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giovedì 13 marzo 2014

La felicità nelle religioni

Tutti gli uomini, appartenenti a una religione o a un'altra, inseguono la felicità. Il pensiero occidentale però differisce dagli altri: è fondato su una forte tendenza al razionalismo e sulla convinzione che tutto si possa spiegare nel contesto di una singola vita. Nelle religioni orientali è ben diverso.

BUDDHISMO
Ciò che incatena l'individuo all'esistenza, alle rinascite, è il desiderio: i desideri della mente servono l'IO, che in verità si rivela una casa vuota, un'illusione. Colmando i desideri dell'IO l'individuo si illude e crea sofferenza. Rinunciare ai desideri è avviarsi alla condizione suprema della felicità, cioè il Nirvana, in cui l'uomo è felice pur non desiderando. Identificando i fattori che conducono alla felicità e quelli che inducono alla sofferenza si arriva al proprio equilibrio e alla felicità personale che poi si traduce nella volontà di andare incontro agli altri.

INDUISMO
La visione dell'Induismo si puù riassumere con queste parole: «Oh, come facilmente il palcido stagno è turbato dai venti che passano! Amico, non cercare la felicità in quello che passa. Non c'è che una sola via: la via che è dentro te stesso, attraverso il tuo stesso cuore» (Jiddu Krishnamurti)

ISLAM
Il modo di vivere ha origine direttamente da Dio: non è opera di politici, né di economisti, né di moralisti o psicologi. E' Dio stesso che, nella sua infinita saggezza, dà all'uomo le indicazioni e le leggi morali per realizzare la giustizia e la felicità già durante la vita terrena. L'essere umano, qualsiasi sentiero percorra, in realtà non desidera che la propria felicità, il proprio successo. Fino a quando non conosce se stesso, non potrà conoscere i reali bisogni, nella soddisfazione dei quali risiede la beatitudine. La conoscenza di sé è dunque il dovere più impellente dell'uomo; solo conoscendo se stesso egli comprenderà in che cosa consiste realmente la propria felicità evitando di sprecare la vita, bene prezioso e irripetibile.

EBRAISMO
Gli ebrei hanno più di un motivo per esultare nel loro Dio. Il primo motivo viene dall'alleanza: Israele è popolo eletto, scelto per un amore singolare, per cui sente Dio come il "suo Dio" che chiede al suo polo di essere gioioso. «Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza» (Ne 8,10).
Un secondo motivo della gioia d'Israele è la potenza di Dio che fa esultare di gioia le sue creature: «Mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie, esulto per l'opera delle tue mani. Come sono grandi le tue opere, Signore, quanto profondi i tuoi pensieri!» (Sal 92, 5-6). I poeti del popolo eletto invitano tutta la creazione a partecipare al loro stato d'animo: «Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta...» (Sal 96, 11-12)

CRISTIANESIMO
L'Antico Testamento è preludio, per i cristiani, alla gioia annunciata nel Nuovo Testamento.
«Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: ... (Mt 5, 1-12).
Il "Discorso della montagna" ha attraversato i secoli e si presenta ancora ad ogni uomo o donna, indipendemente dal loro credo, con una vitalità insuperata e insuperabile. Ad esso spiriti grandi si sono avvicinati ieri come oggi, anche oltre i confini della confessione cristiana; per tutti basti pensare al Mahatma Gandhi. Non si tratta di un elenco di precetti, ma di un discorso che ha una sua logica interna; è il non facile cammino a fianco di Cristo. Le frasi che compongono il "Discorso della montagna" prendono avvio tutte con un «Beati quelli ....»: ma che cosa significa essere beati? E' la ricetta della felicità? Si potrebbe infatti definire il "Discorso della montagna" con la suggestiva immagine di "formula della felicità". Originale per gli ingredienti che la compongono e per il suo inventore: solo uno come Gesù poteva dichiarare felici quelli che se la passano male, che vivono ai margini della società.
Gesù contesta il modo abituale di pensare e di agire della gente. Per le persone del suo tempo, come anche per la mentalità di oggi, i beati sono i ricchi, i potenti, quelli che hanno salute, successo e fortuna. Per Gesù, invece, i veri fortunati, cioè coloro che alla fine godranno la terra, che vedranno Dio, che avranno il suo regno, sono i poveri, gli operatori di pace, i sofferenti, i perseguitati... Il suo è un messaggio sconvolgente, paradossale, cioè assurdo, che sfida il buonsenso, che appare non ragionevole alla mentalità comune.
La felicità non è l'appagamento permanente e definitivo dei desideri, ma è sempre da attendere.
La felicità è possibile già in questo mondo come anticipo della pienezza che sarà vissuta quando si vedrà Dio "faccia a faccia".
Gesù promette già una porzione di felicità, che viene soprattutto dallo stare con Lui, ma promette innanzitutto "la vita eterna", la felicità completa e duratura, mèta ultima del cammino degli uomini.
Per il cristiano, quindi, la felicità si snoda tra il già, che sperimenta, e il non ancora, che è da raggiungere, che è oltre quello che gustiamo in questa vita, perché il suo pieno compimento è solo in Dio. E se questa coincide con Dio, con lo sperimentare la Sua presenza, si può essere felici soltanto conoscendo Dio, il solo che può colmare il nostro cuore.

Concludo la presentazione dell'idea di felicità nelle diverse religioni, con una meditazione di Madre Teresa:
«L'uomo da solo comprende che può combattere il male e la morte con tutte le sue forze, ma non può vincerli. Esiste una realtà superiore all'uomo a cui potersi rivolgere per eliminare male e morte?
Ci sono persone che sono felici, lo dimostrano nella vita perché sanno amare e creare felicità, ma la loro felicità non viene dalla relazione con il mondo bensì dalla relazione con l'altro e con il divino
».

FONTE: Ora di Religione, rivista Elledici, Scuola Primaria: 3ª Unità di lavoro - Alla ricerca della felicità, di Alessandra Alessandri - Fiammetta Scaletti.

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