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sabato 28 settembre 2013

Per i fratelli perseguitati

“Quanti di voi pregate per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno si risponda nel cuore: ‘Io prego per quel fratello, per quella sorella, che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede?’. E’ importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!”. (papa Francesco, domenica 22 settembre 2013)
Cosa risponderemmo alla domanda che ci è rivolta?

Vi lascio alcuni passaggi dell'editoriale di Marina Corradi, pubblicato su Avvenire del 26 settembre 2013:

E chi ascoltava si è risposto, nel suo cuore. 100 morti e 130 feriti in Pakistan, domenica, in una chiesa anglicana. Abbiamo letto tut­ti, abbiamo pensato tutti: che cosa atroce. Ma finché un massacro accade nella regio­ne del Khyber Pakhtunkhwa, nome che non sappiamo nemmeno pronunciare e che sul­l’atlante faticheremmo a trovare, non ci toc­ca davvero nel profondo. È nella natura del­l’uomo del resto, che ciò che gli è lontano da­gli occhi non lo riguardi davvero. Ma qui è la differenza con lo sguardo dei cristiani, che sono, in Cristo, una cosa sola. E allora per­ché in realtà molte sciagure ci scorrono ad­dosso come i titoli delle agenzie che scivo­lano veloci sullo schermo del pc, in reda­zione? Forse, dice Francesco, perché siamo chiusi in noi stessi, o nel nostro piccolo grup­po, perché siamo di quelli per cui il cristia­nesimo è una faccenda privata, che riguar­da gli amici o, al massimo, il proprio Paese. È «triste», ha detto il Papa, questo «cristia­nesimo privatizzato».
Già, è triste. E magari nemmeno ci accor­giamo di essere così anche noi, praticanti, gente che va in chiesa. C’è chi domanda so­prattutto per sé; c’è chi comprende nelle sue preghiere, come è naturale e giusto, i suoi cari.[...] La nostra natura di uomini ci spinge, anche quando ci rivolgiamo a Dio, ad attendarci in ben mar­cati confini. Del tutto altra, e incommensu­rabilmente più grande, la preghiera dei cri­stiani, cui è stato detto: «Io sono la vite, e voi i tralci». Rami, dunque, foglie e frutti di una unica cosa viva.
Ma ancora una volta Francesco nell’indi­care la strada non si richiama a un doveri­smo, a un nostro dover affannarci a essere più buoni, ma a un domandare. L’unità dei cristiani, ha detto, «non è primariamente frutto del nostro consenso», o del nostro sforzo. Il motore dell’unità è lo Spirito, que­sto gran respiro della Chiesa, invisibile al mondo e però operante. È lo Spirito dun­que che occorre pregare, perché sia lui a ampliare i nostri orizzonti, e a spingerci fuo­ri da angusti recinti. A renderci sensibile a ciò che è lontano e invisibile agli occhi, al dolore e alla paura che in questo medesi­mo istante straziano, sotto a cieli remoti, donne e uomini e bambini. Pakistan, Nige­ria, Siria: se sapessimo tutto, se vedessimo tutto, non potremmo sopportare. Ma già quelle punte di ferocia che emergono nei te­legiornali dovrebbero dirci che attorno al­la nostra piccola quiete occidentale c’è u­na lunga, buia notte.
Le parole di Francesco ci hanno fatto ve­nire in mente Etty Hillesum, una figlia del popolo ebraico trascinata e morta nel vor­tice dell’Olocausto. Una giovane donna che da Amsterdam vedeva partire per sempre i suoi amici, su gremiti treni notturni. E nel suo Diario una sera, dopo aver salutato an­cora un amico, scriveva: «In una notte co­me questa, bisognerebbe soltanto ingi­nocchiarsi e pregare».
Per ciascuno e per tutti, per tutti i volti ignoti, per i bambini e per i vecchi, per ogni sco­nosciuto dolore. Nell’anno 1942, nel fondo dell’abisso, una ragazza ebrea sedotta dalla lettera sulla carità di Paolo ai Corinzi sape­va che bisognava soltanto «inginocchiarsi e pregare». Potessero le parole del Papa risve­gliare in noi, gente di terre in pace, almeno la domanda interiore di de-privatizzare il nostro cristianesimo; di ritrovare il suo ori­ginario respiro, e di allargarci il cuore.

venerdì 27 settembre 2013

Vado a scuola

Che la scuola possa essere un sogno? Sembra strano dirlo, ma per molti la scuola è proprio un sogno. Il sogno della vita.
Milioni di bambini nel mondo sognano di sfuggire alla trappola della povertà grazie all'istruzione, e per raggiungere le loro scuole quotidianamente si ritrovano a dover superare ostacoli, insidie e pericoli.
Un film racconta la storia di alcuni di loro.

SAMUEL, 11 ANNI, INDIA
Samuel, un bambino di undici anni che vive in India ed è il maggiore di tre fratelli, è nato prematuro ed essendo disabile non può camminare. La madre Esther ha deciso di trasferirsi a Kuruthamaankadu, un villaggio di pescatori del sud dell'India, per permettergli di frequentare regolarmente la scuola. Nella capanna in cui Samuel vive non vi è né acqua né elettricità ma tutta la scuola di Periyapattinam si prodiga affinché egli riesca a seguire le lezioni. Samuel, che sogna di diventare medico per aiutare chi come lui soffre, è l'unico componente della sua famiglia che sa leggere e, nonostante la sua dizione non sia buona, si sforza per farsi capire. Poiché da solo non riesce a far nulla, tutti i giorni a spingerlo sulla sedia a rotelle per i circa otto chilometri di sentieri di sabbia, fiumi e palme, che separano la sua capanna dalla scuola sono i due fratelli minori.
ZAHIRA, 12 ANNI, MAROCCO
Zahira è una giovane berbera di dodici anni e vive in un remoto villaggio della valle di Imlil, nel cuore delle montagne dell'Atlante in Marocco, un posto dove d'inverno le temperature raggiungono i 20 gradi sotto lo zero e in cui l'istruzione non è di certo una priorità assoluta dal momento che i padri non vogliono che le figlie lascino le case per andare a scuola. Zahira e la sua famiglia vivono in quindici sotto lo stesso tetto e, ogni lunedì, la bambina si alza all'alba per percorrere la strada che la separa da Asni, la cittadina a 30 chilometri in cui frequenta la prima media. Dopo aver affrontato da sola un percorso estremo fatto di passi di montagna e valli, Zahira incontra Zineb e Noura e con loro durante il tragitto ripassa le lezioni e parla della vita familiare e di quella scolastica, temendo di non trovare nessun mezzo di trasporto per arrivare a destinazione. Sempre tra i migliori alunni della sua classe, Zahira ha anche ottenuto una borsa di studio con i suoi ottimi risultati e spera un giorno di diventare medico per aiutare e curare i poveri.
JACKSON, 11 ANNI, KENYA
Jackson ha undici anni ed appartiene alla tribù kenyota Sumburu e vive in un territorio in cui nella stagione secca si soffre la fame. Per raggiungere la scuola che si trovaa 15 km da casa sua, rischia la vita tutti i giorni insieme alla sorellina minore Salome a causa delle bande armate di saccheggiatori di villaggi e degli elefanti, molto aggressivi. Jackson, che ad undici anni gestisce il povero reddito di famiglia e i difficili rapporti con i vicini, lungo la strada cammina a passo sostenuto e ogni volta che Salome ha paura o è stanca non esita a prenderla per mano, a rassicurarla o a raccontarle storie, fungendo da tutore e protettore. Jackson, del resto, ama l'idea che un domani, grazie allo studio, Salome possa difendersi e scegliere il proprio futuro. Con pochi mezzi a disposizione ma con tanta forza di volontà e impegno, Jackson ha anche ottenuto una borsa di studio e considera il suo bene più prezioso il grembiule che indossa e di cui si prende cura personalmente. Anche se non ha mai visto un aereo, Jackson sogna di diventare pilota e di viaggiare per il mondo.
CARLITO, 11 ANNI, ARGENTINA
Carlito ha undici anni ed è argentino. Da quando aveva sei anni, ogni mattina percorre più di 25 chilometri tra le montagne e le grandi pianure della Patagonia per arrivare a scuola. Figlio di un pastore, vive immerso nella natura isolata delle Ande in una casa di soli 20 metri quadrati che condivide con il padre Gilberto, la madre Nelida e la sorellina Micaela. Mentre i genitori dormono sul pavimento, ai due bambini è lasciato a disposizione il letto e, seppur la loro sia un'esistenza molto frugale, tutti in famiglia sono felici. Con il desiderio di rimanere a vivere in zona e diventare veterinario, Carlito affronta per il primo anno la strada verso scuola insieme a Micaela sul dorso di Chiverito, un cavallo per loro molto speciale.

Vi lascio il trailer del film di Pascal Plisson, Vado a scuola (Sur le chemin de l'écol).

mercoledì 25 settembre 2013

Per cambiare in meglio il mondo

Ringrazio Aula de Reli per aver segnalato questo video.
L'amore autentico genera altro amore. Non c'è niente altro da fare, se vogliamo cambiare in meglio il mondo.

martedì 24 settembre 2013

Classi seconde: compito di apprendimento n.1

Le scene dal film "La matassa" offrono lo spunto per il primo compito di apprendimento.


Il trailer del film

 

Paolo scopre l'affetto del cugino.

lunedì 23 settembre 2013

La bicicletta verde

Wadjda è una bambina di 10 anni che vive alla periferia di Riyadh, la capitale Saudita. Nonostante viva in un mondo tradizionalista, Wadjda è una bambina affettuosa, simpatica, intraprendente e decisa a superare i limiti imposti dalla sua cultura. Dopo una lite con l’amico Abdullah, un ragazzino del quartiere con cui non avrebbe il permesso di giocare, Wadjda mette gli occhi su una bellissima bicicletta verde, in vendita nel negozio vicino casa. Wadjda vuole disperatamente la bicicletta per poter battere l’amico Abdullah in una gara. Tuttavia la mamma di Wadjda, per paura delle possibili ripercussioni da parte di una società che considera le biciclette un pericolo per la virtù delle ragazzine, non permette che la figlia abbia una simile diavoleria. Wadjda decide quindi di provare a guadagnare i soldi da sola, consapevole che sua madre è troppo distratta per accorgersi di ciò che accade, occupata com’è a convincere il marito a non prendere una seconda moglie. Ben presto però i piani di Wadjda vengono ostacolati, quando viene scoperta a fare da “corriere” tra due innamorati. Giusto nel momento in cui sta per perdere la fede nei suoi progetti di guadagno, viene a sapere del premio in denaro per la gara di recitazione del Corano. Così si dedica completamente alla memorizzazione e recitazione dei versi coranici, e le sue insegnanti cominciano a vederla come una ragazza pia. La gara non sarà facile, specialmente per una “combinaguai” come Wadjda, ma la bambina non demorde. É determinata a combattere per i suoi sogni...
FONTE: Agis Scuola

Il trailer del film

Per approfondire il tema vi suggerisco di dare un'occhiata qui.

sabato 21 settembre 2013

All'origine delle parole mamma e papà

Mamma in italiano, mummy in inglese, ma­man in francese, mutti in tedesco, mama in spagnolo, mamo in polacco, mama in rus­so... Ma anche màma in cinese, mama in arabo, màm in india­no... In tutte le lingue del mondo, insomma, la parola mamma si dice allo stesso modo, così come il termine papà (bàba in cinese, baba in arabo, papa in russo...).
Idiomi lontanissimi tra loro, con origini totalmente diverse, han­no dunque un unico punto in co­mune proprio nel nominare i due genitori, fenomeno che affonda le sue radici nella notte dei tempi, quando gli idiomi che parliamo oggi si sta­vano formando. Apparentemente un affa­scinante mistero, in realtà un processo che i linguisti hanno studiato a fondo. Il fatto è che il suono 'mam­ma' (e le sue varianti dif­fuse tra tutte le popola­zioni del pianeta) ha un’o­rigine legata indissolubil­mente all’inizio della vita e na­sce da un rapporto altrettanto in­dissolubile tra il neonato e sua madre.
Ogni bambino del mon­do (fin dalla preistoria, fin da quando l’essere umano ha pro­vato a esprimersi e a inventare un linguaggio) poco dopo la na­scita inizia a pronunciare le sil­labe più attese da ogni genitore, quel balbettio 'ma ma ma' e 'pa pa pa' (o 'ba') con il quale non fa altro che esplorare il mondo dei suoni. È un’attività che non avviene durante il pianto, ma nei momenti di benessere: come di­mostrano tutti gli studi, il neo­nato prova suoni e vocalizzi, li af­fina, ripete con evidente soddi­sfazione le sillabe che ha scoper­to per caso. È quella che gli e­sperti chiamano lallazione, un pre-linguaggio che il bimbo sco­pre nei primi tre mesi. Ma come mai insiste proprio su 'ma' e 'pa'? I suoni M e P (o B) sono le prime conso­nanti pronunciate in tutte le comunità lin­guistiche da tutti i bambini del mondo, a prescindere dalla lingua che poi parle­ranno, perché sono facili: per emetterle, infatti, si usano le lab­bra (ben più compli­cata ad esempio è la erre, l’ultima che si impara). La vocale A poi si pronuncia aprendo solo la bocca e lasciando uscire il fiato... Così 'ma' e 'pa' sono le prime prove di conversazione, le silla­be che per istinto – e non per in­duzione da parte degli adulti – o­gni bambino scopre e apprezza. Verso i sei mesi, poi, impara a ri­peterle più volte, balbettando le fatidiche parole che assomiglia­no a mamma e papà. Si tratta di un processo univer­sale, sul quale solo poi si innesta un gioco di interazione con i ge­nitori, che gratificano il bambino imitandolo, ripetendo i suoi stes­si suoni per coccolarlo, con un’a­zione (involontaria) di rinforzo di quanto il bim­bo si era inventa­to: se prima pro­nunciava per i­stinto quelle sil­labe esplorando i suoni con cre­scente soddisfa­zione, gradata­mente tali suoni si fissano rinfor­zati dall’interlo­cutore, quella mamma e quel papà che il neonato finisce per i­dentificare con quei nomi. So­prattutto la madre, che vede in viso durante l’allattamento e con la quale instaura un legame in­tensissimo (evidente tra l’altro il rapporto tra il suono mamma e l’onomatopea del succhiare il lat­te). Insomma, non è l’adulto che in­segna al neonato i vocaboli mamma e papà, ma i neonati di tutto il mondo e di ogni epoca che li hanno insegnati ai loro ge­nitori, i quali non hanno fatto che ripeterli contribuendo al fissag­gio del termine, ma nulla più. Si può dire a questo punto che en­trambe le parole sono istintuali, sono proprie di ogni essere u­mano, sono nel Dna di ogni pic­colo cinese, tedesco, russo, ara­bo, australiano. Lo erano dei figli che nascevano in epoca pre­istorica. Lo sono sempre state. Mamma è la prima parola che ha detto ognuno di noi, ma è anche la prima parola che ha detto l’u­manità.

Tratto da LUCIA BELLASPIGA in Avvenire del 19 settembre 2013

giovedì 19 settembre 2013

La campanella non suona per tutti

Abbiamo cominciato da poco. Piano piano ci stiamo adattando ai ritmi che la scuola richiede.
Il suono della campanella scandisce la mattinata. Lo squillo delle 13 è come una boccata di ossigeno per chi vive la scuola come una prigione.
Ma siamo proprio sicuri che la scuola fa male?
Chiedetelo ai 260 mila ragazzi italiani che a scuola non ci vanno. Oppure ai 250 milioni di bambini e ragazzi costretti a lavorare.
Cliccate qui per leggere l'articolo pubblicato sulla rivista Famiglia cristiana, che parla della situazione in Europa.
Ricordate che senza istruzione non si può cambiare il mondo.

venerdì 13 settembre 2013

Essere persona umana si­gnifica essere custodi gli uni degli altri!

Continuo a proporvi riflessioni sul tema della pace.
Dall'intervento  di  papa Francesco alla veglia per la pace di sabato 7 settembre 2013

[...] Il creato conserva la sua bel­lezza che ci riempie di stupore, rimane un’opera buona. Ma ci sono anche «la violenza, la divisione, lo scontro, la guerra». Questo avviene quando l’uo­mo, vertice della creazione, lascia di guardare l’orizzonte della bellezza e della bontà, e si chiude nel proprio egoismo. Quando l’uomo pensa solo a sé stesso, ai propri interessi e si pone al centro, quando si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, allora guasta tut­te le relazioni, rovina tutto; e apre la porta alla violenza, all’indifferenza, al conflitto. Esattamente questo è ciò che vuole farci capire il brano della Genesi in cui si narra il peccato dell’essere u­mano: l’uomo entra in conflitto con se stesso, si accorge di essere nudo e si na­sconde perché ha paura ( Gen 3,10), ha paura dello sguardo di Dio; accusa la donna, colei che è carne della sua car­ne (v. 12); rompe l’armonia con il crea­to, arriva ad alzare la mano contro il fratello per ucciderlo.
Possiamo dire che dall’armonia si passa alla «disar­monia »? Possiamo dire questo? No, non esiste la «disarmonia»: o c’è ar­monia o si cade nel caos, dove c’è vio­lenza, contesa, scontro, paura… Proprio in questo caos è quando Dio chiede alla coscienza dell’uomo: «Dov’è Abele tuo fratello?». E Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» ( Gen 4,9). Anche a noi è rivolta questa domanda e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il cu­stode di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello!

Essere persona umana si­gnifica essere custodi gli uni degli altri! E invece, quando si rompe l’armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l’avver­sario da combattere, da sopprimere. Quanta violenza viene da quel mo­mento, quanti conflitti, quante guerre hanno segnato la nostra storia! Basta vedere la sofferenza di tanti fratelli e so­relle. Non si tratta di qualcosa di con­giunturale, ma questa è la verità: in o­gni violenza e in ogni guerra noi fac­ciamo rinascere Caino. Noi tutti! E an­che oggi continuiamo questa storia di scontro tra fratelli, anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello. An­che oggi ci lasciamo guidare dagli ido­li, dall’egoismo, dai nostri interessi; e questo atteggiamento va avanti: ab­biamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, ab­biamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci. Come se fosse una co­sa normale, continuiamo a seminare distruzione, dolore, morte! La violen­za, la guerra portano solo morte, par­lano di morte! La violenza e la guerra hanno il linguaggio della morte! [...] E a questo punto mi domando: è possibile percorrere un’altra stra­da? Possiamo uscire da questa spi­rale di dolore e di morte? Possiamo im­parare di nuovo a camminare e percor­rere le vie della pace? Invocando l’aiuto di Dio, sotto lo sguardo materno della Salus populi romani, Regi­na della pace, voglio rispondere: Sì, è pos­sibile per tutti! Que­sta sera vorrei che da ogni parte della terra noi gridassimo: Sì, è possibile per tutti! Anzi vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le Nazioni, rispondesse: Sì, lo vogliamo! La mia fe­de cristiana mi spinge a guardare alla Croce. Come vorrei che per un mo­mento tutti gli uomini e le donne di buo­na volontà guardassero alla Croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla vio­lenza non si è risposto con violenza, al­la morte non si è risposto con il lin­guaggio della morte. Nel silenzio della Croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del per­dono, del dialogo, della pace.
Vorrei chie­dere al Signore, questa sera, che noi cri­stiani, i fratelli delle altre Religioni, ogni uomo e donna di buona volontà gri­dasse con forza: la violenza e la guerra non è mai la via della pace! Ognuno si animi a guardare nel profondo della pro­pria coscienza e ascolti quella parola che dice: esci dai tuoi interessi che atrofiz­zano il cuore, supera l’indifferenza ver­so l’altro che rende insensibile il cuore, vinci le tue ragioni di morte e apriti al dialogo, alla riconciliazione: guarda al dolore del tuo fratello. Ma pensa ai bam­bini, soltanto a quelli, e non aggiunge­re altro dolore, ferma la tua mano, rico­struisci l’armonia che si è spezzata; e questo non con lo scontro, ma con l’in­contro! Finisca il rumore delle armi! La guerra segna sempre il fallimento della pace, è sempre una sconfitta per l’uma­nità. Risuonino ancora una volta le pa­role di Paolo VI: «Non più gli uni contro gli altri, non più, mai!... non più la guer­ra, non più la guerra!» ( Discorso alle Na­zioni Unite, 4 ottobre 1965: Aas 57 [1965], 881). «La pace si afferma solo con la pa­ce, quella non disgiunta dai doveri del­la giustizia, ma alimentata dal sacrificio proprio, dalla clemenza, dalla miseri­cordia, dalla carità» ( Messaggio per Gior­nata mondiale della pace 1976 : Aas 67 [1975], 671).
 
Fratelli e sorelle, perdono, dialogo, riconcilia­zione sono le parole della pace: nell’ama­ta Nazione siriana, nel Medio Oriente, in tutto il mondo! Preghiamo per la ri­conciliazione e per la pace, lavoriamo per la riconciliazio­ne e per la pace, e di­ventiamo tutti, in o­gni ambiente, uomi­ni e donne di ricon­ciliazione e di pace.
Così sia.



giovedì 12 settembre 2013

Inizia un nuovo anno scolastico

Inizia un nuovo anno scolastico.
Che dirvi, ragazzi?
Immagino che tutto sommato non vi dispiaccia di ritornare a scuola.
Più per ritrovare i compagni, o conoscerne di nuovi, che per gli impegni che la scuola comporta?!!!
Sono convinta che per alcuni di voi la scuola è vissuta come occasione di crescita, perché permette di imparare cose nuove, sviluppare capacità, acquisire competenze. Per altri so che non è così.
Vorrei tanto che ognuno di voi riflettesse sull'importanza dell'istruzione per la propria vita e ringraziasse per l'opportunità che gli viene offerta. Tanti bambini e ragazzi nel mondo non possono andare a scuola, e questo non li rende più fortunati di voi.
Vi lascio le parole che una ragazza ha rivolto al mondo. Si tratta di Malala, di cui ho avuto occasione di parlare più volte nel blog.
Grande e affascinante responsabilità quella che riguarda ognuno di voi che varca la soglia della scuola.
Potete cambiare il mondo in meglio!!!
Non ditemi che la cosa non vi riguarda. Il mondo ha bisogno di voi.
Ognuno di voi contribuisce a costruire il mondo.
Nel bene o nel male. Sta a voi decidere da quale parte stare.
Buon anno scolastico a tutti!!!

lunedì 9 settembre 2013

E' in gioco la nostra umanità

da Avvenire del 7/09/2013
[...] Ci vengono alla mente alcune parole di Isacco di Ninive da poco ascoltate: «L’assenza di misericordia e la brutalità vengono dalla grande abbondanza di passioni. Infatti il cuore è indurito dalle passioni, e queste non lasciano che si muova a compassione, ed esso non sa avere pietà per nessuno, né dolersi per l’afflizione, né soffrire, pur vedendo­la, per la rovina del suo prossimo, né rattristarsi per coloro che cadono nei peccati; ma a causa delle passioni di cui si è detto, l’ira e la gelosia si fanno potenti e si accrescono in costoro; e accade che uno sia mosso da stupido zelo, come se volesse far vendetta al posto di Dio, e nella sua anima non c’è spazio per la compassione.
Sii un persegui­tato, ma non uno che perseguita. Sii un crocifisso, ma non uno che crocifigge. Sii pacifico e non zelante… Non sei un servo della pace? Almeno non essere un agitatore! Sappi che se da te uscirà un fuoco che brucerà gli altri, alle tue mani sarà chiesto conto delle anime di tutti coloro che quel fuoco avrà toccato. E se non sei tu a soffiare su quel fuo­co, ma sei d’accordo con colui che vi soffia sopra e ti compiaci della sua azione, sarai suo compagno nel giudizio».
Non lasciamoci ingannare: l’invito del Papa è un invito per la pace, ma è una vera e propria battaglia, fino all’ultimo sangue, il nostro, però, non quello altrui. È la lotta contro il nostro or­goglio, la sete del dominio, l’uso della violenza per sentirci gran­di. Per questo il Papa ci ha invitati tutti, credenti e non creden­ti: è una lotta contro il Male, è in gioco la nostra umanità. E le nostre'armi bianche' sono il digiuno e la preghiera.
Perché il digiuno? Per solidarietà con chi è nel bisogno. Per pe­nitenza, cioè per chiedere a Dio il dono della pace, con umiltà e con la coscienza del nostro peccato. Ma soprattutto, in que­sto momento, per ritrovare la lucidità del pensiero, liberi anche da noi stessi. Siamo sempre, per istinto, egocentrici. E questo ci rende sottilmente o palesemente aggressivi. Il nutrirsi è una spinta naturale, vitale. Siamo stati creati così. Assorbiamo e­nergia, per realizzare tutte le nostre potenzialità. Mangiamo, con voracità. Ci sentiamo forti, ci poniamo al centro.
Se digiu­niamo, se accettiamo cioè di sperimentare la debolezza, di per­dere il dominio completo, di metterci in condizione di bisogno, ci distogliamo almeno per qualche tempo da noi stessi, ci è da­ta la sapienza, la visione delle cose in Dio.
Un cuore puro, mi­sericordioso, unica condizione per la pace. Alla 'visione' siamo chiamati tutti… Se non vogliamo fare in prima persona questo cam­mino, se non cerchia­mo il vero, il giusto, sia­mo almeno onesti: non predichiamo la pace! Ma non predichiamo neppure la guerra, in nome della giustizia! E il digiuno non basta, se non diventa pre­ghiera, cioè se non ci pone davanti a Dio, il nostro Dio mite e umi­le di cuore, il misericordioso.
[...] «Il mondo ha bi­sogno di vedere gesti di pace e di speranza!» Ognuno attinga la speranza là dove può, secondo il suo pensiero. Come cristiani, noi attingiamo la nostra speranza non dai nostri sforzi, ma dal­l’amore redentore di Cristo, che ha offerto la sua vita per noi. 'Redimere' significa 'riscattare'. Riscattarci dalle nostre schia­vitù. Cristo ha liberato e sempre libera il nostro desiderio profon­do, che ci orienta verso il Bene, ma che spesso si smarrisce per strade sbagliate, imprigionato in logiche di morte. E questa spe­ranza è per ogni uomo: Dio è morto per tutti.

Le sorelle Trappiste in Siria da Avvenire del 7 settembre 2013

sabato 7 settembre 2013

Facciamo scoppiare la pace!

Quest’oggi, cari fratelli e sorelle, vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall’unica grande famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace!
E’ il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra!
La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato.
Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano.
Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall’intimo di me stesso!
Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche!
Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi!
C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza! Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione. Con altrettanta forza esorto anche la Comunità Internazionale a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana. Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini. Agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto.
Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo?
Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e nell’amore (cfr Lett. enc. Pacem in terris [11 aprile 1963]: AAS 55 [1963], 301-302).
Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà!
E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità.
Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace. Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace.
Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà.
Il 7 settembre in Piazza San Pietro - qui - dalle ore 19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo.
L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione.
A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace.

Papa Francesco, Angelus di domenica 1 settembre 2013

mercoledì 4 settembre 2013

Rimuovere lo sfondo dalle immagini

Come rimuovere lo sfondo dalle immagini senza utilizzare Photoshop?
Ho trovato un servizio online gratuito che permette di eseguire questi interventi di “pulitura”.
Si chiama Clipping Magic e per il momento è utilizzabile gratuitamente. E’ sufficiente aprire il sito di Clipping Magic e caricare un’immagine scegliendo “Choose File” oppure trascinandola nell’area apposita:
Una volta caricata l’immagine sarà necessario indicare al programma quali aree lasciare inalterate e quali rimuovere. Per fare ciò bisogna utilizzare due strumenti: quello rosso permette di indicare le zone da eliminare, mentre quello verde quelle da mantenere.
Clipping Magic permette di visualizzare un’anteprima in tempo reale che consente di valutare immediatamente la bontà del proprio lavoro.


Con Clipping Magic è possibile impostare le dimensioni dei pennini, in modo da poter lavorare anche con un buon livello di precisione.
Una volta terminato basta cliccare sul pulsante “Download” per scaricare l’immagine modificata e quindi priva dello sfondo.

lunedì 2 settembre 2013

Mi costruisco da me!?

«Ho scelto di fare questo lavoro perché mi colpiva il fatto che i nostri ragazzi tossicodipendenti dicono di sé: “Mi faccio”. Quanto è drammatica un’espressione così! È come se intendesse dire: “Mi costruisco da me. Siccome non ho avuto, non ho ricevuto da altri, allora ci penso io, mi faccio io con le mie mani”. E invece no: la salvezza non viene da te, è un Imprevisto che ti viene incontro e ti cambia la vita».





Silvio Cattarina, psicologo e sociologo, fondatore della cooperativa sociale L’Imprevisto di Pesaro, che accoglie minorenni provenienti in larga parte dal mondo della droga, in Credere n. 20/2013.