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mercoledì 31 dicembre 2014

Omelia per Simone

Abbiamo vissuto momenti di grande tristezza.
L'altro giorno abbiamo accompagnato Simone nel suo ultimo viaggio su questa terra.
Non lasciamoci prendere dallo sconforto o da una rabbia sorda e cieca verso Chi ci è parso assente e lontano.
Vi lascio l'omelia di don Antonio sulla quale avremo modo di riflettere ancora tornando a scuola.
Perché sicuramente duro sarà il rientro, ma per l'affetto che abbiamo per Simone, ora angioletto tra gli angeli, non saremo sconsolati e senza speranza.

«Che razza di Natale abbiamo vissuto! Non lo dimenticheremo mai… Non una festa guastata, ma il dramma della nostra fragilità, che ci ha messo in ginocchio due volte. In ginocchio per il dolore, che ha piegato soprattutto Enrico e tutti i familiari di Simone; in ginocchio per la preghiera, muta e accorata: Signore, dove sei? Abbi pietà di noi!
Dio conosce la nostra debolezza mortale, e ci ha donato suo Figlio Gesù per condividerla e trasformarla. Nella notte di Natale, un bambino nasce per morire sulla croce, perché bambini e adulti altrettanto crocifissi possano nascere alla vita senza fine. Questo meraviglioso scambio rende possibile il “dies natalis” dei martiri, il “giorno natalizio” anche del nostro Simone.
Ieri, 28 dicembre, se non fosse stata domenica avremmo celebrato la festa dei Santi Innocenti, i bimbi che Erode fece uccidere cercando di eliminare Gesù. Papa Francesco, il giorno di Natale, ha denunciato la tragica attualità di quella scena: quanti bambini anche oggi, nel mondo, in tanti modi, e non solo lontano da qui…pagano il prezzo delle nostre immaturità e dei nostri peccati.
Con i piccoli per età, pensiamo anche ai piccoli per condizione, gli emarginati e i poveri, i malati, soprattutto chi non ha il controllo di se stesso, e non può essere pienamente responsabile di sé e degli altri. Quella notte a San Severino, il dramma è avvenuto tra due “bambini” fragili: madre e figlio. Davanti a tanto dolore innocente, in questo momento, raccogliamo l’invito di Gesù a “non giudicare”; semmai ciascuno guardi nel proprio occhio e nel suo cuore. Per sradicare germogli di piante velenose, per non alimentare nessuna zizzania. Per scegliere la benevolenza verso gli altri, verso la propria storia. E perché in futuro ci capiti sempre meno di sapere e non intervenire, di guardare e continuare a fare la nostra strada, di rassegnarci e scrollarci le spalle. Lo dico innanzitutto per me.
Il nostro Arcivescovo, che ci ha seguito quotidianamente ed è in preghiera con noi, ci ha suggerito la bella pagina del Vangelo di Giovanni, che abbiamo ascoltato (Gv 11,32-38.40).
Anche Gesù ha ricevuto una terribile notizia: il suo amico Lazzaro, nella cui casa tante volte era stato accolto con affetto (anche dalle sorelle Marta e Maria), è gravemente malato. Gesù, però, non corre subito da lui, aspetta, ritarda. Infatti, al suo arrivo, Lazzaro è ormai morto, e le sorelle gli dicono: “Signore, se tu fossi stato qui…!”. Ma forse Gesù non è un 118!
Signore Gesù, se tu fossi stato qui… Simone sarebbe ancora con noi? Viene da dubitare: ma sei venuto davvero in questa notte di Natale? Vorremmo arrabbiarci perché non ci hai fatto un miracolo. Ma tu hai scelto di non sostituirti alla nostra libertà, il dono più grande che Dio ha fatto all'uomo. E non hai ripulito la vita dalle circostanze assurde e banali che possono minacciarla.
Tutti noi ci rimproveriamo di arrivare sempre troppo tardi, ma anche tu, sembra che non sia stato migliore di noi, perché?
Innanzitutto perché “Cristo non ha mani” - recita un’antica preghiera – “ha soltanto le nostre mani, i nostri piedi, i nostri occhi…”. Noi ci rimproveriamo di non aver incarnato in tempo la tua sollecitudine per questa e altre situazioni, Tu però non ci lasciare. Nel buio della morte, continua a far risplendere la luce della speranza.
Mai come in questo Natale, infatti, abbiamo guardato a Te, abbiamo bisogno di Te, ci rimettiamo completamente a Te. Tu sei stato qui, in Simone e in tutti: mostraci dopo l’ora delle tenebre, un’aurora di vita. Donala soprattutto a chi è più provato.

martedì 30 dicembre 2014

Alla ricerca del Natale vero

Alcune frasi per ritrovare il senso del Natale.
«La festa della nascita del Salvatore è nella sua vera essenza tutt'altro che un evento sereno. Pensate. Dio assume la forma umana e per lui c’è spazio e calore solo in un’umile mangiatoia. Poi, quando la notizia in qualche modo trapela, la prima reazione del potente di turno è la strage degli innocenti, che innesca la fuga in Egitto. Dio si presenta bambino, debole e povero, perseguitato e profugo, in pratica incamminato fin dall'inizio su quella via della croce che avrà il suo culmine sul Golgota. E non è un caso che il giorno dopo Natale la Chiesa ponga la memoria liturgica del primo martire, Santo Stefano, quasi a mettere subito le cose in chiaro: il martirio - cioè la testimonianza estrema fino al dono disarmato della vita - è l’altra faccia della medaglia rispetto alla professione di fede nel 'Dio con noi'» (Mimmo Muolo, nell'editoriale di Avvenire del 27 dicembre 2014).
Il Natale, quello vero, non ha nulla a che fare con le vetrine addobbate e la corsa al regalo, ma è l'invito ad accogliere, ogni giorno, l'azione di Dio in noi, affinché "tolga la durezza dai cuori di tanti uomini e donne immersi nella mondanità e nell'indifferenza, nella globalizzazione dell’indifferenza" (papa Francesco nel Messaggio di Natale 2014).



domenica 28 dicembre 2014

Hallelujah

Abbiamo veramente bisogno di una luce che illumini queste giornate che sembrano buie.
Abbiamo bisogno di speranza e che la vita sia da tutti considerata un dono da custodire e proteggere. Con umiltà riconosciamo la Fonte della Vita e affidiamoci a Chi, veramente, illumina le nostre notti. Vi lascio un canto di lode alla sacralità della vita realizzato dai “ FRA’n’SIS” (contrazione di Franciscans and Sisters ovvero Frati e Suore) che sulle note della celebre “Hallelujah” di Leonard Cohen, cantano un testo liberamente ispirato alla lettera “Rallegratevi” di Papa Francesco composto dal cantautore e discografico Nando Misuraca.

 

venerdì 26 dicembre 2014

Il male: sfida per il futuro?

Una riflessione che forse può aiutare noi adulti a dare una risposta ai nostri ragazzi, colpiti, come tutti noi, dalla tragedia che si è consumata nella nostra comunità.

«Perché esiste il male?
Facciamo fatica a trovare una risposta a questa domanda.
La cerchiamo, la desideriamo, a volte la pretendiamo.
La cercano, la desiderano, la pretendono i giovani, che ci guardano e sembrano rimproverarci per la nostra incapacità di lasciare loro un mondo migliore.
Qualche tempo fa una persona mi disse che senza il male non saremmo in grado di apprezzare in tutta la sua pienezza il bene. In queste parole – che sulle prime mi sembrarono vuote e prive di senso – forse sta la risposta alla nostra domanda.
Dacché l’uomo ha iniziato a condurre la sua millenaria esistenza su questa benedetta terra, sempre si è data la lotta tra il bene e il male. E probabilmente sarà così fino all'ultimo giorno in cui ci saranno uomini in questo mondo: la lotta del bene contro il male non finirà mai.
Sempre il germe del male crescerà assieme al desiderio di bene. E ciò non solo attorno a noi ma anche dentro di noi: nessuno infatti può ritenersi libero dagli artigli del male, neanche coloro che fanno del bene la loro ragione di vita. Ne erano convinti i santi, che si ritenevano capaci dei peggiori crimini eppure erano – sono – le persone più felici e più gioiose del mondo. Anzi, il loro esempio di luce risalta ancora di più se messo accanto alle miserie di cui è capace ogni essere umano.
Forse è proprio vero: senza il male, senza la consapevolezza del male che vediamo tutti i giorni, non saremmo in grado di apprezzare la grandezza e la bellezza del bene. Così come in un quadro non apprezzeremmo le luci se non ci fossero le ombre. Ma c’è di più: il desiderio di fuggire le tenebre della vita ci spinge quasi istintivamente a cercare con più forza la luce.
Prendere coscienza di questa lotta eterna, che ci accompagnerà fino alla fine dei nostri giorni, non è allora fatalismo cinico e senza speranza. Non è l’eterno ritorno nietzschiano, che finisce inevitabilmente per lasciare l’amaro in bocca tipico di chi non sa dare un senso ultimo alle proprie azioni. Non siamo il granello di polvere che viene capovolto assieme all'eterna clessidra dell’esistenza, per dirla con parole del filosofo tedesco.
 “Il mondo è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle, e nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte”. Di frasi come queste è piena la letteratura di tutti i tempi, che dell’uomo descrive le aspirazioni più profonde. Come quella di desiderare sempre che il bene trionfi sul male.
Perché, in fondo, che esso cresce più forte, è una convinzione che nessuno potrà mai cancellare dal nostro cuore.
Sforziamoci di mostrarlo con la nostra esistenza e i ragazzi, che ci guardano come custodi del loro futuro, non solo ce ne saranno grati per tutta la vita, ma torneranno a credere e a sperare che un mondo migliore è ancora possibile». 
Fonte: http://www.lasfidaeducativa.it/se-il-male-diventa-una-luce-per-il-futuro/

giovedì 25 dicembre 2014

In questa Notte Santa

A volte, come i pastori, ci troviamo nella notte (un lutto, una malattia, una separazione,...).
Ma come per loro, anche per noi, nella notte, irrompe la luce divina a rischiarare il buio.
Non ci sono più tenebre, non c'è più solitudine: nella notte il bambino ha incontrato il mondo, perché nelle nostre notti non ci sentissimo più soli e perché le notti non fossero per sempre.
A riconoscerle le notti!
Che il Signore Gesù ci aiuti a essere vigili (a vegliare, come i pastori) per accoglierlo nella nostra vita. Allora sì che la notte non farà paura.
Auguri di Buon Natale!


martedì 23 dicembre 2014

La religione autentica è fonte di pace e non di violenza

«Non possiamo non riconoscere come l'intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie sia un nemico molto insidioso, che oggi purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo.
Come credenti, dobbiamo essere particolarmente vigilanti affinché la religiosità e l’etica che viviamo con convinzione e che testimoniamo con passione si esprimano sempre in atteggiamenti degni di quel mistero che intendono onorare, rifiutando con decisione come non vere, perché non degne né di Dio né dell'uomo, tutte quelle forme che rappresentano un uso distorto della religione.
La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano».
Papa Francesco durante l’incontro con i leader di altre religioni e altre denominazioni cristiane presso l’Università Cattolica 'Nostra Signora del Buon Consiglio' di Tirana. (21/09/2014)


lunedì 22 dicembre 2014

Globalizzare la fraternità

​“Globalizzare la fraternità” per sconfiggere “l’abominevole fenomeno” della schiavitù: questo il cuore del Messaggio del Papa per la 48.ma Giornata mondiale della pace, che ricorre il prossimo primo gennaio.
Il documento - intitolato “Non più schiavi, ma fratelli” – descrive le cause profonde della tratta, tra cui “le reti criminali che ne gestiscono il traffico” ed esorta gli Stati ad applicare “meccanismi efficaci di controllo” per non lasciare spazio a “corruzione ed impunità”.
“Abominevole fenomeno”, “reato di lesa umanità” che colpisce “milioni di persone”: non usa mezzi termini Papa Francesco per descrivere la schiavitù nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace che nel titolo – “Non più schiavi, ma fratelli” – richiama la Lettera di San Paolo a Filemone (Fm 1, 15-16).
Due le parti costitutive del Messaggio: nella prima, il Pontefice descrive i tanti volti della schiavitù e ricorda le vittime del lavoro-schiavo, i migranti privati della libertà, abusati, detenuti in modo disumano, ricattati dal datore di lavoro; gli schiavi sessuali, i bambini-soldato, vittime dell’espianto di organi o di forme mascherate di adozione, prigionieri di terroristi.
Ma se tanti sono i volti della schiavitù, altrettante sono le sue cause profonde. La prima, sottolinea il Papa, è ontologica, provocata dal “peccato che corrompe il cuore dell’uomo”: è “il rifiuto dell’umanità dell’altro”, il trattarlo come un oggetto, un mezzo e non un fine.
Ci sono poi altre cause: povertà, mancato accesso all'educazione ed al lavoro, “reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani”, conflitti armati, terrorismo, l’uso criminale di Internet per adescare i più giovani. E poi la corruzione che – sottolinea il Pontefice – passa attraverso componenti delle forze dell’ordine e dello Stato.
La seconda parte del Messaggio esorta a sconfiggere la schiavitù con un’azione “comune e globale”, attraverso la “globalizzazione della fraternità” che sappia contrastare la “globalizzazione dell’indifferenza” così diffusa nel mondo contemporaneo. Tre i modi in cui le istituzioni devono agire: prevenire il crimine della schiavitù, proteggere le vittime e perseguire i responsabili. Occorrono, dunque, “leggi giuste” su migrazione, lavoro, adozione e delocalizzazione delle imprese per tutelare i diritti fondamentali dell’uomo e rispettarne la dignità. E servono anche – scrive il Pontefice – “meccanismi efficaci di controllo” che non lascino spazio a “corruzione e impunità”. Papa Francesco chiama poi in causa tutti gli attori della società, chiede il riconoscimento del ruolo sociale delle donne, lavoro dignitoso e stipendi adeguati per i dipendenti d’impresa, catene di distribuzione esenti dal fenomeno della tratta, cooperazione intergovernativa per combattere “le reti transnazionali del crimine organizzato che gestiscono il traffico illegale dei migranti”.
[...] Di fronte al traffico di essere umani o a prodotti realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone, tutti siamo interpellati, ribadisce il Papa: sia chi chiude un occhio per indifferenza o convenienza, sia chi sceglie di impegnarsi civilmente o di compiere un piccolo gesto, come rivolgere un saluto, un sorriso a chi è vittima della schiavitù.
Globalizzare la fraternità, non la schiavitù, né l’indifferenza: questa dunque l’esortazione di Papa Francesco perché tutti gli uomini e le donne di buona volontà non si rendano complici di questo male e riescano a ridare speranza alle vittime della tratta.
Infine, il Pontefice ricorda Santa Giuseppina Bakhita e le tante congregazioni religiose, specialmente femminili, che – seguendo il suo esempio - operano in favore delle vittime della tratta.
Il Papa guarda anche alla comunità cristiana, “luogo della comunione vissuta tra i fratelli”, la cui diversità di origine e stato sociale “non ne sminuisce la dignità, né li esclude dall'appartenenza al popolo di Dio”, poiché tutti sono accomunati dal “vincolo di fraternità in Cristo”.
Siano rispettate, dunque, “dignità, libertà e autonomia dell’uomo”, improntando i rapporti interpersonali a “rispetto, giustizia e carità”, in nome della fraternità, “vincolo fondante” della famiglia e della società.
da Avvenire del 10 dicembre 2014

mercoledì 10 dicembre 2014

Le piante di Natale

Le origini dell’albero di Natale sono incerte; una tradizione sostiene che durante il Medioevo nelle piazze davanti alle cattedrali tedesche si innalzava l’albero del bene e del male, cioè quello del Paradiso terrestre con appese le mele del peccato originale. Infatti Gesù Bambino veniva a cancellare la colpa di Adamo ed Eva e dunque era giusto ricordarlo a tutti i fedeli.
Col tempo, poi, le mele rosse e lucide sono diventate palle luccicanti e multicolori, mentre all'albero sono state aggiunte candele e più tardi luci elettriche, a indicare la luminosità spirituale della notte di Betlemme. È dunque un errore sostenere che l’albero sarebbe un simbolo «meno cristiano» del presepe, solo perché è molto usato nei Paesi nordici: invece, se viene spiegato secondo la sua origine e il suo significato, è anch'esso un segno importante di Cristo, albero luminoso che offre al mondo i frutti del bene.
La Stella di Natale è una delle piante ornamentali più utilizzate durante il periodo dell’Avvento per addobbare le nostre case. Le sue origini sono messicane e per questo ha decisamente poco a che fare con i climi invernali e non sopporta il gelo. Per le popolazioni indigene del Messico era simbolo di purezza. È stata portata negli Stati Uniti, e poi nel resto del mondo, dall'ambasciatore americano in Messico Joel Poinsett nel 1825.
Una leggenda racconta di una bimba messicana povera che non aveva soldi per procurarsi fiori belli da portare in dono a Gesù Bambino, come avrebbero fatto i suoi compagni, la sera della vigilia di Natale. Decise, allora, di raccogliere delle erbe lungo la strada e di farne un mazzetto legato dal nastro rosso che aveva tra i capelli. Quando lo depose in Chiesa, ai piedi della statua di Gesù Bambino, una delle sue lacrime cadde in quell'umile mazzetto che si trasformò in una pianta rigogliosa con foglie rosse e verdi, da quel momento ribattezzata “Flores de la Noche buona”.
L’agrifoglio (molto simile e altrettanto «natalizio» è anche il pungitopo) resta una delle piante simbolo del Natale. Già i romani, che lo consideravano una pianta magica utile a cacciare gli spiriti cattivi, lo usavano per adornare le pareti durante le feste Saturnalia, che si celebravano appunto in questo periodo dell’anno, e l’usanza si è tramandata fino a noi: un po’ per superstizione antica, un po’ perché le sue foglie (non i frutti: quelli sono velenosi!) possono servire per cacciare la febbre o diminuire la tosse se fatte bollire in acqua calda.
Nel Medioevo le bacche e le punte aguzze furono invece interpretate come gocce di sangue nate da una corona di spine, ovvero un’anticipazione della morte di Cristo in croce: come se la natura, facendo fiorire l’agrifoglio proprio a Natale, avesse voluto mandare agli uomini un chiaro messaggio sul destino di quel tenero e innocente Bambino appena nato a Betlemme.

FONTE: Popotus del 9 dicembre 2014

venerdì 5 dicembre 2014

Per vincere la fame nel mondo

«Gli esseri umani, nella misura in cui prendono coscienza di essere parte responsabile del disegno della creazione, diventano capaci di rispettarsi reciprocamente, invece di combattere tra loro, danneggiando e impoverendo il pianeta.
Anche agli Stati, concepiti come comunità di persone e di popoli, viene chiesto di agire di comune accordo, di essere disposti ad aiutarsi gli uni gli altri mediante i principi e le norme che il diritto internazionale mette a loro disposizione.
Una fonte inesauribile d’ispirazione è la legge naturale, iscritta nel cuore umano, che parla un linguaggio che tutti possono capire: amore, giustizia, pace, elementi inseparabili tra loro.
Come le persone, anche gli Stati e le istituzioni internazionali sono chiamati ad accogliere e a coltivare questi valori, in uno spirito di dialogo e di ascolto reciproco.
In tal modo, l’obiettivo di nutrire la famiglia umana diventa realizzabile
».

Papa Francesco in occasione della sua visita alla sede della Fao in Roma  (seconda Conferenza internazionale sulla nutrizione, 21 novembre 2014)



martedì 2 dicembre 2014

Feste e celebrazioni nell'Ebraismo e nel Cristianesimo

feste e celebrazioni nell_ebraismoUna mappa per cominciare a conoscere l'Ebraismo attraverso alcune delle sue feste (clicca sull'immagine).











Una presentazione sulle feste nel Cristianesimo.

presentazione_festecristianesimo

lunedì 1 dicembre 2014

La violenza in nome di Dio merita la più forte condanna

In qualità di capi religiosi, abbiamo l’obbligo di denunciare tutte le violazioni della dignità e dei diritti umani. La vita umana, dono di Dio Creatore, possiede un carattere sacro. Pertanto, la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l’Onnipotente è Dio della vita e della pace.
Da tutti coloro che sostengono di adorarlo, il mondo attende che siano uomini e donne di pace, capaci di vivere come fratelli e sorelle, nonostante le differenze etniche, religiose, culturali o ideologiche. Alla denuncia occorre far seguire il comune lavoro per trovare adeguate soluzioni. Ciò richiede la collaborazione di tutte le parti: governi, leader politici e religiosi, rappresentanti della società civile, e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. In particolare, i responsabili delle comunità religiose possono offrire il prezioso contributo dei valori presenti nelle loro rispettive tradizioni.
Noi, musulmani e cristiani, siamo depositari di inestimabili tesori spirituali, tra i quali riconosciamo elementi di comunanza, pur vissuti secondo le proprie tradizioni: l’adorazione di Dio misericordioso, il riferimento al patriarca Abramo, la preghiera, l’elemosina, il digiuno… elementi che, vissuti in maniera sincera, possono trasformare la vita e dare una base sicura alla dignità e alla fratellanza degli uomini. Riconoscere e sviluppare questa comunanza spirituale – attraverso il dialogo interreligioso – ci aiuta anche a promuovere e difendere nella società i valori morali, la pace e la libertà (cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla Comunità cattolica di Ankara, 29 novembre 1979)
Papa Francesco nel viaggio in Turchia (novembre 2014)


domenica 30 novembre 2014

Mary, Did You Know?

Bellissimo canto per prepararci al Natale.

 

Testo 


Mary, did you know
That your baby boy will one day walk on water?

Mary, did you know That your baby boy will save our sons and daughters?
Did you know
That your baby boy has come to make you new?
This child that you've delivered
Will soon deliver you

Mary, did you know
That your baby boy will give sight to a blind man?

Mary, did you know
That your baby boy will calm a storm with His hand?
Did you know
That your baby boy has walked where angels trod?
And when you kiss your little baby
You've kissed the face of God

Mary, did you know?
The blind will see
The deaf will hear
And the dead will live again
The lame will leap
The dumb will speak
The praises of the Lamb

Mary, did you know
That your baby boy is Lord of all creation?
Mary, did you know
That your baby boy will one day rule the nations?
Did you know
That your baby boy is heaven's perfect Lamb?
This sleeping child you're holding
Is the Great I Am

Oh Mary did you know?

Traduzione 

Maria, lo sapevi che il tuo figliolo un giorno avrebbe camminato sull'acqua?
Maria, lo sapevi che il tuo figliolo avrebbe salvato i nostri figli e le nostre figlie?
sapevi che il tuo figliolo è venuto per renderti nuova?
questo bambino che tu hai fatto nascere presto farà nascere te?

Maria, lo sapevi che il tuo figliolo avrebbe dato la vista ad un uomo cieco?
Maria, lo sapevi che il tuo figliolo avrebbe calmato una tempesta con la sua mano?
sapevi che il tuo figliolo ha camminato dove gli angeli hanno passeggiato sapevi che quando baci il tuo bambinello hai baciato il volto di Dio?
Maria, lo sapevi? Maria, lo sapevi?
i ciechi vedranno, i sordi sentiranno,
i morti risorgeranno gli zoppi salteranno,
i muti parleranno, sia lodato l'agnello!

Maria, lo sapevi che il tuo figliolo è il Signore della creazione?
Maria, lo sapevi che il tuo figliolo un giorno governerà le nazioni?
sapevi che il tuo figliolo sarebbe stato l'agnello perfetto del Paradiso?
quel bambino che dorme e che tu stai abbracciando è il grande "Io Sono"

Maria, lo sapevi? Maria, lo sapevi? Maria, lo sapevi?

venerdì 28 novembre 2014

Il cellulare a tavola. No, per favore, no!!!

Il pranzo e la cena dovrebbe essere momenti in cui la famiglia si incontra.
Come si condivide il cibo si dovrebbe condividere il racconto della giornata, le emozioni provate.
Oggi non è facile ritrovarsi nello stesso momento, tutti insieme a tavola. Difficile conciliare gli orari, ancor più complicato parlare, tutti presi a vedere ed ascoltare la televisione, per non parlare dei cellulari.
Guardate cosa ha fatto questo papà. Geniale!!!

 

sabato 22 novembre 2014

La grazia delle domande

Perché farsi le domande, come abbiamo detto a scuola, fa parte dell'essere umani.
Sarebbe veramente un peccato rinunciarvi, come lo sarebbe il pensare che tanto risposte non ce ne sono.

«A tredici, a quattordici anni io vivevo prevalentemente per strada. Ogni tanto passavo la notte da qualche amica che abitava in campagna. Invece di dormire, trascorrevamo il tempo sdraiate nei campi, incuranti del freddo, dell’umido, e interrogavamo per ore la volta celeste.
Importava qualcosa di noi alle stelle lassù? Il fuoco che ardeva in loro era per noi inimmaginabile: quei piccoli soli dal basso della terra sembravano soltanto dei puntini di ghiaccio. Da qualche parte nello spazio siderale era nascosto il nostro destino? O invece era scritto solo nel nostro cuore? Come sarebbe stata la nostra vita adulta? Avremmo fatto un lavoro che ci piaceva? E avremmo trovato prima o poi il grande amore? E i figli? Quel cielo che, da parte a parte, colmava l’orizzonte era la nostra sfera di cristallo.
Nell'adolescenza la grazia delle domande bussa per l’ultima volta spontaneamente alla porta. In un’epoca di rare distrazioni come quella in cui sono cresciuta, bussava quasi con irruenza.
Ora invece deve sgomitare nel frastuono per riuscire a farsi aprire se non una porta, almeno uno spiraglio.
Ma sicuramente bussa e continua a bussare e, ai ragazzi che osano porsi in ascolto, offre da subito un dono straordinario - la luce che a un tratto irrompe nello sguardo».
Susanna Tamaro, in Avvenire del 21 novembre 2014


giovedì 20 novembre 2014

Gli amici che vorrei

«Prof, non ne posso più. G. mi prende sempre in giro».
G., ma potrebbe essere tutte le lettere dell'alfabeto (in lui infatti rivedo tanti alunni, ragazzi e anche ragazze, perché ormai il bullismo non è più prerogativa dei maschi), forse non si rende conto del male che arreca agli altri. Superficialità, rabbia, mancanza di empatia, ..... chissà cosa si nasconde dietro il comportamento di un bullo. Non mi addentro nelle analisi sociologiche e/o psicologiche, ma  lascio parlare un ragazzo, anche lui ipotetico, come il nostro G., che rappresenta invece i tanti studenti che desiderano venire a scuola per imparare e stare bene con i compagni.

«Non sono più un bambino piccolo, ma i genitori, che ancora non ne sono convinti, non fanno che predicare: «Quei ragazzi non ci piacciono. Non ci andare». Anche un insegnante che mi vuole bene ogni tanto mi avverte: «Mi raccomando stai attento a quei tipi lì».
Io, però, lo so quali sono i compagni e le compagne con i quali fare amicizia, e quelli, invece, che più mi stanno lontani e meglio è.
Non mi piacciono quelli che vogliono avere sempre ragione, anche quando dicono stupidaggini, e che non soltanto insistono sulle loro idee, che sarebbe giusto, ma lo fanno arrabbiandosi, urlando, come se volessero farti paura. Non mi piacciono quelli che, se tu gli dici che sei tifoso dell’Inter, non rispettano la tua idea e non te la lasciano nemmeno spiegare, ma ti dicono che sei stupido e non capisci niente. Meno che meno mi piacciono coloro che, magari perché sono più grossi o perché sono in tanti, se non la pensi e non ti comporti come loro, minacciano di picchiarti, oppure di bucarti le ruote della bicicletta. Alla larga, da questi ultimi! Credono di rendere giuste le idee sbagliate con i pugni o con i dispetti. Invece, secondo me, una cosa sono le idee, e un’altra i muscoli.
A scuola ci hanno parlato di Gandhi. Era tutto pelle e ossa, però ha vinto gli inglesi con le idee, non con le botte. Certo, a volte anche a me viene voglia di ricorrere ai pugni e ai calci ma, se lo facessi, mi risponderebbero con pugni e calci, e non si finirebbe più.
Mi piacciono, invece, i compagni e le compagne che ti ascoltano, che ti lasciano spiegare, che non ti offendono e non ti minacciano, e soprattutto che rimangono amici tuoi anche se non la pensi e non ti comporti come loro. Mi piacciono quelli che sono coraggiosi perché sono capaci di difendere le proprie idee anche se rimangono da soli. Queste persone Gesù le chiamava “miti”, altri le chiamano “non violenti”. Io li chiamo gli amici che cerco e voglio avere vicino».
Tonino Lasconi in Popotus del 18 novembre 2014

domenica 16 novembre 2014

Migliori si può

"Migliori si può. Anche le parole possono uccidere" è una campagna sociale promossa da Avvenire, Famiglia Cristiana, la Federazione italiana settimanali cattolici e dall'agenzia pubblicitaria Armando Testa, per dire no alla discriminazione.
I volti che compaiono, trafitti da parole denigratorie che assumono la forma di proiettili, ci fanno ben capire quanto i pregiudizi facciano male.
Dire "no" alla discriminazione, è dire un “sì” a una società più sensibile, attenta, accogliente. Carissimi alunni, quante volte anche la nostra scuola è ambiente poco accogliente? Quante volte le parole hanno ferito e feriscono?
PS: ricordo agli adulti che è possibile aderire a questa campagna sottoscrivendola qui da dove è anche possibile scaricare tutti i "volti trafitti".

martedì 11 novembre 2014

La vita di Gesù in stile twitter

Cari ragazzi di terza, date un'occhiata qui.
Spero possa offrirvi qualche spunto per il lavoro che vi è stato affidato: «Costruire un’ipotetica pagina Facebook con i personaggi incontrati nell'unità che aveva per tema l'uomo la ricerca di Dio».
Il video che propongo ci presenta la vita di Gesù in "stile twitter".

lunedì 3 novembre 2014

Com'è nato l'uso di farsi il segno della croce?

Il segno di croce è il primo gesto di fede che impariamo ed è quello che accompagna ogni preghiera ufficiale o personale della Chiesa. La simbologia che esprime è limpida, specialmente quando è accompagnato dalle parole «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo». La sua storia è antichissima e si perde nelle origini della Chiesa apostolica, che inizia a strutturare la propria fede attraverso gesti e parole comuni.
Le prime testimonianze risalgono all'epoca dei padri e si riferiscono al piccolo segno di croce, l'unico allora in uso, fatto con il pollice, in genere sulla fronte, talora su altre parti del viso e poi del corpo. Tertulliano, autore a cavallo fra il II e il III secolo, parla di un uso personale e diffuso del segno di croce. In un'opera dove paragona l'impegno battesimale dei cristiani al giuramento dei soldati dell'impero, afferma: «Se ci mettiamo in cammino, se usciamo od entriamo, se ci vestiamo, se ci laviamo o andiamo a mensa, a letto, se ci poniamo a sedere, in queste e in tutte le nostre azioni ci segniamo la fronte col segno di croce» (La corona dei soldati, III,4).
Poco più tardi compaiono le prime testimonianze liturgiche. Si tratta sempre del piccolo segno di croce, che accompagna in vari momenti la liturgia battesimale, con la quale è comunicato il mistero della Pasqua di Cristo, per vivere nella comunione della Trinità.
Secondo la Tradizione apostolica, venerando testo liturgico di ambiente romano del III secolo, l'ultimo esorcismo con cui si comanda allo spirito nemico di allontanarsi dai candidati al Battesimo è accompagnato da un segno di croce sulla fronte, sulle orecchie e sulle narici (n. 20). Al termine del rito l'unzione sulla fronte con il sacro crisma sigilla il rito battesimale: il vescovo «lo segni sulla fronte, lo baci e dica “Il Signore sia con te”, e colui che è stato segnato risponda “E con il tuo spirito”» (n. 21). Il gesto, poi, accompagna la vita personale di fede del credente: «Quando sei tentato, segnati devotamente la fronte: è il segno della Passione, conosciuto e sperimentato contro il diavolo se lo fai con fede, non per essere visto dagli uomini, ma presentandolo… come uno scudo» (n. 42).
L'uso di segnarsi anche il petto risale al V secolo: nasce nell'Oriente cristiano, si diffonde poi in Gallia e nel rituale romano (unzione con l'olio dei catecumeni; durante la Messa all'inizio della lettura del Vangelo). Sempre in Oriente, durante il VI secolo, nasce l'uso di segnarsi con tre o due dita aperte, mentre le altre sono tenute chiuse. Il gesto rinvia alle lotte teologiche per definire la fede nella Trinità (le tre dita aperte) o in Cristo, vero Dio e vero uomo (le due dita sempre aperte).

Ancora una volta l'uso passa nella tradizione latina. Ne abbiamo una plastica rappresentazione in un bassorilievo del duomo di Modena, che risale al XII secolo, dove si vedono alcuni fedeli che si segnano sulla fronte con le tre dita aperte, davanti al sacerdote che inizia a leggere il Vangelo.
L'uso di un grande segno di croce nasce presso i monasteri all'incirca nel X secolo, ma probabilmente risale ad epoche anteriori, specialmente nell'uso privato. All'inizio era tracciato ancora con le tre dita aperte e scendendo dalla fronte al petto, passando poi dalla spalla destra a quella sinistra. La tipologia del gesto è tipicamente orientale. In passi successivi, la tradizione occidentale ha cominciato ad usare la mano distesa, invertendo il senso da sinistra a destra. Questo modo entra in modo codificato nella liturgia romana solo con la riforma liturgica del XVI secolo, dopo il concilio di Trento (Messale di san Pio V). Infine, ricordiamo come il segno della croce era spesse volte accompagnato da una formula. Quella trinitaria, che usiamo ancora oggi, risale alla redazione del Vangelo ed è divenuta canonica dalla riforma carolingia del IX secolo. Ma erano in uso anche altre formule, come quando si apre la preghiera del mattino, segnandosi la bocca e dicendo: «Signore apri le mie labbra…». I Greci usano dire: «Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi». Questo gesto, sia pure attraverso piccole modifiche, ha accompagnato la vita di fede della Chiesa lungo i secoli. Riprendendo le parole dell'inizio, è come un incipit per momenti di fede che il credente ha la consapevolezza di vivere. Attraverso la Pasqua di Cristo, nella quale siamo stati immersi attraverso il Battesimo, siamo chiamati a vivere nell'amore della Trinità: il segno di croce ricorda a tutti noi a quale speranza siamo stati chiamati.

padre Valerio Mauro, docente di Teologia Sacramentaria, in http//www.aleteia.org/  (08/09/2014)

sabato 1 novembre 2014

Non abbiamo bisogno di Halloween

Non c'è nulla da fare. "Zucche" sempre più vuote che si lasciano coinvolgere in un rito sempre più superficiale e commerciale.
Ieri ho chiesto ai miei alunni che cosa avrebbero festeggiato con Halloween. A parte le affermazioni "è divertente, ci mascheriamo, facciamo un po' di casino, spariamo i minicciccioli (petardi)" non ho avuto altre motivazioni (ma già queste basterebbero per il trionfo del "vuoto").
Non credo che sapendo che il 31 ottobre è il capodanno dei satanisti prenderebbero le distanze da questa festa, anzi, forse ne rimarrebbero ancor più affascinati. Mi disturba però, più che l'atteggiamento degli alunni, quello di alcuni insegnanti, che fin dalla scuola dell'infanzia bombardano i bambini di zucche, ragnatele, streghe, scheletri, ecc. Ma come? Noi che siamo così attenti ai crocifissi, ai presepi e a tutte le tradizioni di cristiana memoria (che non abbiano a "contaminare" la laicità della scuola), ci pieghiamo in modo così acritico a questo rito?!!!
Non abbiamo bisogno di Halloween, perché i nostri figli devono crescere in modo intelligente, perché dobbiamo parlare loro di morte ma in modo corretto e non attraverso il macabro e l'horror.
Faccio mie le parole di Maria Rita Parsi (tratte dall'intervista di Lucia Bellaspiga su Avvenire del 31 ottobre 2014):
 «Per favore, disfiamoci di Halloween, festeggiamo Ognissanti e i nostri morti ». Un appello che viene dalla voce laica della psicoterapeuta Maria Rita Parsi, presidente della Fondazione Movimento Bambino e membro della Commissione Onu per i diritti dei fanciulli. «Sono feste bellissime, credenti o non credenti tutti portiamo il nome di un santo, è l’onomastico di tutti noi, basta con questo scempio finalizzato solo al consumo».
Che fare per fermare una moda che ormai sembra inarrestabile?
Io con Mariella Lentini ho compilato due tomi intitolati 'Tutti i santi dei bambini', in cui abbiamo raccolto 5mila profili di santi particolari, ognuno con la sua immagine e la sua storia, che appartengono a tutte le professioni, dall'artista al mendicante. Vogliamo così alimentare nei piccoli il senso della solidarietà e del soccorrere l’altro, proporre i modelli di grandi santi del quotidiano: è la nostra risposta.
Secondo lei riusciremo più a scalzare il malcostume? Viviamo purtroppo in un mondo globalizzato, che rimbalza da una parte all'altra le culture più invasive e infestanti, che non ci appartengono. Questa idea delle zucche vuote mi pare una metafora di ciò che stiamo imponendo ai nostri figli. Tagliate così da evocare il lugubre e il dark... è inutile negare che ammiccano al satanico, e questo non aiuta certo i bambini nella crescita intelligente.
La rinuncia a Ognissanti e al giorno dei morti, di cui in classe non si parla (ma si parla invece di Halloween, e tanto) non è un impoverimento grave?
Le feste hanno sempre un grande significato, i Santi e i Morti sono un dolce declinare fino all’8 dicembre, il giorno della Madonna, che poi porta al Natale. Cancellare tutto questo, anche per i non credenti, significa recidere radici vitali per la nostra identità. E cosa diamo in cambio? Sangue e viscere ostentate per un gusto dell’orrido? Bel guadagno...
Perché allora Halloween ha avuto tanto successo? Per motivi biecamente commerciali. E noi siamo così stupidi da cascarci. Questa è una festa che 'si consuma' e basta, non porta e non significa nulla, è divertimento oscuro che abbiamo imposto ai bambini e che loro si adeguano ad attendere e amare... Purtroppo i genitori giovani non hanno l’attenzione e la cultura per opporsi, non conoscono nemmeno loro le tradizioni vere. Mi appello invece ai nonni, ribellatevi ad Halloween: se avete voce in capitolo quando si tratta di tenere i bambini al pomeriggio, abbiatela anche per dire la vostra su questo.
Si sostiene che Halloween esorcizzi la morte e per questo soppianta la visita ai cimiteri nel giorno dei morti... 
È importante popolare i cimiteri con il passo leggero dei bambini, quello è il modo di esorcizzare la morte. Bisogna far vedere ai piccoli le immagini dei loro defunti, che vedano dov’è il nonno o il fratellino, così elaborano davvero il lutto: le zucche vuote non danno alcun vissuto della vita familiare. La morte non è dark, fa parte dell’esperienza della vita quotidiana ed è la madre di tutte le angosce. Esorcizzarla in maniera giusta e profonda è fondamentale».

domenica 26 ottobre 2014

L'inferno e il paradiso

Un Sant'uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l'Inferno». Dio condusse il sant'uomo verso due porte. Ne aprì una e gli permise di guardare all'interno.
C'era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant'uomo sentì l'acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall'aspetto livido e malato. Avevano tutti l'aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po', ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca.
Il sant'uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: "Hai appena visto l'Inferno". Dio e l'uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l'aprì. La scena che l'uomo vide era identica alla precedente. C'era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l'acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch'esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo. Il sant'uomo disse a Dio : «Non capisco!»
E' semplice, - rispose Dio, - essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire se' stessi....ma permette di nutrire il proprio vicino. Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell'altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi...

domenica 19 ottobre 2014

Ogni spazio ha il suo perché

La torre pendente a Pisa. Quella tutta in ferro progettata da Eiffel a Parigi. La Statua della Libertà a New York. Un edificio (per le sue proporzioni anche la scultura alle porte di Manhattan lo è) può diventare il simbolo di una città, al punto che la nostra fantasia identifica quel luogo con quella costruzione. 
A volte però gli edifici sono talmente forti da disegnare attorno a sé la città, preesistente, presente e futura, e gettare la loro luce tutta attorno. Sono più di un simbolo, di un’immagine. Sono corpo di una storia ancora in corso.
Se su Google Maps osservate la piantina di Milano, noterete che è fatta da una serie di strade come anelli concentrici che si allargano da un punto particolare: il Duomo. Ma non basta dire che la Cattedrale è fisicamente il cuore della metropoli. Questa chiesa, grande, bellissima, incarna come niente altro lo spirito e l’ambizione di questa città.
Noi oggi fatichiamo a immaginarlo, abituati a costruzioni realizzate con materiali di ogni tipo, ma quando incominciò a salire e a prendere forma, questo Duomo doveva apparire come un Ufo atterrato nel mezzo della pianura padana. Osservate bene di cosa è costruito e guardatevi attorno. Marmo (rosa per la precisione). Ma lì in giro per chilometri e chilometri non c’è una montagna, non una cava. E infatti il materiale per eccellenza dell’architettura di pianura è il “cotto”, ossia il mattone, fabbricato con l’argilla. Di pietra, costosissima, si ricoprivano facciate, non certo edifici interi, e di questa dimensione!
La costruzione del Duomo di Milano è dunque una sfida, la dimostrazione della capacità di una città di superare i propri limiti. Per far questo furono costruite vie d’acqua (i famosi “navigli”) che dal Lago Maggiore consentissero il trasporto del marmo fino al cantiere: canali che per secoli hanno caratterizzato la forma e il funzionamento della città. Non stupisce che ci siano voluti più di cinquecento anni per terminare questa cattedrale. Ancora oggi i milanesi quando una faccenda è tanto lunga che pare non finire mai, dicono che «la par la fàbrica del Dòmm»...
Il Duomo di Milano è stato concepito per suscitare ammirazione e meraviglia. Così alto, aguzzo e bianco, doveva sembrare una montagna spuntata al centro della pianura. I viaggiatori del passato raccontano come dava il meglio di sé nelle notti di luna piena, quando la superficie del marmo diventava d’argento e brillava come un’apparizione da un’altra dimensione. Oggi l’illuminazione artificiale ci ha tolto la possibilità di rivivere quell'emozione.
Ma la meraviglia e lo stupore restano intatti.


Quell'Ufo nel centro mette in moto Milano, da Popotus del 4 settembre 2014

venerdì 17 ottobre 2014

Presente, proff!!!

Vi propongo un bella riflessione di un collega di religione. Nella sua storia mi ci ritrovo anch'io.


Ogni giorno, verso le otto del mattino, io mi aggiro per i corridoi per raggiungere la classe che mi aspetta, e do e ricevo i saluti degli oltre ottocento studenti del liceo romano in cui insegno religione cattolica. Di questi, più della metà sono miei studenti. Un professore di religione ha una sola ora a settimana per poter insegnare qualcosa su Dio, brevi cenni sull'universo e il senso della sua esistenza, una bella impresa non c’è che dire, un colpo solo come dice De Niro nel Cacciatore.
Un’ora sola vuol dire anche avere diciotto classi, una cifra impressionante comparata con quella degli altri docenti: il collega di educazione fisica, che subito dopo di me ne ha più di tutti gli altri, con due ore settimanali, ne ha solo la metà, nove. Diciotto classi vuol dire circa cinquecento studenti; gli altri colleghi io non li vedo proprio, un po’ come Juventus-Albino Leffe.
Alla fine, per varie applicazioni della proprietà transitiva, i ragazzi del liceo Albertelli io li conosco tutti; è il privilegio e l’onere della mia professione. Per la legge dei grandi numeri lo sforzo maggiore di un professore di religione è quello di memorizzare volti e nomi di questa tribù migrante, ragazzi che entrano piccoli ed escono grandi, trasformati sicuramente nel fisico e, si spera, anche nello spirito.
Il momento fondamentale è allora quello dell’appello. Io lo faccio sempre, non solo alla prima ora per segnare gli assenti. È per me un modo per fissare i nomi e i volti, e poi è un’occasione per spiegare ai ragazzi del primo anno che non si tratta di una mera procedura burocratica ma qualcosa di molto significativo: qualcuno li chiama, fa il loro nome, e loro rispondono 'presente!'. Non è poco.
C’è un mondo intero in questi pochi secondi. C’è il nome e c’è il volto, due cose che rimarranno, per sempre. E c’è la vocazione, e la sequela.
Cito Benedetto XVI: «La vita comincia con una chiamata perché tutta la vita è una risposta ad una chiamata». E poi abbasso il livello (non si può sempre stare a vette troppo elevate) e cito la battuta più famosa del cartone animato Kung-Fu Panda: «Ieri è storia, domani è mistero, oggi è un dono, per questo si chiama presente». Mi tocca citarla anche perché, scopro, sgomento, che c’è un’altra parola che si è perduta, una parola preziosissima: presente.
Non sanno più, questi ragazzi, che in italiano (ma anche in inglese) presente vuol dire proprio 'dono'. Devo intervenire, urgentemente: «Ecco che con quella parolina non state solo dicendo che non siete assenti, ma state rivelando, anche a voi stessi, la vostra più profonda verità: voi siete un dono, ogni uomo lo è. In fondo di questo parleremo per i prossimi cinque anni».
L’oneroso privilegio ora può cominciare.

L’appello e la risposta 'presente': dono dimenticato, di Andrea Monda in Avvenire del 1 ottobre 2014

domenica 12 ottobre 2014

Questa è la bellezza!!!

Due minuti per riflettere su tante cose:
- la poesia siamo noi
- la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere
- fate soffiare in faccia alla gente la felicità
- per trasmettere la felicità e il dolore bisogna essere felici
- non abbiate paura a soffrire
- è da distesi che si vede il cielo
- fatevi obbedire dalle parole
Sono proprio sibillina oggi....
Per capirci qualcosa cliccate  qui.

mercoledì 8 ottobre 2014

Le religioni sono una risposta

Il sentimento religioso nasce dalle domande che riguardano il senso ultimo, definitivo della propria vita, della storia di tutti gli uomini, dell'intero universo.
Le religioni, anche se in modo diverso, aiutano l'uomo nella ricerca di un significato per la propria vita, formulando ipotesi di risposta ai grandi interrogativi esistenziali:
  • sulla natura dell'uomo;
  • sul senso e il fine della vita;
  • sul bene e sul male;
  • sul peccato;
  • sull'origine e lo scopo del dolore;
  • sulla via per raggiungere la felicità;
  • sulla morte;
  • sull'aldilà.
Vi lascio alcuni link per introdurci al percorso di ricerca di alcuni personaggi.
Si tratta di uomini che si sono lasciati interrogare dalla loro vita, che non si sono accontentati di risposte preconfezionate.
A questi link aggiungo alcune parti di un documento del Concilio Vaticano II, la Nostra Aetate, in cui la Chiesa ci dice qualcosa proprio sulla ricerca di senso che accompagna gli esseri umani e sulle religioni.

Abramo 

Buddha

Agostino

SanFrancesco  









































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