il cristianesimo è verità, così percepisco l’amore di Dio

Dall'intervista di Famiglia Cristiana a Eugenio Campagna rivelazione del talent show X Factor.

Dalla selezione delle canzoni scelte per X Factor, sembra che lei non disdegni i temi delicati, come la depressione, la dipendenza da farmaci, i disturbi alimentari…
 «In una recente canzone, Luca Carboni diceva che non si può parlare della morte in una canzone pop. Ha ragione: anche se suona assurdo, è difficile affrontare certi temi quando ci si rivolge a un pubblico mainstream… Al massimo si canta la sofferenza per essere stati lasciati. Ecco, personalmente mi piacerebbe andare un po’ più a fondo, esplorare meglio la vita in tutte le sue emozioni. Lo farei con leggerezza, di certo senza propormi come guida spirituale o mental coach!»
Si terrà dunque alla larga da testi espliciti sulla fede?
 «Il cristianesimo non è nient’ altro che la verità. Non a caso ci sono delle canzoni, scritte da atei, che sono profondamente cristiane. In famiglia sono sempre stato visto come quello “bravo” che va in Chiesa. Ma bravo in cosa? Conosco molte persone, lontane dalla religione, di gran lunga più cristiane di me. A volte penso che Dio si sia avvicinato a me solo perché mi doveva riprendere, altrimenti avrei fatto una brutta fine. Da giovane ero molto turbolento. La fede mi ha indirizzato. Non ho un innato senso di comunità, carità e solidarietà che trovo invece in altri».
Quando ha iniziato a frequentare la Chiesa?
«Da subito. Sono figlio di genitori divorziati, non particolarmente credenti, ma fin da piccolo mi affascinava l’ idea che in Chiesa si suonasse. Ho iniziato così, unendomi al coro parrocchiale, per poi continuare. Tra l’ altro la mia catechista era bravissima: se a scuola facevo dei gran macelli, a catechismo ero diligente perché mi interessava quello che si diceva. Il “dopo Cresima” è stata un’ esperienza altrettanto esaltante: ho vissuto esperienze bellissime nella mia parrocchia». 
Per esempio?
 «La Giornata mondiale della gioventù di Madrid, nel 2011, con papa Benedetto XVI. Però l’ esperienza che ha inciso maggiormente è stata la malattia di Chiara: una ragazza che era il collante del nostro gruppo parrocchiale. È morta di tumore, nel giro di pochissimo tempo. Quando succede una cosa così, c’ è chi si sente tradito da Dio. Lei no: era serena, fino alla fine. Tutto il nostro gruppo ha vissuto la malattia insieme a lei, pregando e tenendole compagnia. È impressionante come la sua scomparsa ci abbia unito, riportandoci all'essenza delle cose. Dopo che è morta, eravamo tutti più attaccati alla vita: alcuni si sono sposati, io ho chiuso un rapporto sentimentale che non funzionava». Quanto è importante avere dei riferimenti spirituali lungo il cammino di fede? 
«Negli ultimi anni si è un po’ persa la figura del prete o del padre spirituale, eppure all'interno della Chiesa ci sono persone, anche giovani, preparate e profonde, che sono pronti ad accogliere il dolore umano e a tradurlo con l’ amore di Dio».
Cosa cambia?
«Non allevia necessariamente il dolore, ma gli dà un nome. Solo così si può accettare la propria storia personale, che non sempre è chiara. Io mi confronto molto con un prete, si chiama padre Dominic».
Cosa replica a chi sostiene che la fede è un rifugio per le persone deboli che non riescono a reggere l’ urto della vita? 
«Esistono davvero persone forti nel mondo? Non penso. Una volta, ero andato a confessarmi da padre Antonio, un altro prete molto bravo e molto empatico, e ammisi che era da tempo che non pregavo. Mi ha chiesto: “Ah, e allora per cosa stai vivendo?”. È una domanda importante, che ora mi rifaccio spesso: per cosa stai vivendo? Dov'è il tuo cuore? Se non è con Dio, se non guardi verso l’ alto, dove stai guardando? In basso? Ricordo ancora il confronto con don Antonio. Parlando con lui capii che il mio cuore era chiuso nelle cose, nell'ambizione. Mi chiese: “Come stai?”. La mia risposta fu: “Male”. Non fu necessario aggiungere altro: come le dicevo, è tutto molto semplice per certi versi... Per me la fede è questo: farmi tornare con i piedi per terra, farmi tornare alle priorità vere».
Non deve essere stato facile farlo durante X Factor.
«Invece è stata un’ esperienza formativa, oltre che professionalmente decisiva. Finché sei in gara, vivi nel loft: da solo, senza famiglia, fidanzata, cellulare. Tanto per incominciare mi sono disintossicato dal telefono: non è poco. Ho inoltre letto I racconti del pellegrino russo, una bella storia di fede sul tema della preghiera continua. Infine credo di essere stato il primo concorrente ad aver fatto aggiungere all'ordine del giorno di X Factor la Messa alla domenica. Ci andavo insieme ad altri ed è stato come prendere una ventata d’ aria fresca. Lì in chiesa, tra le panche e i bambini, eri solo Eugenio. Così, alla fine, i giorni più attesi erano due: giovedì, il giorno della diretta, e la domenica.

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