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martedì 20 settembre 2011

Dissociamo la fede da guerre e violenze

Dall'intervista al Prof. Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, pubblicata su Avvenire dell'11 settembre 2011.
"Sullo sfondo delle immagini drammatiche delle Torri che crollano ci saranno uomini di tutte le religioni che torneranno ad abbracciarsi. E' un «Incontro per la Pace» del tutto particolare quello che la Comunità di Sant'Egidio organizza a Monaco da oggi, all'incrocio di due ricorrenze, dieci anni dall'11 settembre e venticinque dall'evento di Assisi. Ne parliamo con Andrea Riccardi, storico, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, che oggi accoglierà qui in Baviera esponenti religiosi e personaggi politici da tutto il mondo.
Professor Riccardi, come vive quest'intreccio di date che suscitano forti ricordi ed emozioni?
Con un senso di angoscia ma anche con una grande speranza. Vede, per me l'11 settembre ha voluto dire due cose: da un lato lo choc per l'orribile violenza del terrorismo, dall'altro il sentimento di compassione universale, una solidarietà del dolore che ci fece dire "siamo tutti americani". Poi è seguito un decennio molto duro in cui il terrorismo ha continuato a colpire in modo micidiale e, sull'altro fronte, si è riabilitato lo strumento della guerra per risolvere conflitti e affermare diritti. Un decennio in cui è cresciuta la cultura della violenza e anche nelle società sviluppate è maturato uno spirito antagonistico, tant'è che oggi la gente si ritrova più conflittuale. Tutto questo ci ha rafforzato nell'idea che lo spirito di Assisi è più che mai necessario. Come disse Giovanni Paolo II, l'incontro di Assisi nel 1986 segnò l'inizio di un nuovo modo d'incontrarsi tra i credenti delle diverse religioni, tutti consapevoli che Dio è la fonte della pace.
Però l'impressione diffusa è che la tragedia del 2001 abbia cancellato le speranze del 1986...
Lo so, per anni il dialogo è stato ridicolizzato come fosse una scelta ingenua, una debolezza smentita dalla logica dello scontro di civiltà. E molto significativo che Giovanni Paolo II fosse tornato ad Assisi nel gennaio 2002 per ribadire che un autentico atteggiamento religioso è legato alla pace. Non dimentichiamo che allora Papa Wojtyla venne considerato un visionario e un illuso, soprattutto nei riguardi dell'islam. I problemi esistono ma si risolvono cercando una convivenza nel dialogo e nel rispetto della libertà. E il fatto che Benedetto XVI tra meno di due mesi sarà ad Assisi nella ricorrenza della prima Giornata di preghiera per la Pace con leader religiosi di tutto il mondo non è per nulla rituale. E la conferma di quella che lui stesso ha definito «la puntuale profezia del mio predecessore». Papa Ratzinger ha ripreso la tradizione, aggiungendo una nota importante sulla ragionevolezza del dialogo che risulta fondamentale.
Qualcuno ironicamente ha definito la comunità di Sant'Egidio "l'Onu delle religioni"...
Mi piace di più la definizione, ironica ma affettuosa, di "Onu di Trastevere"...
A parte gli scherzi, noi siamo lontanissimi dall'idea secondo cui tutte le religioni sono uguali. No, non sono uguali, né da un punto di vista teologico né da quello morfologico, vale a dire della loro espressione concreta. Il sincretismo è il vero nemico del dialogo: si raffigura una religione vaga e universale, il che contraddice la verità e la realtà dei credenti. Ai nostri incontri partecipano da 25 anni uomini di religione veri che rappresentano le fedi dei loro popoli, insieme con umanisti laici.
Cosa vuol dire oggi, in questo momento storico che torna a farsi drammatico, riprendere lo "spirito di Assisi"?
In un mondo in cui le distanze si sono accorciate e la gente più diversa vive nelle stesse città c'è bisogno dello spirito di Assisi per ritrovare gli stessi fondamenti della convivenza civile. Un atteggiamento pacifico tra le religioni vuol dire prendere coscienza che le diversità non fondano odio o disprezzo ma rispetto reciproco tra popoli credenti. L'intuizione di venticinque anni fa si è rivelata geniale e fruttuosa. Lo spirito di Assisi ha soffiato forte nell'89, quando si sono coniugate libertà, fede religiosa e non violenza. Non è un caso che in quei giorni tenemmo il nostro meeting internazionale a Varsavia, da dove partì la rivoluzione pacifica contro i regimi comunisti dell'Europa dell'Est. Per noi la pace è un esercizio quotidiano proprio per cercare di dissociare il nome di Dio dalla guerra e dalla violenza, come ci ha invitato a fare Benedetto XVI. Abbiamo avuto l'onore e la gioia d'incontrarlo due giorni fa e ci ha incoraggiati ad andare avanti, interessandosi alle opere di solidarietà che conduciamo in varie parti del mondo, soprattutto in Asia e in Africa.
Professor Riccardi, cosa si aspetta dall'incontro di Monaco?
Siamo nel cuore d'Europa. Un'Europa cristiana, cattolica, ma anche un'Europa spaventata per il suo futuro. Questo terribile decennio si conclude all'insegna di una frastornante crisi economica dove i Paesi europei corrono il rischio di ripiegarsi su se stessi invece che prendersi le loro responsabilità di fronte al mondo. Come cittadini d'Europa e uomini di fede possiamo fare molto perché questo non avvenga.

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