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venerdì 17 gennaio 2014

Sul dialogo

Cosa vuol dire dialogare? Quali sono le condizioni per un dialogo autentico?
Vi propongo alcune riflessioni lette su Avvenire del 22 dicembre 2013.

«Innan­zitutto è necessaria una disponibilità all’ascolto dell’altro e un’accettazione della sua diversità: non possiamo sce­gliere gli interlocutori a nostro piaci­mento ma dobbiamo fare i conti con chi ci sta concretamente di fronte. An­zi, è importante praticare il dialogo a cominciare dagli interlocutori più vici­ni, per poi allargarlo progressivamente: è questa una capacità rara ma indi­spensabile, unitamente alla pazienza che rifugge dal ricorso a facili scorcia­toie e ad avventurose corse in avanti, per accettare invece, con una buona do­se di umiltà, di ricominciare ogniqual­volta l’obiettivo della reciproca com­prensione, della civile convivenza e del­la pace lo richieda.
Possiamo allora fare a meno del dialo­go? Nella stagione che attraversa la so­cietà a livello planetario, la domanda non si pone nemmeno: rifiutare il dia­logo significa semplicemente scegliere il conflitto come linguaggio di scambio, lasciare che la parola passi alle armi. Le dimensioni globali del confronto etico, sociale, economico sono tali, infatti, che l’alternativa al dialogo non sia un rin­chiudersi nella propria autosufficien­za, ma il lasciare campo libero a quan­ti del dialogo non ne vogliono sapere e lo considerano un fastidioso protocol­lo da soddisfare formalmente per poter passare il più rapidamente possibile a strumenti più sbrigativi e violenti.
Allora, nella difficile stagione di dialogo che attende la nostra società, il ruolo che attende i cristiani non è solo quello di for­nire argomentazioni solide e motivate in difesa di principi e valori imprescin­dibilmente legati all’annuncio del van­gelo, ma è anche quello di sostenere ta­li affermazioni con una prassi concre­ta, quotidiana: saper ascoltare tutti è ciò che caratterizza uno spazio di autenti­ca libertà in cui è possibile il formarsi di un’opinione condivisa, il recupero di quella parresia, di quella onestà di pen­siero e franchezza di parola che fa par­te dello statuto cristiano e che resta 'buona notizia' per il mondo intero». (Enzo Bianchi)


«Chi crede che l’altro sia per definizione nel torto non ha chia­ramente alcun interesse ad ascoltare un punto di vista opposto al proprio. Un dialogo non è il faccia a faccia di un gruppo con­tro l’altro, in cui ognuno crede di dover dire noi e non io, e di avere la missione di difendere una volontà di potenza con­tro un’altra. Un dialogo diventa serio quando il rispetto re­ciproco va al di là della semplice civiltà, e quando, come diceva Paul Tillich, «il dialogo con l’altro è anche un dialogo con se stessi». Quando si è tanto genero­si o lucidi da capire che gli elementi che sono nel­l’altro sono, potrebbero o avrebbero potuto es­sere anche in noi stessi. Siamo lontani dal po­litical training , per cui agli indigeni del Sud e dell’Est hanno insegnato a pensare e parlare be­ne come nella metropoli. Niente a che vedere nemmeno con le intimazioni imprecatorie e ran­corose per le quali solo il Nord è colpevole, e di tutto. Qui siamo solidali e corresponsabili, per fare in modo di rendere questo mondo comune, nonostante e con tutte le nostre differenze, un po’ meno omicida di quanto non lo sia già».(Regis Debray)

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