne incontri, fieri delle pro­prie virtù, e amareggiati magari dal come stranamente quelle virtù non si trasmetta­no ai figli, che se ne vanno per un’altra stra­da. E l’amarezza, allora: siamo stati fedeli, coerenti, casti, siamo stati 'bravi', e cosa ci ritroviamo fra le mani? (Quell’amarezza che poi allontana anche chi si avvicini, perché non è mai la tristezza, che affascina e con­verte). La oscura spina di cui scrive Paolo ai Corinzi contiene lo straordinario metodo di Dio, che, si direbbe, attende semplicemente che noi allunghiamo verso di lui la mano, co­me fanno i bambini con la madre, quando sono caduti. L’umiltà di quella mano vuo­ta, è il vuoto che Dio riempie con la sua gra­zia. Grazia che moltiplica i frutti dell’ope­ra degli uomini; come accadde a Paolo, per­seguitato, incarcerato, che pure contagiò con il cristianesimo tutte le terre in cui mi­se piede. Paolo, che se avesse fatto conto so­lo su se stesso sarebbe stato, dalla storia, da tempo dimenticato. Paolo, che proprio co­me noi avrebbe voluto essere, dal suo ma­le, semplicemente liberato; giacché poi – pensava, come noi – allora sì, sarebbe sta­to forte, libero, potente. E invece nella com­pagnia di una a noi sconosciuta sofferenza imparò l’abbandono, e la domanda del bambino; imparò in sé il metodo di Dio.
Marina Corradi da Avvenire del 15 giugno 2012

Nessun commento:

Posta un commento