Gioia o felicità?

Gioia viene da gaudium che deriva da gaudeo, godo. Appartiene alla stessa famiglia di "gioiello", ovvero una cosa preziosa, da tenere in grande considerazione.
Felicità, dal latino felix, ha la sua radice nel verbo feo che vuol dire produco, e viene legato alla fertilità, che è espressione della vita. Felice quindi nel senso di contento, appagato.
Nel greco antico invece, felicità è tradotta con eudaimonía che è l'insieme di eu (bene) e daímon (spirito). Il significato etimologico è quello di "spirito buono".
L'infelicità è invece athliótes, che contiene la radice di athléo, nel senso di lotta, sforzo fatica, da cui deriva anche la parola "atleta".
Il termine greco che traduce gioia è euphrosýne, formato da eu (buono) e dal verbo phronéo, che vuol dire penso, intendo.
Nella lingua greca è quindi netta la separazione etimologica tra felicità e gioia.
La felicità si associa con il potere, mentre la gioia si lega a saggezza. Come a dire che la felicità è collegata ad un vantaggio, ad un successo personale, è centrata sull'io, mentre la gioia è propria del saggio che non guarda a se stesso, ma all'insieme di cui è parte.
La felicità è la risposta ad uno stimolo, ad un accadimento e persiste finché lo stimolo non si esaurisce. La gioia, al contrario, è indipendente da qualunque evento. Non tiene nemmeno conto dell'io, di colui che prova felicità, ma deriva da una visione ampia, globale del nostro essere nel mondo, indipendentemente dalla variabilità delle esperienze e del loro effetto immediato.
In sintesi: nella felicità si rimane nell'io, con la gioia si passa dall'io al noi, dalla dimensione ristretta a quella cosmica. (liberamente adattato da V. Andreoli, La gioia di vivere)
L'aver sottolineato la differenza tra queste due espressioni mi permette di capire perché il cristianesimo è un invito alla gioia. In Gv 15,11, Gesù dice: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Da dove viene la pienezza di questa gioia? Dall'amare come ama Dio.
Se leggiamo tutto il brano (Gv 15,9-17) non possiamo non notare quante volte compaiano espressioni legate al lessico degli innamorati:amare, amore, gioia, pienezza, frutti….
E' come se Gesù ci dicesse che se non prendiamo sul serio l'amore rischiamo di non capire qual è il nostro posto nel mondo e quindi di rimanere nell'infelicità.
L'amore di cui parla Gesù non è appagamento personale, ma è accoglienza dell'altro, comunione, ricerca degli ultimi, passaggio dall'io al noi. Amando come ha amato Gesù si entra in circuito di bene (l'Amore di Dio Trinità) dove, superando noi stessi, contribuiamo alla costruzione della pace, della giustizia, della gioia.
Dice Papa Francesco:
«Il cristiano è un uomo e una donna di gioia. Questo ci insegna Gesù, ci insegna la Chiesa, in questo tempo in maniera speciale. Che cosa è, questa gioia? E’ l’allegria? No: non è lo stesso. L’allegria è buona, eh?, rallegrarsi è buono. Ma la gioia è di più, è un’altra cosa. E’ una cosa che non viene dai motivi congiunturali, dai motivi del momento: è una cosa più profonda. E’ un dono. L’allegria, se noi vogliamo viverla tutti i momenti, alla fine si trasforma in leggerezza, superficialità, e anche ci porta a quello stato di mancanza di saggezza cristiana, ci fa un po’ scemi, ingenui, no?, tutto è allegria … no. La gioia è un’altra cosa. La gioia è un dono del Signore. Ci riempie da dentro. E’ come una unzione dello Spirito. E questa gioia è nella sicurezza che Gesù è con noi e con il Padre» (omelia in Santa Marta, venerdì 10 maggio 2013).

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