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venerdì 27 gennaio 2012

Come potremo mai dimenticare?

Per ricordare la Giornata della Memoria, l'articolo di Pino Ciociola pubblicato su Avvenire del 19 gennaio 2012, che racconta la visita ad Auschwitz di 120 ragazzi delle scuole superiori italiane, accompagnati dal nuovo ministro dell'Istruzione.

Diventano fessure gli occhi dei ragazzi. Qui il tempo si è spaccato e loro lo capisco­no dal dolore aggrappato ai muri di mattoni vecchi, che rimangono incrostati da una infamia fra le più terrificanti della storia. Scendono lacrime dagli occhi di questi ragazzi, da­vanti alle rovine dei kre­matorium che i nazisti fe­cero saltare illudendosi di nascondere quanto face­vano. È ascoltando Sami Modiano che ha 82 anni e qui entrò quando ne aveva 12 .
La neve rende tutto più bianco e più surreale, co­me non fosse mai esistito, come se il campo di ster­minio di Birkenau fosse so­lo un set cinematografico. Ma il freddo morde e sbri­ciola l’illusione. «Mi sem­bra di avere i brividi dentro più forti di quelli sulla pel­le », sussurra Paola di Ca­tanzaro. «Mi sembra di sentire le urla uscire ancora dalle baracche», dice Marco di Torino.
Si incrina la voce anche al ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo. È lui ad accompagnare qui 120 ragazzi arrivati dalle scuo­le superiori di 17 regioni italiane.
Insieme al presi­dente delle comunità e­braiche Renzo Gattegna e Marcello Pezzetti, che diri­ge il museo della Shoah. «È un percorso, questo – spie­ga il ministro – che sarà an­cora più necessario fare quando il tempo ci priverà del privilegio di poter a­scoltare i fatti dalla viva vo­ce dei testimoni, guardan­do sul loro volto la trage­dia ». I piedi e le mani gelano, «provate a immaginare co­sa fosse per noi – dice Sa­mi ai ragazzi – voi avete i vostri piumoni, avete i vo­stri dopo sci, noi soltanto un pigiama a righe e zoc­coli di legno...». Loro lo ascoltano.
Muti. Scattano foto, e girano video coi cel­lulari, senza sorrisi: «Qui pesa anche l’anima», spie­ga Antonio Romano.
Non si fuma nel campo, né si masticano gomme. Qui tutto è rispetto. Nessun ra­gazzo contravviene. Nes­suno alza la voce. Troppo freddo forse. O forse tanto di quel dolore che anche solo a 16 o 17 anni non si può sfuggirvi. I nazisti qui massacrarono 1 milione e 200 mila esseri umani: 1 milioni di ebrei e zingari, omosessuali, prigionieri di guerra, disabili. 200 mila bambini sotto i 10 anni. E le ragazze camminano senza fare rumore attra­versando il kinderblock, la baracca nella quale veni­vano radunati i più piccoli prima di essere uccisi.
Muovono lungo le rotaie del judenramp, la via fer­rata all’interno di Birkenau sulla quale arrivavano i carri bestiame carichi però di donne e bimbi e uomini e anziani. Siamo sotto una nevicata impietosa, «le im­magini di quelle persone a­leggiano ancora qui, forse ancora tra questi fiocchi», secondo Luisa di Locri. «Non sapemmo subito co­sa accadeva – va avanti Sa­mi – seppure lo capimmo quando qualcuno, pieto­samente, ci spiegò che i nostri cari se ne andarono via nel fumo che usciva dalle canne sui crematori». E adesso proprio Luisa fa­tica nascondere gli occhi lucidi.
«Auschwitz è diventata il simbolo dello sterminio della popolazione ebrea e della barbarie nazista in genere», dice ancora il mi­nistro dell’Istruzione. Nel museo, più tardi, i ragazzi sono attoniti. «Dio mio...», si sente dal filo di voce di Maria, romana, anche lei, di fronte alle tonnellate di capelli tagliati a chi era sta­to appena ucciso nelle ca­mere a gas. Davanti a cen­tinaia di barattoli vuoti di zyklon B che per intender­ci è cianuro solido che a contatto con l’aria diventa gas e sterminava. E ancora vedendo i vestitini dei bim­bi massacrati, sentendo i racconti di quel che faceva Mengele a loro e ai disabi­li. A questi ultimi, se non servivano allo scienziato pazzo, neppure si dava da mangiare: non servivano per lavorare né altro.
Scende la sera quando i ra­gazzi escono dal cancello di Auschwitz. Tutto intor­no il bianco è beato dal ros­so del tramonto. Un pae­saggio spettrale e insieme dolce. Maria ci fa una do­manda: «Come potremo mai dimenticare, adesso, tutto questo?».

1 commento:

  1. Nel sollevare il coperchio della memoria, spesso omessa, sui Bibelforscher, infatti, ci troviamo spesso a dover contrastare le affermazioni interessate di chi, invece di riconoscere la nobiltà dei sentimenti che li animavano, cerca di dipingerli come colpevoli del loro stesso martirio.

    Gli odierni Bibelforscher (testimoni di Geova), così come gli ebrei e le minoranze in genere, continuano ad essere cittadini “a rischio”. Sperimentano ancor oggi vecchie e nuove forme d’intolleranza e disinformazione, come le assurde tesi - “revisioniste” o negazioniste che siano - le quali tentano di omettere le responsabilità, capovolgendo le parti e mistificando i fatti. La consapevolezza di dover far fronte a questa triste realtà ci induce sempre più a continuare nella nostra opera di informazione storica e, con essa, ad onorare i suoi protagonisti migliori. Poiché è dalla cognizione del passato e dalla partecipazione nel presente che si alimentano la libertà di spirito, la forza dell’intelligenza e l’indipendenza individuale, elementi imprescindibili nell’impegno comune ad impedire la rinascita di moderni carnefici e la ripetizione di antiche barbarie.

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