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sabato 29 agosto 2015

Lence, la samaritana

Di fronte alle tragedie che accadono alle porte dell'Europa, apre il cuore questa testimonianza di Nello Scavo letta su Avvenire di ieri.
Lence va veloce. Anzi di fretta. «Qui serve dell’acqua, Lence ». E lei arriva. «Lence, questo sta male, ha bisogno di un medico». E Lence chiama il medico. «Lence, hai caramelle per i bambini?». E Lence regala dolcetti anche agli adulti. Che lo zucchero fa bene, e poi erano settimane che non mettevano tra i denti qualcosa che dia buon umore.
«Lence, la samaritana», la chiamano i vicini. «Lence, la santa», assicurano i profughi. «La nuova madre Teresa macedone», per stare alla definizione di alcune Ong con cui collabora.
È una donna magra, premurosa e di poche parole. Eroina per caso, che riscatta l’immagine di un’Europa chiacchierona e immobile.
Da sola ha assistito almeno cinquantamila profughi. «Non saprei, non tengo il conto». Ma con centinaia di loro è rimasta in contatto, costruendo una rete informativa ramificata ed efficiente.
Lence Zdravkin è una casalinga di Veles, uno di quei posti che anche Google Mapsfatica a trovare e per il quale non c’è ragione al mondo che ne giustifichi una sosta. Ma da Veles passa la strada ferrata che dal confine greco-macedone raggiunge Skopje, poi sessanta chilometri più a Nord risale verso la frontiera serba.
Lence ha compreso che la guerra in Siria era anche affar suo una sera di due anni fa. Ai rumori della ferrovia ci ha fatto l’abitudine. Il balcone si affaccia sui binari. I convogli passano così vicino che quasi piombano in soggiorno. Quella sera Lence sentì qualcosa di insolito. Passi pesanti di uno, due, dieci persone. Una marcia nella polvere. In silenzio. «Chi verrà mai a Veles a quest’ora?». Era il primo gruppo di profughi siriani che passava dalla Macedonia.
«All’inizio – racconta – offrivo dell’acqua, qualcosa da mangiare, poi se ne andavano». Dopo, Lence ha deciso che doveva fare di più. «Li facevo accomodare in casa per riposarsi al caldo. Magari per dormire. Non potevo lasciare che i bambini non ricevessero almeno una carezza». Anche il marito l’ha subito appoggiata. Fino a che la pedagogia del buon esempio ha avuto la meglio. I vicini di casa, gli amici, altri abitanti del villaggio di duemila macedoni (per metà cristiani e per metà islamici) ed altri ancora dai villaggi vicini, hanno trasformato Veles da borgo dimenticato a snodo cruciale.
In due anni di assistenza umanitaria organizzata informalmente, Lence conosce meglio di chiunque il diagramma degli afflussi. Nelle ultime settimane si è passati da un afflusso medio di 30 profughi a 300 al giorno. E dal momento che molti non se la sentono di finire stivati nei vetusti treni di epoca jugoslava, da Lence arriva sempre più gente. Lei non fa nulla per scoraggiarli. «Anzi li invito a passarsi il mio numero di telefono e, se vogliono, possono anche contattarmi su Facebook ». E infatti il telefono squilla. «Saranno in duecento – annuncia a gran voce –. Arriveranno stanotte. Ci sono anche degli anziani e una decina di bambini». Niente paura. C’è il ristoratore che provvede alle derrate. Le amiche che aiutano a mettere ordine, i volontari che preparano le tende. E sembra quasi che si preparino a una festa.
Poi arriva la notizia dall’Austria. Lence sgrana gli occhi. Non può piangere, lei non può crollare. Perché se Lence molla, cosa dovrebbe fare il profugo con una gamba sola, mutilato da una granata, che è riuscito ad arrivare fin quassù. Non c’è tempo neanche per un singhiozzo. Neanche per domandarsi se quei disgraziati erano passati di qua. «Domani vado al confine con la Grecia. Vado a rassicurarli. La polizia oramai mi conosce».
Di politica con Lence è impossibile parlare. Avrà le sue idee, certo. Chissà quante ne direbbe a chi blatera invece di venire qui a dare una mano. Ma Lence lavora e basta. Come quella prima notte di due anni fa. Impossibile starle dietro. Neanche il tempo di richiudere il taccuino che Lence è sotto una tenda a giocare con i bambini. L’Europa, o quel che dovrebbe essere, comincia a Veles. Ha lo sguardo e le carezze di una piccola donna che non è rimasta sul balcone a guardare il treno della storia che passa.

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