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Compito per la vita

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Visto in Frate Ezio e pillole di Luce 

Che cosa resta di un anno di scuola

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Dal blog di Alessandro d'Avenia : Che cosa resta di un anno scolastico? Ci vuole coraggio per certe domande. Riassumere in poche battute quello che accade nel vorticoso spazio di 200 giorni è impossibile. Basta un anno scolastico perché ogni studente e ogni docente abbia materia sufficiente per uno o due romanzi. Credo sia la scuola ad avermi costretto a diventare scrittore, altrimenti sarei rimasto schiacciato da tutte le storie che ogni anno mi capita di attraversare, vivere, sfiorare. Scrivere è usare una rete da pesca: ha la sua paradossale forza nei buchi, che lasciano passare l’ovvio della vita, e nei nodi, che trattengono ciò che si nasconde e sfugge sempre. Provo a tirare su le reti: dopo un anno che cosa resta? Proprio l’altro giorno me lo chiedevo e mi è venuta in aiuto una mail di una studentessa (alla fine di un anno chiedo sempre ai miei ragazzi in che cosa posso migliorare la qualità del mio insegnamento e quali errori posso aver commesso senza accorgermene): “Un ...

Il metodo di Dio

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Partendo dalla Seconda Lettera ai Corinzi di Paolo – quella in cui l’apostolo delle genti parla del­la sua 'spina', della oscura sofferenza che lo tormenta, e però conclude «quando so­no debole, è allora che sono forte» – il Pa­pa ha ricordato che proprio quando si spe­rimenta la propria debolezza si manifesta la forza di Dio. «Non è la potenza dei nostri mezzi, delle nostre virtù, delle nostre ca­pacità che realizza il regno di Dio, ma è Dio che opera meraviglie attraverso la nostra debolezza, la nostra inadeguatezza», ha detto. Il 'metodo' di Dio dunque non si fonda sulla nostra bravura o coerenza, ma pro­prio, dentro alla preghiera, sul riconoscer­si poveri e impotenti, e quindi domanda­re. E certo, lo aveva già insegnato Paolo; ma quanto noi cristiani continuamente ce lo dimentichiamo. Quanti, e magari fra i più assidui in chiesa, ne incontri, fieri delle pro­prie virtù, e amareggiati magari dal come stranamente quelle virtù non si trasmetta­no ai figli, che se ne...

Il timor di Dio che non c'è più, ovvero in fuga da Dio

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Giorgio De Simone , si chiede, sulle colonne di Avvenire del 28 maggio se esiste ancora il timor di Dio. Anch'io, come lui, me lo chiedo ogni volta che sento o leggo di vite distrutte dalle azioni di qualcuno. Come l'editorialista citato, mi è stato insegnato che era male compiere qualcosa che dispiacesse a Dio. Oggi, che sono cresciuta, non penso che "altrimenti Dio piange", ma sento che a Lui dovrò rendere conto del mio Amore mancato o negato. Questo è per me il timor di Dio, il timore, cioè, di sprecare la vita che mi è stata donata. Ben pochi, oggi, sembrano temere Dio. Nessuno, prima di compiere un gesto sconsiderato, ma anche prima di ingannare, rubare o rubacchiare, falsare, mentire, tradire e fare il furbo si chiede se Dio, da qualche parte, lo sta vedendo. Il timor di Dio è stato eliminato dall'orizzonte dell’agire umano. Eppure il timor di Dio è scritto ovunque. Scritto da tutte le parti nella Bibbia - prosegue De Simone - a cominciare da Adamo che ha ...

Ambasciatore della benevolenza

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Da Popotus del 7 giugno 2012 Entrando nel reparto di pediatria dell’ospedale di Galkayo, nella regione somala del Puntland, non si può non notare la grande foto che campeggia all’ingresso: ad accogliere pazienti e visitatori c’è la faccia sorridente di Andrea Ravizza, che ha dodici anni e vive a Stezzano, in provincia di Bergamo. Come ci è finita la sua foto in Africa? A Galkayo, Andrea è considerato un mecenate, un benefattore: gli sono enormemente riconoscenti perché è grazie alla sua generosità se tanti bambini come lui possono contare su cure mediche efficaci e su un ospedale confortevole.Tutto è cominciato nel 2006 quando il papà di Andrea, Vinicio, ha fatto un viaggio in Somalia. Al ritorno ha mostrato al suo bambino – che all’epoca di anni ne aveva appena sei – le fotografie scattate in quelle zone poverissime. «Cosa posso fare, papà, per aiutare i bambini che vivono lì?». Vinicio gli ha proposto di rinunciare al superfluo – per esempio alle figurine dei calciatori – e di ...

Perché non trascurare l'educazione spirituale

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Da Avvenire del 20 maggio 2012: Il teologo e psicologo americano John Bradshaw sostiene che i bambini sono spirituali di per sé, seguono l’atteggiamento naturale «io sono quello che sono», che si può tradurre anche con «io sono io». Un bambino l’avverte chiaramente. È spontaneo, è se stesso. Perciò Bradshaw scrive: «Credo che l’adesione al nostro io sia il nucleo essenziale di ciò che ci rende simili a Dio. Se una persona ha il senso di questa qualità, è in armonia con se stessa e può accettarsi. I bambini ne sono capaci per natura. Se osservate un qualsiasi bambino, riconoscerete in lui quell’espressione che dice: 'Io sono chi sono' .  La ferita più profonda che i genitori possono infliggere ai figli è quella spirituale. Il bambino è deriso nella sua unicità. È costretto nell’immagine che ci si fa di lui. Se si fida dei propri sentimenti ed esprime i giudizi che ha nella sua anima genuina, si ride di lui. Così è costretto ad adattarsi e a negare la consapevolezza origina...

Il sesto comandamento

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Impuro, dice il vocabolario, è ciò che contiene qualche sostanza estranea che compromette la genuinità di quel prodotto. Impura è l’aria se contiene le polveri sottili. Impuro è il vino se l’oste ci ha messo l’acqua. Impura è la bibita se il barista l’ha mescolata con il detersivo. Per le cose è facile capirci. Per gli atti, per le azioni umane, è un po’ più complicato. Il più puro, che più puro non si può, è Dio perché in lui non ci può essere niente che ne inquina la grandezza, la bellezza, la bontà. Dal momento che Dio non possiamo né vederlo, né toccarlo, è impossibile per noi compiere azioni che lo rendano impuro. Allora perché il sesto comandamento ci chiede di non commettere atti impuri? Perché possiamo raggiungere Dio là dove si rende presente, dove ha scelto di abitare insieme a noi. Dove? Il pensiero corre subito alle chiese, che noi chiamiamo tempio di Dio. Infatti, le azioni che offendono la dignità dei luoghi sacri vengono chiamate sacrileghe. C’è però sulla terra un t...