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lunedì 14 giugno 2010

Sull'ospitalità

Ho letto su Avvenire di qualche tempo fa una bellissima riflessione del cardinale Tettamanzi sull'ospitalità. Vi propongo i concetti che mi hanno maggiormente colpito.
1) L'etimologia della parola "ospite": il termine deriva da due radici delle lingue indoeu­ropee: la radice hos/host ovvero «pellegrino, forestiero» e la radice pa-/pati cioè «sostenere, proteg­gere ». L’ospite sarebbe dunque «colui che sostiene o dà da man­giare ai pellegrini, ai forestieri». Questo mi fa venire in mente che la parola in sè già contiene l'idea di accoglienza e solidarietà.
2) Abramo, che nel capitolo 18 di Genesi viene presentato nella sua generosità di ospite.
Nell’ora più calda del giorno Abramo vede passare tre perso­naggi sconosciuti, che il narratore ci fa intuire essere un «signore» (che poi si rivelerà essere Adonaj, il Signore stesso) e due accompagnatori. Corre loro incontro, si prostra e li accoglie con tutte le premure nella sua tenda. Dal momento che i tre ac­consentono di fermarsi da lui, A­bramo organizza l’ospitalità. Alla moglie Sara dà ordini di cuocere il pane, all’armento corre egli stesso e prepara un vitello prelibato che offre agli ospiti con panna e latte fresco. Dopo aver mangiato, il per­sonaggio misterioso, quasi come ricompensa del­l’ospitalità ricevuta, fa questa pro­messa ad Abramo: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Da questo episodio si può cogliere come l'accoglienza dell'altro si fa dono anche per chi accoglie, è in se stessa feconda, portatrice di novità.

3) Il naufragio di Paolo nell'isola di Malta. Così leggiamo negli Atti degli Apostoli: «Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tut­ti attorno a un fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo». Ma ecco un pericolo imprevisto e una rea­zione inaspettata: «Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami sec­chi e lo gettava sul fuoco, una vi­pera saltò fuori a causa del calore e lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti dicevano fra loro: 'Certa­mente costui è un assassino per­ché, sebbene scampato dal mare, la dea della giustizia non lo ha la­sciato vivere'. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non patì alcun male. Quelli si aspettavano di ve­derlo gonfiare o cadere morto sul colpo ma, dopo avere molto atte­so e vedendo che non gli succede­va nulla di straordinario, cambia­rono parere e dicevano che egli e­ra un dio». Il seguito del racconto ci parla ancora di un’ospitalità che viene ricambiata con l’inaspettato dono di un 'miracolo', la guari­gione di persone malate. Il rac­conto si conclude con un rinnova­to accenno all’ospitalità: «Ci col­marono di molti onori e, al mo­mento della partenza, ci riforniro­no del necessario».
Oggi il forestiero e l'ospite non sono considerati un prossimo che ha bisogni concreti. Se nell'antichità l'ospite aveva un qualcosa di sacro, tanto da considerarlo qualcosa di superiore al cittadino normale, oggi è considerato un intruso, un pericolo da tenere lontano, da emarginare. Se una volta la diversità suscitava stupore e curiosità, oggi sembra dare fastidio, costituire un problema, tanto da richiedere la costruzione di muri. Muri di diverso tipo, fisici e mentali, muri per non vedere, per allontanare, per rinchiudersi.
Che strano!!! Nella società della comunicazione di massa costruiamo ghetti, perché l'accoglienza ci fa paura; l'ospitalità sembra essere diventata un lusso che non possiamo più permetterci. Ma così ci impoveriamo un po' tutti.
Mi viene da fare un'ulteriore osservazione: con la parola ospite si indica sia il ricevente che il ricevuto. E' un  gioco di parole che mi ricorda la Parabola del buon samaritano: ricordate la domanda "chi è il mio prossimo?" e il rovesciamento operato da Gesù, "Chi è stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?".
Questo mi fa pensare che l'ospitalità richiede una sorta di "rispecchiamento" nell'altro, un farsi prossimo per riconoscere nell'altro il se stesso bisognoso di accoglienza.
Credo che il mondo vada alla rovina perché ci siamo lasciati sempre più inaridire dal'egoismo e dalla paura, allontanando dalla nostra quotidianità quel Cristo che ci dice di amare Dio e il prossimo.
Concludo con la frase riportata nella meditazione di Monsignor Tettamanzi, di Hans Magnus En­zensberger: «Quanto più un Paese costruisce barriere per 'difendere i propri valori', tanto meno valori avrà da difendere».

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