Chiamare il male bene e vivere felici e contenti (ohibò)

Una riflessione che dedico agli alunni del Liceo.
Albert Bandura nel suo ultimo libro (Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene, Erickson 2017) fa luce sugli aspetti più bui della psiche umana. Come si possono compiere atti crudeli e inumani continuando a vivere in pace con se stessi? Cosa permette a una persona di comportarsi contro le regole morali e non rimanere schiacciata dai sensi di colpa?
Vi ricordate il dogma kantiano "il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me"? Beh, sembra che oggi sia sostituito da "il cielo stellato sarà pure sopra di me, ma nessuna legge morale è in me". Vi rendete conto che messa così, la questione del bene e del male cambia radicalmente? Come sostiene Bandura, il "disimpegno morale" è il mezzo che consente all'individuo di «disinnescare» temporaneamente la sua coscienza personale mettendo in atto comportamenti inumani, o semplicemente lesivi, senza sentirsi in colpa.
Siamo ormai diventati esperti di tutta una serie di artifici che ci "proteggono" dai sensi di colpa: cambiamo le parole (parlare di aggressioni e non di violenze, ad esempio, abbassa la soglia morale e ci fa accettare più facilmente e rapidamente fatti di violenza), deumanizziamo la vittima, spostiamo la  responsabilità ("non è mai colpa mia"), operiamo una distorsione delle conseguenze o non considerazione delle stesse.  E così viviamo beati e tranquilli.
Tutto ciò mi fa paura, perché la conseguenza di questa de-responsabilizzazione è che amiamo l'astratto e odiamo il concreto. Ci armiamo a paladini di principi sacrosanti ma siamo pronti a schiacciare chi ci intralcia nella soddisfazione del nostro tornaconto e appagamento personale.
Il bene, cari ragazzi, non si impone da sé. Ha bisogno delle nostre scelte, coraggiose, a volte (anche spesso) scomode  per noi stessi. Senza discernimento, senza disciplina, non possiamo agire bene e per il bene. Ecco perché la coscienza va educata. Da soli, senza un riferimento certo e chiaro alla Verità che ci trascende (che devo riconoscere, che la si chiami o meno Dio) rischiamo di scambiare il male per bene e viceversa. La Storia ci ha fatto vedere i disastri a cui siamo andati incontro quando abbiamo abdicato alla nostra responsabilità personale. «La mia coscienza è Hitler» affermava
Hermann Göring, mentre un giovane altoatesino Josef Mayr-Nusser, arruolato a forza nelle SS, si rifiutò di giurare fedeltà ad Hadolf Hitler perché «Ci tocca oggi assistere a un culto del leader (Führer) che rasenta l'idolatria» e «se nessuno avrà mai il coraggio di dire no ad Hitler, il nazionalsocialismo non finirà mai». Per questa scelta fu subito incarcerato, processato e condannato a morte come “disfattista”.

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