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lunedì 29 luglio 2013

Chi di loro vuoi essere?

«Io oggi ti chiedo: Tu come chi di loro vuoi essere? Vuoi essere come Pilato che non ha il coraggio di andare controcorrente per salvare la vita di Gesù e se ne lava le mani. Dimmi: sei uno di quelli che si lavano le mani, che fa il finto tonto e guarda dall'altra parte? O sei come il Cireneo, che aiuta Gesù a portare quel legno pesante, come Maria e le altre donne, che non hanno paura di accompagnare Gesù fino alla fine, con amore, con tenerezza. E tu, come chi di questi vuoi essere? Come Pilato, come il Cireneo, come Maria? Gesù ti sta guardando adesso e ti dice: mi vuoi aiutare a portare la Croce? Fratelli e sorelle: con tutta la forza di giovane, che cosa Gli rispondi?»

Papa Francesco, alla Via Crucis di venerdì 26 luglio 2013, Gmg di Rio

sabato 27 luglio 2013

I giovani, finestra del futuro

«La gioventù è la finestra attraverso la quale il futuro entra nel mondo, e quindi ci impone grandi sfide. La nostra generazione si rivelerà all’altezza della promessa che c’è in ogni giovane quando saprà offrirgli spazio; tutelarne le condizioni materiali e spirituali per il pieno sviluppo; dargli solide fondamenta su cui possa costruire la vita; garantirgli la sicurezza e l'educazione affinché diventi ciò che può essere; trasmettergli valori duraturi per cui vale la pena vivere; assicurargli un orizzonte trascendente per la sua sete di felicità autentica e la sua creatività nel bene; consegnargli l'eredità di un mondo che corrisponda alla misura della vita umana; svegliare in lui le migliori potenzialità per essere protagonista del proprio domani e corresponsabile del destino di tutti».
(Papa Francesco a Rio, in occasione della GMG, 22 luglio 2013)

mercoledì 24 luglio 2013

La fede e la ragione nell'enciclica Lumen Fidei

Il rapporto tra fede, ragione e verità è un tema portante dell’enciclica Lumen Fidei, come dice già il titolo: la fede come luce. Per contro, nell’epoca moderna – soprattutto a partire dagli illuministi, fatte le debite eccezioni – si è pensato che la fede «potesse bastare per le società antiche, ma non servisse […] per l’uomo diventato adulto».
La fede è stata infatti considerata o «un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco», o tuttalpiù come una conoscenza che però è solo soggettiva, che dunque «non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune» per rischiarare il cammino di ogni uomo, oppure come malattia infantile di un’umanità che la doveva debellare per essere adulta e uscire dallo stato di minorità, oppure come «oppio dei popoli», come annebbiamento della ragione, una falsa consolazione utilizzata per mantenere rendite di potere, per occultare la verità. In molti modi, dunque, la fede è stata dissociata dalla ragione e dalla verità oggettiva.
Sennonché, è emerso che «la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza», perciò l’uomo d’oggi «ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande», e «Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male». In sostanza, qui si allude al percorso che ha portato dall’Illuminismo all’Idealismo (con un certo ruolo anche dello scientismo), con quest’ultimo che asseriva la possibilità per l’uomo di squadernare, prima o poi, tutta la verità, senza soccorso di una divina rivelazione e senza lasciare alcun margine di mistero.
Per diversi motivi, in particolare per reazione a questa superba pretesa, si è poi gradualmente generato il relativismo odierno (menzionato nel paragrafo 25 dell’enciclica). Se del relativismo ci sono molteplici accezioni, quella considerata da Francesco è la versione che nega la possibilità per l’uomo di conoscere una verità oggettiva, in particolare su Dio, sullo scopo della vita umana, sul bene/male. Infatti, se non è possibile conoscere la verità, non è possibile giudicare oggettivamente gli atti umani, nemmeno le azioni che siamo soliti considerare estremamente crudeli e malvagie.
Inoltre, se la fede «si riduce a un bel sentimento, che consola e riscalda», diventa un aspetto della vita «soggetto al mutarsi del nostro animo» e «incapace di sorreggere un cammino costante». Piuttosto, come dice l’enciclica, l’incontro tra il cristianesimo e il pensiero filosofico del mondo antico è stato «un passaggio decisivo affinché il Vangelo arrivasse a tutti i popoli» ed è cruciale in ogni tempo che il credente nutra e consolidi la sua fede con ragionamenti e con argomenti, perché perfino alcuni grandissimi santi (come Giovanni della Croce o Madre Teresa) hanno sperimentato periodi, anche molto lunghi, di aridità interiore. Tali argomenti consentono di perseverare, di non abbandonare la sequela del Maestro, di restare saldi.
Consentono inoltre di proporre Dio anche a chi non condivida già la fede cristiana, a chi non si sia mai af-fidato alla Chiesa. Perciò il rapporto tra filosofia e rivelazione è cruciale e ha ricevuto la trattazione di un’intera enciclica – la Fides et ratio di Giovanni Paolo II, richiamata da Papa Francesco – e di tanti interventi di Papa Ratzinger.
Alla base di tutto sta il fatto che fede e ragione non sono due facoltà umane distinte: esiste un’unica ragione, che talvolta conosce da sola, talvolta invece conosce af-fidandosi ad altri, configurandosi come «ragione credente» ( Lumen fidei, 27 ).

Giacomo Samek Lodovici in Avvenire del 16 luglio 2013

sabato 20 luglio 2013

Conosci Papa Francesco

Un cruciverba per conoscere la biografia di Papa Francesco. L'ho realizzato con la risorsa che trovate cliccando qui.

mercoledì 17 luglio 2013

Un bene scarso e prezioso: la stima

La stima non è facile da individuare, perché si trova spesso mescolata con altri sentimenti u­mani, tra i quali il riconoscimento, il fascino, il rispetto, l’attrazione, e soprattutto l’ammira­zione. La stima ha però i suoi tratti distintivi e peculiari.
Innanzitutto la stima è faccenda di gratuità, non solo perché non può essere com­prata né venduta, ma perché può solo essere donata liberamente e sinceramente. La since­rità, infatti, è essenziale: se colui al quale e­sprimo la mia stima percepisce o pensa che gli sto dicendo la mia stima solo per farlo felice o, magari, per pietà, la gioia della stima vera si tramuta nel suo opposto. [...]
La stima ha poi bisogno della parola, meglio se orale e senza mediazioni. La stima va detta, va pronunciata. Non è un 'I like' (mi piace). An­che per questo la stima, a differenza dell’am­mirazione, nasce solo tra persone legate da un rapporto personale. Posso ammirare un gran­de atleta o uno scrittore, ma perché si passi dal­l’ammirazione alla stima occorre che inizi un rapporto personale tra noi, è necessario che parliamo.
La stima, diversamente dal fascino o dall’at­trazione, che possono nascere anche da aspetti estetici o particolari doni (bellezza fisica, in­telligenza...), sorge solo per ragioni morali. Non si stima l’altro per i suoi occhi verdi, ma per la sua virtù. Si può essere attratti o affascinati da un aspetto specifico di una persona (un talen­to, per esempio), ma la stima è sempre un giu­dizio globale e sintetico sulla persona intera (perciò la desideriamo tanto). E per questa sua natura globale, la stima è un processo, un cam­mino accidentato e fragile. La stima si origina sempre da un primo incontro, quando siamo colpiti da un aspetto dell’altro (onestà, bontà, rettitudine...). [...]
La stima di chi non si stima, ad esempio, non genera alcuna gioia. Anche per questa ragione la stima vera è sempre dono, e per-dono. Infine, la poca stima che esiste nel mondo dipende anche, e forse soprattutto, dalla scarsità di persone capaci di trovare ragioni di stimabilità negli altri.
Molte persone che ci appaiono non meritevoli di stima in realtà se fossero viste con gli occhi giusti rivelerebbero almeno un aspetto di verità, bontà e bellezza, che potrebbe diventare una via di accesso alla stima. Ma questi 'occhi', questi sguardi profondi nell’anima degli altri, sono troppo rari nella nostra società. Noi sappiamo, o quanto meno intuiamo, di avere in noi qualcosa di stimabile, e ci sentiamo vittima di una vera e propria ingiustizia quando gli altri non si accorgono del bello che abbiamo e che siamo. La sensazione di non essere stimati abbastanza, perché non conosciuti e riconosciuti veramente, è tra quelle più profonde, dolorose e durature dell’esistenza.
Ho avuto il dono di avere per amici alcune persone che hanno stimato delle cose belle in me ancor prima che io stesso mi accorgessi della loro presenza: la loro stima le ha fatte fiorire e maturare. Questa stima profonda ha la capacità di trasformare i 'non ancora' in 'già'.
Una delle funzioni preziose che hanno i carismi nella storia è generare persone portatrici di questi sguardi capaci di far affiorare la stimabilità in tante persone che non si stimano, e quindi non stimano gli altri e la vita. Nelle persone ci sono troppe dimensioni di bellezza, verità e bontà che appassiscono e muoiono perché non trovano occhi capaci di vederle, amarle, e farle risorgere.

Tratto da  Luigino Bruni in Avvenire del 14 luglio 2013

lunedì 15 luglio 2013

Malala alle Nazioni Unite

Ho avuto già modo di parlarvi di Malala.
Il 12 luglio, in occasione del suo sedicesimo compleanno, questa coraggiosa ragazza, candidata per il Nobel per la Pace, ha avuto l'opportunità di parlare all'ONU.
Pensate un po', il suo discorso è stato un accorato appello all'istruzione per tutti. Ma vi rendete conto, ragazzi? La scuola, che molti di voi sopportano a fatica, e qualche volta maledicono, è per Malala l'occasione per costruire un mondo più giusto.
Ecco alcuni passi del suo discorso.
«Oggi non è il Malala day, ma di tutti coloro uomini e donne che hanno alzato la voce per i loro diritti. Ci sono centinaia di attivisti per i diritti umani e sociali che propongono non solo di parlare per i diritti umani, ma che stanno lottando per raggiungere i loro obiettivi di istruzione, pace e uguaglianza. Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e milioni sono stati feriti. Così eccomi qui ... una ragazza tra i tanti. Parlo - non per me, ma per tutti i ragazzi e le ragazze. Alzo la mia voce - non è così che io possa gridare, ma in modo che coloro che non hanno una voce possano essere ascoltati. Coloro che hanno lottato per i loro diritti.
Il loro diritto di vivere in pace.
Il loro diritto di essere trattati con dignità.
Il loro diritto alla parità di opportunità.
Il loro diritto di essere educati. [...]
Io non sono qui contro nessuno. Voglio parlare del diritto all’istruzione dei bambini. Voglio istruzione anche per i figli dei talebani.
Anche se avessi una pistola in mano e il talebano davanti, non gli sparerei. E’ l’esempio della non violenza che ho imparato da Maometto, da Cristo e da Buddha….
E’ la voglia di cambiamento che ho ereditato da Martin Luther King e Nelson Mandela, e’ la filosofia della non violenza che ho imparato da Gandhi e madre Teresa . E questo è il perdono che ho imparato da mia madre e mio padre [...]
Cari fratelli e sorelle, ci rendiamo conto dell'importanza della luce quando vediamo tenebre. Ci rendiamo conto dell'importanza della nostra voce quando siamo a tacere. Allo stesso modo, quando eravamo in Swat, nel nord del Pakistan, abbiamo capito l'importanza di penne e libri quando abbiamo visto i cannoni.
Il saggio disse: "La penna è più potente spada" era vero.
Gli estremisti hanno paura di libri e penne. Il potere dell'educazione li spaventa. [...]
Mi ricordo che c'era un ragazzo della nostra scuola a cui è stato chiesto da un giornalista: "Perché i talebani contro l'educazione?" Ha risposto in modo molto semplice. Indicando il suo libro, ha detto: "I Talebani non sanno quello che è scritto all'interno di questo libro."
Pensano che Dio sia un piccolo, piccolo essere conservatore che manderebbe le ragazze all'inferno solo perché vanno a scuola. [...]
L'Islam è una religione di pace, di umanità e fratellanza. L'Islam dice che non è solo diritto di ogni bambino ottenere l'istruzione, piuttosto che è suo dovere e responsabilità.
Onorevole Segretario Generale, la pace è necessaria per l'istruzione.
In molte parti del mondo, in particolare il Pakistan e l'Afghanistan, il terrorismo, le guerre e conflitti impediscono ai bambini di andare alle loro scuole. Siamo veramente stanchi di queste guerre. Donne e bambini soffrono in molte parti del mondo in molti modi. In India, i bambini innocenti e poveri sono vittime del lavoro minorile. Molte scuole sono state distrutte in Nigeria. [...]
La povertà, l'ignoranza, l'ingiustizia, il razzismo e la privazione dei diritti fondamentali sono i principali problemi affrontati da uomini e donne.[...]
Facciamo appello a tutti i governi di garantire l'istruzione obbligatoria e gratuita per tutti i bambini di tutto il mondo. Facciamo appello a tutti i governi di combattere il terrorismo e la violenza, per proteggere i bambini da brutalità e danni. Invitiamo le nazioni sviluppate per supportare l'espansione delle opportunità educative per le ragazze nel mondo in via di sviluppo. Facciamo appello a tutte le comunità ad essere tolleranti - a respingere il pregiudizio basato sul credo, la religione o il sesso. Per assicurare la libertà e l'uguaglianza per le donne in modo che possano prosperare. [...]
Le nostre parole possono cambiare il mondo. Perché siamo tutti insieme, uniti per la causa della formazione. [...]
Riprendiamo in mano i nostri libri e penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, una penna e un libro può cambiare il mondo. L'istruzione è l'unica soluzione. Education First».
Vi propongo anche il video del suo discorso.

sabato 13 luglio 2013

La bellezza ci guarda

Aprire i quotidiani, oggi, significa imbattersi in vicende così assurde, in cui dire 'vero' a ciò che è verità, sembra sacrilego e, dire 'male' a ciò che è peccato, blasfemo.[...]
M’impressiona l’opera di Afifa Aleiby, una donna irachena passata dentro la storia drammatica del suo Paese. Una pittrice che ha vissuto a Mosca, poi a Firenze poi in Olanda. Una donna la cui arte, dai tratti statuari e dolci, sa essere a volte un manifesto contro i ritardi dell’uomo contemporaneo. È il caso di questo strano atelier in cui ella ci introduce, dove il pittore, l’artista, sembra assopito dalle ubriachezze serali e dorme sopra un tamburo.
L’arte, che dovrebbe essere il rullo capace di svegliare il mondo dal suo torpore, sembra invece dormire, esattamente come l’artista. Dietro l’uomo addormentato, c’è un gigantesco mascherone che rimanda a quello murato nella parete del pronao della chiesa di Santa Maria in Cosmedin di Roma. La leggenda è nota: questa bocca poteva pronunciare oracoli veritieri contro i falsi testimoni e l’antico romano, tacciato di menzogna, doveva introdurre la mano in quelle enormi fauci. Se si fossero richiuse, il verdetto per lui sarebbe stato inappellabile. La sua menzogna era palesata a tutti. La modella dirige lo sguardo verso di noi e appare quasi attonita di fronte alla situazione grottesca: ella rimane in attesa di essere ritratta. Lei, dalla bellezza statuaria, rimane oscurata da uno sguardo che non c’è. E così l’arte rimane muta di fronte al mondo, rimane in attesa del suo verdetto come la bocca del Dio fasullo che non può parlare, né chiudersi, né pronunciare sentenza alcuna. 
Sì, questo atelier mi sembra il panorama del nostro tempo.
La Bellezza c’è, percorre le nostre strade, si veste ora della voce del Santo Padre, ora della voce di mille uomini di buona volontà (anche dell’agnostica Afifa Aleiby), eppure nessuno se ne cura. L’emanazione della sua verità rimane morta come la pietra romana e muta come il pittore addormentato.
Preferiamo le nostre scontate misure, come quelle del mascherone antico, piuttosto che sostenere lo sguardo di quella donna che vestita solo del lenzuolo attende che tu possa interpretare con intelligenza la sua bellezza. Forse tocca a tutti noi fare uno sforzo e svegliarci da questo sonno, per imparare di nuovo a guardare, per imparare ad accorgersi che la bellezza, come la modella di Afifa, sta guardando noi, proprio ora. La bellezza della verità non può avere molti volti e molti risvolti, ma possiede solo lo sguardo assoluto dell’oggettiva semplicità.

Maria Gloria Riva  in Avvenire dell'11/07/2013

mercoledì 10 luglio 2013

No alla globalizzazione dell'indifferenza

[...]«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei?». E’ un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello! Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito. «Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, accoglienza, solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! «Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?». Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratelllo?».

(dall'omelia di papa Francesco a Lampedusa, lunedì 8 luglio 2013; per il testo completo e il reconto video della giornata, cliccare qui)

martedì 9 luglio 2013

Cristiani e martiri

Papa Francesco ci ha ricordato che «Oggi, in molte parti del mondo, ci sono martiri: uomini e donne che sono imprigionati, uccisi per il solo motivo di essere cristiani. E sono in numero maggiore che nei primi secoli del­la Chiesa» (Angelus di domenica 23/06/2013).
Hassan Hur­she, in Somalia e padre François Mourad, un eremita cattolico, sono le ultime due vittime che si vanno ad aggiungere ai 105mi­la cristiani uccisi nel 2012.
E' un elenco che fa impressione e che ricorda che ogni 5 minuti, sulla base di statistiche accreditate e incontestate, muore un cristiano per la sua fede. Come ai tempi di Pietro ancora oggi, e sembrerebbe in numero maggiore rispetto ad allora, difendere la speranza e i valori può voler dire, per chi si professa cristiano, martirio.
Martirio di San Pietro del Caravaggio, Santa Maria del Popolo a Roma

sabato 6 luglio 2013

InstaGrok, il motore di ricerca che crea le mappe

Segnalato in Guamodì Scuola, vi presento un motore di ricerca che crea mappe. Con InstaGrok basta inserire il termine della ricerca, come si fa normalmente già con Google, Virgilio etc...,  e  il risultato appare sotto forma di grafico, con i vari collegamenti concettuali a cui si accede cliccando sui nodi di collegamento. In pratica è lo stesso motore di ricerca a presentarci una mappa già pronta. Peccato che lo strumento sia solo in lingua inglese: ho provato infatti  a digitare la parola Gesù e il motore è andato in panne. Ho digitato poi "pasqua cristiana" ed è venuta fuori questa mappa. Se ci cliccate sopra  è possibile accedere alla mappa dinamica.

 

giovedì 4 luglio 2013

Come funziona Cuadernia

Avevo segnalato molto tempo fa questo programma che permette di costruire libri interattivi. Mi è stato chiesto di spiegare come funziona.
Cliccando qui è possibile accedere alla guida in spagnolo, ma è di ottimo aiuto (un vero e proprio corso) il tutorial di  Jessica Redeghieri che vi lascio.



Per scaricare il programma cliccate qui
Cliccando qui è invece possibile accedere a due lavori creati da me.

mercoledì 3 luglio 2013

Cristiani senza Cristo?

I veri cristiani sono uomini della gioia che de­vono fondare la propria vita e la propria fe­de su «Gesù roccia» e non devono essere cri­stiani senza Cristo.
[...] Francesco ricorda che nella storia della Chiesa «ci sono state due classi di cristiani: i cristiani di parole - quelli “Signore, Signore, Signore” - e i cristiani di azione, in verità». Ecco, puntualizza, c’è sempre stata «la tentazione di vivere il nostro cristianesimo fuori della roccia che è Cristo». Eppure l’unico che dà la libertà per dire “Padre” a Dio è Cristo o la roccia. «È l’unico – sottolinea il Pontefice – che ci sostiene nei momenti diffi­cili ». Perché, proprio come dice Gesù «cade la pioggia, straripano i fiumi, soffiano i venti, ma quando è la roccia è sicurezza», invece «quan­do sono le parole, le parole volano, non servo­no». Eppure, constata Bergoglio, «è la tentazio­ne di questi cristiani di parole, di un cristianesi­mo senza Gesù, un cristianesimo senza Cristo». E questo «è accaduto e accade oggi nella Chie­sa: essere cristiani senza Cristo».
Il Papa si sofferma sui «cristiani di parole» e li di­vide in due tipologie: gli gnostici, che invece di amare la roccia amano le «parole belle» e i pe­lagiani, quelli seriosi, quelli che «guardano il pa­vimento ». Questa è una tentazione odierna, af­ferma: «Cristiani superficiali che credono, sì Dio, Cristo, ma troppo 'diffuso': non è Gesù Cristo quello che ti dà fondamento. Sono gli gnostici moderni». Si tratta di «Un cristianesimo 'liqui­do' ».
Ma, d’altra parte prosegue, «sono quelli che credono che la vita cristiana si debba pren­dere tanto sul serio che finiscono per confondere solidità, fermezza, con rigidità. Sono i rigidi! Que­sto pensano, che per essere cristiano sia neces­sario mettersi in lutto, sempre». Purtroppo, pro­segue Bergoglio, ce ne sono tanti di questi cri­stiani. Ma, rimarca: «non sono cristiani, si ma­scherano da cristiani». Anzi, non sanno cosa sia il Signore, «non sanno cosa sia la roccia, non hanno la libertà dei cristiani». In parole povere «non hanno gioia».
«I primi – continua il Papa – hanno una certa 'allegria' superficiale». Men­tre «gli altri vivono in una continua veglia fune­bre, ma non sanno cosa sia la gioia cristiana. Non sanno godere la vita che Gesù ci dà, perché non sanno parlare con Gesù. Non si sentono su Gesù, con quella fermezza che dà la presenza di Gesù». E, conclude Bergoglio, «non solo non hanno gioia: non hanno libertà» e «sono schiavi della superficialità, di questa vita diffusa» «sono schia­vi della rigidità, non sono liberi». Nella loro vita «lo Spirito Santo non trova posto» mentre è «lo Spirito che ci dà la libertà!».
E il Signore invita a costruire la «vita cristiana su Lui, la roccia, quel­lo che ci dà la libertà, quello che ci invia lo Spi­rito, quello che ti fa andare avanti con la gioia, nel suo cammino, nelle sue proposte».

FONTE:  Avvenire del 28/06/2013, omelia di papa Francesco alla Messa di giovedì mattina (27 giugno) in Casa S. Marta.