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giovedì 31 luglio 2014

I padri e le madri che hanno sconfitto l'odio

di Andrea Avveduto in Avvenire del 26 luglio 2014

Una madre israeliana scrive una lettera ai genitori di un giovane palestinese appena arrestato, messo in carcere perché solo pochi mesi prima aveva ucci­so suo figlio David, di 28 anni. «Do­po che vostro figlio è stato arresta­to – scrive Robi Damelin – ho tra­scorso diverse notti insonni chie­dendomi cosa fare: far finta di nul­la o cercare di trovare una strada per chiudere il cerchio? E poi ho de­ciso di cercare la via della riconci­liazione ». La lettera di Robi venne pubblicata su Haaretz, il giorno di Yom Kippur, con il titolo: «Io l’ho perdonato». Quella donna coraggiosa aveva in­carnato nella lettera lo spirito di Pa­rent’s Circle, un’associazione nata esclusivamente dal desiderio di in­centivare il dialogo tra israeliani e palestinesi. «Noi, che abbiamo per­so i nostri figli nella guerra fra i due popoli, sosteniamo la pace. Noi, madri e padri, vogliamo arrivare a un accordo fra i due popoli, perché non accada più a nessuno quanto è successo ai nostri figli». Erano so­lo dieci nei primi anni Novanta, quando è nata l’associazione. Og­gi sono più di seicento. Ogni gior­no girano per le scuole, racconta­no le loro storie di sofferenza, co­me quella di Robi e di suo marito, e soprattutto raccontano perché hanno scelto di perdonare. Storie che toccano i cuori. Come quella di Yitzhak Frankenthal , ebreo os­servante e padre di cinque figli. Nel 1994 suo figlio Arik stava prestan­do il servizio di leva, quando un commando di Hamas lo sequestrò e lo uccise. Scartata l’idea di chie­dere vendetta, il padre scrisse una lettera a Yitzhak Rabin, il primo mi­nistro di allora, per chiedergli di raggiungere un accordo con i pale­stinesi. «La morte di mio figlio è av­venuta – scrisse al leader della K­nesset – perché non avete ancora preso la decisione seria di fare la pace con i palestinesi». Il tono di questa lettera fu così commovente che Rabin – candidato al Nobel per la pace – chiese a Frankenthal di accompagnarlo a Oslo per assiste­re alla cerimonia di conferimento del premio. Nel corso degli anni le iniziative na­te all’interno dell’Associazione si sono moltiplicate. «Way to reco­very » è una delle ultime, nata per ri­solvere il problema degli sposta­menti sanitari. Perché può capita­re che un paziente palestinese ri­ceva il permesso per curarsi in un ospedale israeliano, soprattutto quando le tecnologie palestinesi non permettono di affrontare ade­guatamente il caso. Il problema è raggiungere l’ospedale. Le ambu­lanze dell’Autorità non possono in nessun caso varcare il checkpoint israeliano, ed è necessario che macchine con la targa gialla (israe­liana) entrino nei territori per pren­dere il paziente e trasferirlo a Tel A­viv, Haifa o Gerusalemme. Per que­sto si è attivata subito una rete di volontari che ha messo a disposi­zione macchine e pulmini. Una spola umanitaria, che «prepara il terreno per costruire un rapporto più stretto tra i nostri due popoli», come dice Yuval Roth. «Dobbiamo partire dai gesti concreti per dimo­strare che è possibile». Come acca­de nelle ambulanze gialle in giro per il Paese, dove le “donazioni in­crociate” non guardano letteral­mente in faccia a nessuno. Sangue palestinese per le vene israeliane e viceversa. In questi giorni di vio­lenza le donazioni si sono intensi­ficate, perché «con tutto il sangue che viene sparso, bisogna gridare al mondo che è più giusto donar­lo ». Non importa se sono israeliani o palestinesi. Lo ha fatto scrivere an­che Robi, sulla tomba di suo figlio David: «La terra è il mio luogo di nascita e tutti gli uomini sono miei fratelli». Lei che è «ebrea e israelia­na. Ma prima di tutto un essere u­mano ».

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