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mercoledì 16 novembre 2016

In tempo di terremoto

Il terremoto ci ha decisamente sconquassato. Io non so se il resto d'Italia, quell'Italia che non è Marche, Umbria e Abruzzo, abbia una chiara ed effettiva consapevolezza di quanto la nostra vita sia stata sconvolta e continui ad esserlo. Qui nell'entroterra marchigiano niente è come prima: i luoghi dove ho trascorso tante estati da bambina non ci sono più, la mia università non c'è più, le nostre chiese non ci sono più, tante famiglie non possono più far ritorno ad una casa che non c'è più, o che se fosse ancora in piedi potrebbe diventare una trappola mortale. Stiamo tentando di riprenderci una parvenza di normalità, ma non è facile convivere con questa "bestia" che scuote la terra,i nostri cuori, i nostri pensieri. Proprio oggi, fortunatamente al termine delle lezioni, la terra ha dato un piccolo ma sensibile segno della sua vitalità. Alcuni alunni hanno avvertito la scossa ma sono stati bravi nel controllarsi, altri non ci hanno fatto caso perché intenti a preparare lo zaino per l'uscita. Meno male. Ma quanti occhi smarriti sto vedendo da lunedì, da quando cioè è ricominciata la scuola! I ragazzi sono così stanchi di sentire il terremoto e di sentirne parlare che non ci chiedono nulla e a me, che sono la loro insegnante di religione, non chiedono neanche perché Dio permetta questo. Perché questa domanda nasce, emerge dalle viscere come il terremoto, è presente. Se non lo fosse, è perché i ragazzi sono più saggi di noi adulti? Non vorrei invece che l'assenza di questa domanda fosse per una sorta di rassegnazione ad una sofferenza che non capiscono e che sentono vuota, inconsolabile, assurda. Se mi avessero fatto "la domanda" non so cosa avrei risposto esattamente, ma una cosa la so: il terremoto non è una punizione divina (su questo la Santa Sede si è espressa chiaramente). Cosa pensare, allora?
Prendo in prestito le parole di Enzo Bianchi:
"Dio, dove sei?" (...) è l’interrogativo che scuote la nostra fede nel Dio narratoci da suo figlio Gesù: un Padre che non castiga né punisce, ma che perdona, resta misericordioso e invita tutti a non peccare più. È l’antica domanda rilanciata da Voltaire dopo il terremoto di Lisbona del 1755: «O Dio è onnipotente, e allora è cattivo, oppure Dio è impotente, e allora non è il Dio in cui gli uomini credono».Eppure tutta la tradizione spirituale ebraica e cristiana, ci dice che Dio non è lontano, è con le vittime, accanto a loro, in qualche misura partecipa alle sofferenze umane e accompagna silenziosamente ciascuna di loro per abbracciarla al di là della morte e darle quella vita promessa che è stata contraddetta e negata nella storia. Dio è misericordioso, compassionevole, fedele nell'amore: egli ci accompagna senza mai abbandonarci, anche se il male, la sofferenza e la morte restano un enigma che solo a fatica, grazie alla fede e a Gesù Cristo, può diventare mistero di vita.
Ma chiediamoci anche: può Dio intervenire nel mondo con eventi di cui lui è protagonista senza l’azione degli uomini? Può intervenire castigando o compiendo materialmente il bene senza la cooperazione degli uomini? Oppure Dio interviene solo inviando il suo spirito nella mente e nel cuore delle persone che poi agiscono per il bene o per il male?
Molti cristiani oggi sono persuasi che il mondo abbia una propria autonomia da Dio, che siamo veramente liberi e che Dio non può costringerci né con il castigo né con il premio terreno e che quindi la vera domanda da porsi è "Dov'è l’uomo?". Già Rousseau rispondeva in questi termini all'interrogativo di Voltaire. Sì, dov'è l’uomo con le sue responsabilità concrete nella mancata prevenzione, nella cattiva gestione del territorio, nel prevalere dell’interesse personale su quello comune? Eppure questi tragici eventi ci rivelano un duplice volto dell’essere umano: quello assente, irresponsabile, cinico che purtroppo ben conosciamo. Ma anche quello radicalmente "umano", quello della compassione, della dedizione spontanea, volontaria, del lanciarsi in soccorso di sconosciuti, dell’umanissimo piangere con gli altri, del ritrovare proprio scavando tra le macerie del dolore l’appartenenza all'unica famiglia umana che era andata smarrita.
Ecco dov'è l’uomo, l’essere umano nella sua verità più profonda: lì, a mani nude e a cuore aperto, accanto al fratello, alla sorella nella disgrazia. Anche oggi che siamo senza parole dobbiamo ripeterci gli uni altri che l’ultima parola non è e non sarà la morte, ma la vita piena che Dio dona a tutti noi, suoi figli e figlie: l’ultima parola spetterà a Dio, nella Pasqua eterna, quando asciugherà le lacrime dai nostri occhi, distruggerà la morte e, perdonando il male da noi compiuto, trasfigurerà questa terra in terra nuova, dimora del suo Regno.
(Avvenire, sabato 27 agosto 2016)







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