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sabato 30 dicembre 2017

Non ho sogni

Ci sono ragazzi che non hanno sogni perché hanno tutto. Altri che fanno fatica a sognare, perché i sogni sono stati loro rubati da un mondo che non ha cuore, che permette che ogni giorno sia giorno di guerra, di fame, di soprusi.
Che questi giorni ci aiutino a pensare e che i buoni propositi si traducano in comportamenti buoni e virtuosi. Se non possiamo salvare il mondo intero, cominciamo almeno a guardare con occhi diversi chi sbarca sulle nostre coste, chi ci chiede ospitalità, chi ha bisogno del nostro aiuto.
Non c'è bisogno di andare lontano, perché può essere il nostro vicino di casa, o il compagno di banco, come la vecchietta nella via accanto, o il ragazzo davanti al supermercato, a non avere più sogni.

giovedì 28 dicembre 2017

Profughi senza famiglia

Tra i profughi che sbarcano nelle nostre coste tanti sono i bambini e i ragazzi. Che ne è di loro?
Le loro storie raccontate da Viviana Daloiso in Avvenire del 24 dicembre 2017.

«Bella, l’Italia. Io posso camminare libero per la strada, senza la paura di morire». Ihsan lo dice sorridendo e poi scappa via, per continuare la partita. Sono una quindicina, assiepati attorno al calciobalilla: afghani, eritrei, algerini, egiziani. Pantaloni larghi, cappellini girati, cuffie all'orecchio. Eccoli qui, i minori stranieri non accompagnati. La sigla sui report statistici e nei lavori parlamentari è “msna”: numeri d’un fenomeno dirompente, negli ultimi anni. Di cui l’Italia – fuori da queste quattro mura a due passi dalla Stazione Centrale, nel cuore di Milano – sa poco o nulla.
Cosa vuol dire, arrivare da soli su un barcone a 15 anni? Cosa significa crescere senza genitori, lontani da casa, in una terra che non conosci? Perché, si parte?
Basta una mattina per scoprirlo al Civico Zero di Save the children.
Il luogo che non c’è da cui ricominciano tante storie. Alle nove il piccolo atrio – una vetrina anonima affacciata sulla strada – pullula di ragazzi. Sembra d’essere in una scuola italiana: ci sono le figurine, i diari zeppi di scritte, le chiacchiere, la musica. E la scuola inizia davvero, nel giro di qualche minuto, perché qui i minori tutti i giorni vengono – liberamente, dalle comunità e dai centri di accoglienza della metropoli e dell’hinterland– a imparare l’italiano.
 «Bella l’Italia e bello l’italiano» dice ancora Ihsan, col suo sorriso infinito: a 14 anni è arrivato delegittimato via mare, da solo, ed è così contento quando gli mettono in mano la scheda di lavoro. Figure a cui abbinare parole: c’è la penna, la sedia, il temperino. Bello tutto, per Ihsan. «Guarda, ho imparato a scriverlo da solo “temperino”».
Oggi l’insegnante è ammalata e allora a far lezione pensa Mahdi, che di mestiere al Civico Zero fa il mediatore culturale. È tunisino, ha poco più di 30 anni e anche lui una storia di speranze tradite, nel suo Paese, da cui è partito per venire in Italia a studiare. I ragazzi lo considerano una specie di autorità, «come in generale tutti gli adulti con cui entrano in contatto – racconta Valentina Polizzi, anima della struttura che coordina per Save the children dalla sua nascita, nel 2014 –. Il fatto che sono soli, che hanno intrapreso il loro viaggio senza i genitori, trasforma ogni figura adulta in un punto di riferimento, da rispettare e ascoltare». In effetti non vola una mosca, in questa lezione d’italiano con 25 adolescenti dagli 11 ai 17 anni di tutto il mondo. È una famiglia strampalata e straordinaria: il grande che aiuta il piccolo, il forte che aiuta il debole, Fabio che non alza mai lo sguardo dal foglio, Miji che scrive tutto impettito alla lavagna.
«L’italiano è tutto, per loro, è la garanzia di potersi costruire un futuro e di andare a lavorare – continua Valentina –, ecco perché la loro risposta in termini di risultato a volte è impressionante: abbiamo ragazzi che in un mese parlano la nostra lingua, in tre sanno scriverla».
Questo anche perché molti di questi minori hanno studiato, nei loro Paesi: «Le famiglie li hanno fatti partire proprio perché tenevano a loro particolarmente, perché volevano garantirgli un futuro». Figli prediletti, mandati a vivere – o morire, non importa – altrove. È il caso dei ragazzi eritrei, in particolare. Come Sekou, 15 anni: «A casa mia avrei dovuto fare il soldato, avrei portato il fucile. E forse mi avrebbero costretto a uccidere qualche mio amico, persino mio fratello potevo uccidere, lo capisci?». Certo che no. Sekou ci ha messo 4 anni ad arrivare in Italia, è partito che ne aveva 11: l’hanno rapito tre volte, lungo la strada, venduto e comprato, poi l’abisso della Libia, di cui non racconta niente, nemmeno a Mahdi. Al Civico Zero lo prendono in giro perché sta sempre al telefono con la sua mamma: «Tutti i giorni, a tutte le ore, parla con lei – racconta Valentina –. E lei una volta a settimana chiede di parlare con qualcuno di noi, lui ce la passa».
La mamma, da un altro Continente, chiede se beve abbastanza latte, Sekou, «perché deve crescere», e vuol sentirsi dire che studia, che si comporta bene. «Un giorno io la porterò qui» sussurra lui, e giù a studiare di nuovo, a scrivere “matita” e “temperino” perché appena dopo l’Italia la salvezza è l’italiano, per questi ragazzi.
 A fine lezione c’è qualche colloquio individuale: i mediatori (uno parla il tigrino, due l’arabo) accolgono i ragazzi, le loro richieste, i loro dubbi. Gli altri ricominciano il biliardino o ascoltano il rap di Master Sina, il minore non accompagnato che racconta la sua storia su Youtube e registra decine di milioni di visualizzazioni tra l’Italia e la Tunisia. Il giovedì c’è il laboratorio d’arte e di video, il venerdì li portano al parco a giocare, o in gita nei musei. A Natale la tombola, non importa se cristiani o musulmani. «Non ci sono queste cose da dove vengo io – continua Faraji coi suoi 11 anni, e i baffetti sul viso da bimbo – perché c’è regime». Non sa spiegare cos'è, ma la tombola e il calciobalilla «sono meglio. Questo lo so».

martedì 19 dicembre 2017

Una croce e i martiri del Colosseo

Ci fu martirio di cristiani nel Colosseo?
La questione si trascina da tempo. Secondo alcuni storici moderni i cristiani a Roma venivano uccisi in altri contesti come nelle carceri, nel Circo di Nerone (o nelle vicinanze) o addirittura nel Circo Massimo, per non dire lungo le strade o in contesti periferici. Eppure per tradizione noi immaginiamo il Colosseo come luogo di martirio di tanti cristiani. Non è un caso, infatti,  che la Via Crucis del Venerdì Santo, alla presenza del Papa, avvenga in questo luogo, inteso come simbolo delle uccisioni di fedeli in Cristo avvenute a Roma come in tutto il mondo. Studi recenti sembrano avvalorare la fondatezza di questa tradizione.
Durante la recente restaurazione dell'Anfiteatro Flavio (questo è l'altro nome del Colosseo) è stato ritrovato il disegno di una croce  su un tratto di intonaco risalente al terzo secolo. In un primo momento la presenza della croce è stata trascurata, anche perché inserita in un contesto di parole, numeri e segni sovrapposti e risalenti a varie epoche. Quando però Pier Luigi Guiducci, docente di Storia della Chiesa alla Lateranense, si è imbattuto per caso in una fotografia di questo 'lacerto' di muro, è scattata una molla. «Ho visto subito la croce in basso a sinistra. Ho notato che era di un colore rosso diverso dal resto delle scritte e ho deciso di approfondire», afferma lo storico. Il tratto di intonaco con la croce si trova nel corridoio di servizio poco illuminato che immette al terzo livello dell’anfiteatro, che storicamente era riservato al popolino. Questa è la prima cosa che ha incuriosito Guiducci, perché mai erano state individuate croci ai piani superiori. Gli unici altri graffiti col simbolo cristiano sono posti al primo livello, negli ambienti prossimi all'arena e gli storici li hanno sempre attribuiti all'epoca medievale, incisi dagli operai addetti all'estrazione di materiali da costruzione oppure da persone che nei secoli hanno sfruttato le strutture del Colosseo come riparo o come abitazione. Teoria che convince Guiducci solo in parte, avendo notato che una di queste semplici croci è analoga a un graffito presente nelle catacombe di Domitilla (II secolo). Ma cosa ha di diverso la croce trovata al terzo livello?
Intanto il colore. Il rosso che è stato usato per segnarla sul muro è tipico del III secolo e molti ritrovamenti testimoniano che lo stesso pigmento è stato utilizzato proprio nel Colosseo per la decorazione degli intonaci interni. Inoltre la croce è disegnata, in piccolo, fra due grandi lettere 'T' e 'S', ed è posta, in posizione lievemente sopraelevata, sulla linea grafica che le congiunge alla base. Il suo significato è quindi strettamente collegato a quello delle due lettere che la inscrivono.  Ma qual è la relazione tra questa croce e le lettere? Prima si è pensato all'ipotesi che si trattasse della prima e dell’ultima lettera di un nome romano, come Tarcisius o Theseus. Ma da varie risultanze di graffiti di epoca latina si sa per certo che i romani non avevano l’abitudine di segnare i nomi propri sui muri con la prima e l’ultima lettera, ma li scrivevano per esteso. Vagliate altre ipotesi, Guiducci ha pensato di contestualizzare le due lettere nell'ambiente degli spettacoli che si tenevano nell'arena e nel contesto sociale relativo al suo terzo livello.
Così è giunto alla conclusione che con 'T' ed 'S' si sia voluta indicare la parola Taurus. Fra la seconda metà del secondo secolo e tutto il terzo secolo i tori erano fra gli animali più usati nelle arene per i combattimenti con gladiatori, per i combattimenti fra animali, ma anche per uccidere i condannati a morte ( damnatio ad bestias). Da numerose attestazioni sappiamo che anche tanti cristiani, condannati a morte perché non abiuravano, venivano condotti nelle arene per subire la stessa sorte di tanti criminali. Ignazio di Antiochia, per esempio, subì questa sorte nel 107 e proprio nell'anfiteatro Flavio.
In alcune particolare occasioni, come per la celebrazione di importanti vittorie militari, al Colosseo si indicevano 'giochi' di festeggiamento che duravano mesi e gli 'spettacoli' erano anche tre al giorno, con l’impiego di migliaia di animali e di uomini: per la vittoria sui Daci, l’imperatore Traiano organizzò 123 giorni di combattimenti. Come nel caso di Ignazio, i condannati venivano 'importati' per l’occorrenza da varie parti dell’impero. E per condannare dei cristiani a morte ci voleva davvero poco. Tertulliano alla fine del secondo secolo scrive che qualunque cosa accadesse nell'impero, «che tracimasse il Tevere o vennise a piovere», subito si alzava il grido « Christianos ad leonem ». Ecco allora che la croce inscritta nella parola 'taurus' disegnata col rosso nel buio corridoio che conduceva al terzo anello del Colosseo, destinato al popolo urlante, acquista il tono di una chiara invocazione alla misericordia, una affidamento al Cristo che salva, per il cristiano che ha appena trovato, o sta trovando la morte lacerato da un toro, nella sottostante arena. Insomma, quella croce posta a congiunzione fra le lettere 'T' e 'S' è in qualche modo una sorta di attestazione storica che nel Colosseo, fra secondo e terzo secolo, c’è stato chi ha avuto piena coscienza che un cristiano era morto ad bestias e ne ha avuto pietà.
Tratto e adattato da Avvenire del 14/12/2017 a firma di Roberto I. Zanini

sabato 16 dicembre 2017

Il pastore Benino

Tra le statuine del presepe ce n'è una che dorme. E' il pastore Benino.
La leggenda popolare presenta questo personaggio mentre sta dormendo nello stesso presepe che sta sognando e, poiché quel presepe è il frutto del suo sogno, svegliare Benino vorrebbe dire l’istantanea estinzione del presepe. Ispirato dal passo evangelico che descrive l’annuncio degli Angeli ai pastori dormienti, il sogno di Benino non deriva però da un semplice sonno ozioso di un giovincello stanco, ma rappresenta invece il momento in cui l’uomo accoglie nella sua totale pienezza l’evento straordinario del mistero dell’Incarnazione. Tanto che nel suo sognare egli stesso diventa protagonista delle trasformazioni del creato e della natura che gli appaiono attorno. Ed è per questo che nei presepi il pastorello Benino viene collocato nel punto più alto della scena: perché la sua visione, tra mille viottoli, discese, e dirupi, sfocia attraverso un viaggio denso di simboli e interpretazioni nella grotta sottostante, dove sono collocati Giuseppe, Maria e Gesù Bambino.
Il valore simbolico di questo personaggio ha dato vita a numerose narrazioni fra cui quelle legate alla Cantata dei Pastori di Andrea Perrucci (1698) che fa aprire la scena del primo atto della sacra rappresentazione con il dialogo con Benino e il padre Armenzio che lo ha svegliato da un sogno straordinario in cui ha visto la terra trasformarsi in Paradiso. Attorno a questa scena sono nati anche alcuni componimenti musicali conosciuti come Il sogno di Benino, che vengono ancora eseguiti come prologo alle rappresentazioni di Presepi viventi, come quello qui riportato diffuso nell'area del Lazio meridionale: «...Mentre sognavo d’un tratto si apre il cielo piove argento e oro il mondo era tutto un tesoro I fiori erano pietre preziose dai fiumi scorre l’argento dalle viti pendevano grappoli di brillanti topazi e rubini E mentre guardavo estasiato vedo apparire una luce sorge dalla grotta di Betlemme grande come cento soli...».
Tratto da Avvenire del 14/12/2017 (Il sogno di Benino che dorme nel presepe di Ambrogio Sparagna)

venerdì 15 dicembre 2017

Il valore del dialogo

Papa Francesco offre un ulteriore contributo alla riflessione che con i ragazzi delle seconde medie stiamo facendo sull'essere comunità.
«La diversità della famiglia umana - ha detto il Papa ricevendo i nuovi ambasciatori di alcuni Paesi - non è di per sé una causa di queste sfide alla coesistenza pacifica. Davvero le forze centrifughe che vorrebbero dividere i popoli non sono da ricercarsi nelle loro differenze, ma nel fallimento nello stabilire un percorso di dialogo e di comprensione come il più efficace mezzo di risposta a tali sfide». Il dialogo gioca un ruolo chiave «nel permettere alla diversità di essere vissuta in modo autentico e nel reciproco vantaggio per la nostra società sempre più globalizzata. Una comunicazione rispettosa conduce alla cooperazione, specialmente nel favorire la riconciliazione dove essa è più necessaria. Questa cooperazione a sua volta è d’aiuto a quella solidarietà che è la condizione per la crescita della giustizia e per il dovuto rispetto della dignità, dei diritti e delle aspirazioni di tutti. L’impegno per il dialogo e la cooperazione dev'essere il segno distintivo di ogni istituzione della comunità internazionale, come di ogni istituzione nazionale e locale, dal momento che tutte sono incaricate della ricerca del bene comune».
Il Papa ha continuato dicendo che «La promozione del dialogo, della riconciliazione e della cooperazione non possono essere date per scontate. La delicata arte della diplomazia e l’arduo lavoro della costruzione di una nazione devono essere sempre nuovamente imparate da ogni nuova generazione. Noi condividiamo la responsabilità collettiva di educare i giovani all'importanza di questi principi che sorreggono l’ordine sociale. Trasmettere questa preziosa eredità ai nostri figli e nipoti, non solo assicurerà un pacifico e prospero futuro, ma soddisferà anche le esigenze della giustizia intergenerazionale e di quello sviluppo umano integrale a cui ha diritto ogni uomo, donna e bambino».

domenica 3 dicembre 2017

La nuova proposta per la classe terza: Il mondo può ancora aver bisogno del Vangelo?

Il Vangelo ha anche un contenuto sociale, perché la relazione personale con Dio si deve tradurre in comportamenti di fraternità, di pace e di giustizia. Per questo la Chiesa ha avuto anche un’attenzione particolare ai problemi dell’uomo che abita questo nostro tempo: da qui la dottrina sociale della Chiesa e alcuni documenti che avremo modo di leggere e capire. Questa necessaria coerenza tra la fede e la vita è testimoniata anche da persone che hanno fatto scelte politiche e sociali ispirate al Vangelo. Il vostro compito sarà quello di raccontare in un’immagine e poche frasi quanto avete colto in questo percorso di apprendimento. Cliccare sull'immagine per vedere la proposta didattica.


venerdì 1 dicembre 2017

Proposta per la classe seconda: Un nuovo popolo

Come si fa a costruire gruppi accoglienti, capaci di apprezzare le diversità di ognuno? La Bibbia ha da dire e suggerire qualcosa? I testi biblici che ci parlano della prima Chiesa, ci presentano una comunità che, con l’aiuto dello Spirito Santo, sperimentava e metteva in pratica (con tutte le difficoltà che possiamo immaginare) il comandamento dell’amore. Non può esistere comunità, neanche quella scolastica, se non c’è accettazione dell’altro (che va amato come un fratello) e condivisione di regole. La regola più importante di tutte è però quella di rinunciare al proprio egoismo per il bene comune. Cliccare sull'immagine per vedere la proposta didattica.


giovedì 30 novembre 2017

La nuova proposta per la classe prima: la storia tra l'uomo e Dio

La storia tra l'uomo e Dio non può consistere solo in una serie di regole o di riti da seguire.
La Bibbia racconta la storia di un popolo che ha avuto sempre a che fare con i prepotenti di turno, stranieri o appartenenti allo stesso popolo. La Bibbia ci racconta anche, però, di uomini e donne che, fidandosi di Dio, hanno saputo combattere contro la cattiveria e le ingiustizie.
Il rapporto con Dio, dice la Bibbia, deve fare di noi persone migliori. Per questo il lavoro che propongo alle classi prime partirà da un fenomeno attuale come il bullismo per arrivare a comprendere che la fiducia degli altri e negli altri, il non stare tra i prepotenti, ma tra coloro che si appassionano per la libertà, il saper trarre insegnamenti dai propri errori e avere il coraggio di riconoscerli, ci fa crescere come persone migliori. Di tutto questo, ovviamente con modi e stili diversi da quelli di oggi, parla anche la Bibbia. Perché Dio si rivela e fa alleanza con il popolo perché l'umanità possa vincere il male.


lunedì 6 novembre 2017

Una Bibbia per tutti

Ma’heo’o tséxhoháeméhotaétse hee’haho ného’eanemétaenone.... Chiaro no?
È un versetto del Vangelo di Giovanni: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito…”. È scritto nella lingua dei Cheyenne, i nativi dell’America Settentrionale, i quali non possono ancora leggere tutta la Bibbia nella loro lingua madre ma tra alcuni anni forse sì: quando cioè la squadra che la sta traducendo avrà finito il suo duro e lunghissimo compito. Sì perché tradurre un testo come la Bibbia, di mole imponente, con testi che parlano di avvenimenti e costumi di migliaia di anni fa, e con un contenuto di assoluta importanza e delicatezza (chi può permettersi di esprimere male la Parola di Dio?) più che un lavoro è una vera impresa.
E se già lo è tradurre la Bibbia nelle principali lingue del mondo, è facile immaginare cosa voglia dire farlo in lingue parlate magari da poche decine di migliaia di persone, spesso povere di vocaboli... e di vocabolari. Oggi nel mondo si contano circa 7.000 lingue viventi, cioè parlate attivamente, ma la Bibbia nella sua interezza è disponibile in solo 636 di queste. Per quanto la Bibbia sia uno dei testi più tradotti al mondo sono circa un miliardo e mezzo le persone che non possono leggere integralmente la Sacra Scrittura nella loro lingua madre.
Tratto e adattato da Popotus del 12/10/2017

giovedì 2 novembre 2017

Sintesi del percorso per le classi prime "Il nome di Dio"

Vi propongo alcune attività per rivedere il percorso appena concluso. Un modo per sistemare le conoscenze e rivedere i punti chiave della proposta didattica.
Cliccare sull'immagine.



lunedì 30 ottobre 2017

Davide dal grande cuore

Avete mai pensato che la Bibbia ci può aiutare a comprendere meglio la nostra vita?
Attraverso le storie che vi troviamo raccontate, Dio ci vuol far capire come funziona l'esistenza.
Mi rivolgo in particolare a voi, ragazzi di prima, perché possiate, incuriosendovi, trovare, attraverso le storie dei tanti personaggi della Bibbia, suggerimenti utili per affrontare le difficoltà e per dare valore a ciò che ci circonda.
Alcune di queste storie hanno per protagonisti bambini o ragazzi, giovani che con i loro gesti e il loro modo di affrontare le situazioni in cui si sono trovati hanno scritto la storia del popolo di Dio. Isacco, Samuele, Davide, Daniele, Rebecca, Giuditta, Tobia ma anche Gesù: sono tutti “bambini di Parola”.
Su molti di loro nessuno avrebbe scommesso un centesimo, eppure essi sono riusciti a fare grandi cose.
Come quel piccoletto dai capelli del colore della criniera del leone, tra il biondo e il rossiccio, di nome Davide e vissuto tra l’undicesimo e il decimo secolo prima di Cristo. Era figlio di Iesse e aveva sette fratelli, ma lui era il più piccolo e gli spettava il compito più noioso (ma anche rischioso), cioè pascolare le pecore. E stava facendo proprio quello quando il profeta Samuele arrivò da suo padre per scegliere il futuro re di Israele. Era stato il Signore a inviare il profeta e a chiedergli di passare in rassegna i figli di Iesse. Uno alla volta Samuele, guidato da Dio, incontrò i sette fratelli più grandi ma nessuno era quello giusto. Come mai? «Non guardare all'aspetto o alla statura», sottolineò allora Dio, perché «l’uomo vede l’apparenza ma il Signore vede il cuore».
Fu quindi chiamato Davide e subito si capì che il prescelto per diventare re era proprio lui, un ragazzino. Il cammino verso il trono era ancora lungo e, nonostante l’importanza della sua vocazione, lui continuò con umiltà a pascolare le pecore fino a quando venne il momento giusto per i gesti più eroici. Coraggio e lealtà sono i valori che poi Davide mostrò di saper coltivare, superando anche i suoi stessi errori, alcuni dei quali molto gravi. Ma la sua storia ci insegna che per diventare grandi in tutti i sensi dobbiamo imparare non solo a leggere quello che abbiamo dentro noi, ma anche quello che gli altri portano nel profondo del loro cuore.
Tratto da Popotus,GIOVANI PROTAGONISTI DELLA BIBBIA. Il piccolo Davide dal grande cuore, di Matteo Liut

venerdì 27 ottobre 2017

L'anno liturgico

L'Anno Liturgico è l'articolazione del calendario annuale della liturgia della Chiesa cattolica. Nel Rito Romano inizia con la prima domenica di Avvento, a fine novembre - inizio dicembre (nel Rito Ambrosiano è anticipato di due settimane a causa della diversa durata dell'Avvento) e termina con l'ultima settimana del Tempo ordinario (con l'ultima settimana del Tempo Dopo Pentecoste nel Rito Ambrosiano). Esso è costituito da:
un calendario di celebrazioni articolate attorno al mistero pasquale di Cristo, con il ciclo maggiore della Pasqua e il ciclo minore del Natale;
un ciclo di letture bibliche per la celebrazione dell'Eucarestia di tutti i giorni dell'anno; un ciclo di letture bibliche e patristiche, nonché di altri testi, per la Liturgia delle Ore. [Fonte: Cathopedia]
Per capire come funziona l'anno liturgico vi lascio una presentazione che ho trovato nel sito www.qumran2.net il cui autore è don Boguslaw Kadela.


giovedì 12 ottobre 2017

Il racconto del peccato originale: esegesi del cardinale Ravasi

Quante banalità sul racconto del peccato originale. Una lettura frettolosa e superficiale ci impedisce di coglierne il senso. Vi propongo, ragazzi del secondo sportivo, che state riflettendo su questo tema, l'esegesi del cardinale  Ravasi.
[...] Prima di passare alla seconda tavola (ndr vedi post per il IV Liceo), destinata a dipingere lo scardinamento di questo progetto pensato da Dio per la sua creatura più alta, è necessario esaminare il legaccio che tiene insieme le due tavole. Si tratta di un simbolo vegetale, quell'«albero della conoscenza del bene e del male» (2,9.17) del tutto ignoto ai botanici. Siamo, infatti, in presenza di un albero non fisico, ma metafisico.
Nella Bibbia il simbolismo vegetale rimanda spesso alla sapienza divina e umana e vuole rappresentare un progetto di vita. L’albero della Genesi è, poi, collegato con la conoscenza, cioè con l’adesione piena, «del bene e del male », che sono i due estremi della moralità. Siamo, dunque, di fronte alla morale manifestata all'uomo e simboleggiata nell'albero vivo che si ramifica nel cielo dell’armonia del giardino dell’Eden. L’uomo afferra il frutto di quell'albero cercando di possederlo.
Il gesto ha un netto significato, decisivo per comprendere il 'peccato originale', anzi, ogni peccato o, se si preferisce, la radice velenosa di ogni delitto, secondo le Scritture. L’uomo, violando il comandamento divino, vuole decidere autonomamente quale sia il bene e il male e rifiuta di riceverli codificati da Dio. L’uomo sceglie di essere lui stesso l’arbitro della morale, respingendone ogni definizione trascendente. Boccia, così, il progetto di Dio. Questa è la radice ultima del peccato, di ogni peccato, l’origine stessa del peccato, è il peccato nella sua struttura radicale di orgoglio, di hybris, di sfida, di «essere come Dio conoscitori del bene e del male» (3,5). Suo sbocco è la morte, intesa nel suo senso 'simbolico', ossia globale, fisico-spirituale – la terminologia usata, in ebraico ( môt tamût, «certamente morrai») è quella tipica della condanna per la violazione della legge sacra –, è la separazione dal Dio della vita fisico-spirituale. […]
Grande e drammatica qualità, la libertà dell’uomo è un ritirarsi di Dio ancor più arduo del suo ritrarsi dalla creazione per lasciarle spazio e consistenza. Egli non vuole avere davanti a sé solo stelle che obbediscono a meccaniche celesti o stagioni che rispondono a ritmi obbligati o animali che seguono istinti in loro impressi. Vuole avere un rischioso interlocutore, pronto a rispettarlo nelle sue follie, anche se non a giustificarlo o ignorarlo. […]
Dio non ha incatenato tutte le potenzialità della libertà, ha solo voluto definire i valori morali sui quali esercitare la libertà (l’albero della conoscenza del bene e del male). È ciò che sa bene la donna, e lo attesta in modo esplicito nella sua replica al serpente (3,2-3). Ma, aperto il varco, il serpente fa balenare la possibilità di rompere ogni legame, di sfidare Dio anche sull'unico, fondamentale comandamento. Il precetto divino viene maliziosamente presentato come un’assurda e ostile gelosia nei confronti dell’uomo: «Dio sa che […] si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscitori del bene e del male» (3,5). È questa una perfetta definizione del peccato in senso teologico: è un atto di ribellione in cui l’uomo si sostituisce a Dio, arrogandosi la sua sapienza, la sua divinità, la sua signoria sul bene e sul male.
La lettura dei primi tre capitoli fondamentali della Genesi rivela che la Bibbia guarda alla fragile libertà umana con un certo pessimismo. Non c’è, dunque, speranza per l’autore della Genesi? No, la catena della maledizione può essere interrotta e ciò accadrà quando Dio stesso, deluso della sua creatura, ma non disperato di riportarla nel giardino perduto, deciderà di ritornare in scena, scegliendo un uomo, Abramo, come nuovo interlocutore.
La storia di Abramo, infatti, comincia con la radice verbale ebraica della benedizione, brk, ripetuta per ben cinque volte: «Ti benedirò – dice il Signore ad Abramo – tu stesso diventerai una benedizione, benedirò coloro che ti benediranno […] e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (12,2-3). Sorge ormai l’alba della storia della salvezza.

mercoledì 11 ottobre 2017

Il racconto della creazione dell'uomo

Ho trovato questa esegesi del cardinale Ravasi che ho pensato di proporre a voi, ragazzi del Liceo Sportivo. E' una chiave di lettura dei racconti che troviamo nei primi tre capitoli di Genesi che può aiutarci a capire i temi che stiamo affrontando.
Per voi, ragazzi del quarto, sarà l'occasione per comprendere che il racconto della creazione non ha nessuna pretesa scientifica, ma è un testo liturgico, che appartiene alla tradizione Sacerdotale. Voi, invece,  ragazzi del III vi potrete trovare spunti per una chiave di lettura del rapporto uomo-donna.
Prima di addentrarci nel brano di Gen 1, vi propongo un video.


[...] la narrazione del capitolo 1 della Genesi colloca,la creazione dell’uomo al vertice, in un sesto, estremo giorno creativo, come ottava, suprema opera divina.
L’uomo entra dunque in scena come apice della creazione, dopo una solenne dichiarazione divina pronunziata nel plurale maiestatico: «Facciamo l’uomo secondo la nostra immagine, come nostra somiglianza, affinché possa dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e sulle belve della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra» (1,26).
È quasi la nomina di un vicario del potere di Dio, di un viceré planetario delegato dallo stesso Creatore che in lui ha posto un sigillo divino: l’uomo, infatti, è «immagine» di Dio, è la rappresentazione più 'somigliante' di Dio che si possa concepire.
Ma ecco che questa creatura così nobile e alta sta per svelare anche il suo volto satanico segreto.
È ciò che che viene presentato nel secondo racconto della creazione, giustapposto dal redattore finale della Genesi al primo: sono i capitoli 2-3, attribuiti alla cosiddetta 'Tradizione Jahvista', una corrente teologica più arcaica di quella 'Sacerdotale' presente nel capitolo 1 (il termine 'Jahvista' deriva dal nome divino specifico JHWH).
Queste due pagine sono costruite a dittico, ma con tavole dalle tonalità opposte, policroma e luminosa quella del capitolo 2, oscura e tragica quella del capitolo 3. Entrambe sono dipinte seguendo tre registri paralleli che descrivono in modo sceneggiato le tre relazioni fondamentali che legano l’uomo alla trascendenza (Dio), al cosmo (materia e animali), al suo simile (la terra).
Fermiamoci innanzitutto davanti alla prima tavola 'paradisiaca' (è, infatti, immersa in un giardino fiorito, popolarmente detto 'paradiso terrestre', anche se nell'originale biblico si usa solo il termine 'giardino') e scorriamo i tre registri.
In quello superiore ci pare quasi di trovare l’indimenticabile scena michelangiolesca della creazione di Adamo affrescata sulla volta della Sistina. Ma qui, tra il Creatore e l’uomo, non corre la linea dei due indici che s’incontrano, bensì un filo di respiro comune.
 Nella materialità limitata e caduca dell’uomo (la «polvere del suolo») corre una nishmat-hajjim, di solito tradotta come «alito di vita» (2,7). In realtà quell'alito non è il respiro vitale o 'spirito' ( rûah), posseduto anche dagli animali. È, secondo la Bibbia, una realtà posseduta solo da Dio e dall'uomo, «una fiaccola divina che scruta tutti i segreti del cuore » (Proverbi 20, 27). Si tratta, quindi, della capacità di penetrare i misteri della coscienza, è la sorgente della morale e dell’autocoscienza.
Procediamo e scopriamo il secondo registro della tavola della creazione dell’uomo. Appare, dopo quella che lo lega a Dio, la seconda relazione che vincola l’Adamo-Uomo alla realtà esterna. Egli non guarda solo verso l’alto, ma anche verso il basso, verso quella materia da cui proviene. Egli sente una specie di fraternità con la terra e gli animali.
Quel «coltivare e custodire » il giardino dell’Eden (2,15), quel cibarsi di frutti (2,16), quell'imporre il nome alle bestie (2,1920) sono la rappresentazione dell’homo faber, cioè del lavoro e della conoscenza che permettono all'umanità di penetrare e di insediarsi nel creato, in una convivenza nobile e 'signorile'.
Eppure l’uomo lavoratore e scienziato, giunto al tramonto della sua giornata di lavoro e di studio si sente ancora incompleto. L’ominizzazione piena si compie nel terzo registro della tavola del capitolo 2, con l’ultima relazione. L’uomo ora guarda di fronte a sé, cercando «un aiuto degno di lui» (2,18.20): l’originale ebraico ( kenegdô) letteralmente evoca una realtà che stia 'di fronte', cioè un 'partner'. È il legame col prossimo, con l’altra creatura umana in cui specchiare i propri occhi, in cui versare il proprio dolore e la gioia, con cui condividere ansie e speranze. Questo legame è tipizzato nell'unione d’amore con la donna (2,21-25), raffigurata attraverso due simboli.
Il primo è quello della 'costola'. In sumerico l’ideogramma ti significa contemporaneamente 'costola' e 'vita, vivente'. Il senso dell’immagine, al di là delle banalità dette e scritte al riguardo, è quello della solidarietà 'carnale' e quindi esistenziale tra i due, l’uomo e la donna. [...]«Questa volta è osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne!».
Il secondo simbolo è, invece, di tipo linguistico. Si gioca, infatti, sull'assonanza tra 'ish, 'uomo, maschio' e 'isshah 'donna' [...]  creando così la suggestione della complementarità nell'unità dello stesso essere, della diversità sessuale nell'identità della realtà umana.
«La si chiamerà ’isshah perché da ’ish è stata tratta» (2,23). L’uomo e la donna sono dunque, secondo la Genesi, «una sola carne» (2,24) sia nell'atto fisico d’amore, sia nella dimensione esistenziale e umana, sia infine – come spiegava un famoso esegeta tedesco, Gerhard von Rad – nel figlio che da loro nascerà, unica carne di due persone. [...]
La prima tavola del nostro ideale dittico ha disegnato nei suoi tre registri la triade fondamentale delle relazioni umane nella versione codificata soprattutto dalla letteratura sapienziale: il rapporto uomo-Dio, uomo-cosmo, uomo-uomo.


lunedì 9 ottobre 2017

Le religioni monoteiste

Completo l'itinerario che ci sta portando, cari alunni di terza media, alla scoperta delle religioni, con le religioni monoteiste. L'ordine procede dalla più recente alla più antica.

ISLAM 



CRISTIANESIMO




EBRAISMO

 

Come approfondimento per le riflessioni che stanno scaturendo dal vostro lavoro, vi lascio le parole tratte dal documento Nostra Aetate, dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.

La religione musulmana 
3. La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.

La religione ebraica 
4. Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo. La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti. [...]
Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.

venerdì 6 ottobre 2017

Quel tempo infinitamente piccolo

L'origine dell'universo è una questione veramente affascinante. Che si pensi ad un intervento divino o ad un disegno intelligente, o al puro caso, è certamente un interrogativo che ci scuote.
Mentre se ne parlava ieri a scuola con i ragazzi del IV Liceo Sportivo, mi sono ricordata di Planck e del suo 10-43   secondi.
Di che si tratta? Provo a spiegarvelo.

L'universo si espande, cari ragazzi.
A scoprirlo fu Hubble, astronomo americano (1889-1953) che così dette il colpo mortale a una convinzione plurisecolare, che cioè il cosmo fosse immobile. Se l’universo si espande, vuol dire che, se riavvolgessimo mentalmente all'indietro questa espansione, come si fa con una pellicola cinematografica rivista dalla fine all'inizio, si dovrebbe arrivare ad una contrazione. Fu più o meno questo il ragionamento che portò Georges Lemaître, prete cattolico e astrofisico belga, ad intuire che doveva esserci un punto da cui tutto era iniziato. Quel punto di inizio, che per Lemaître non poteva che essere Dio, fu chiamato da Fred Hoyle "Big Bang". Un punto che, all'improvviso, iniziò a dilatarsi, dando vita a un’espansione che continua ancora oggi e che ci racconta che l’universo ha una storia.
La ragione che portò quel punto, che conteneva un’infinita energia, a dilatarsi, a farsi materia e a dare origine ai costituenti dell’universo, non è ancora ben chiara. La fisica suggerisce  ipotesi e tante domande: cos'è, realmente, il Big Bang? cosa c’era prima di questo “punto”? che fine farà questa espansione?
Noi sappiamo l'età di questo universo (13,7 miliardi di anni) ma non riusciamo ancora a decifrarne l'inizio. Siamo arrivati ad un attimo prima del Big Bang e sappiamo anche quando comincia quest'attimo: 10-43 secondi. Vi rendete conto? E' un tempo infinitamente piccolo (provate a dividere un secondo per miliardesime di miliardesime di miliardesime volte!).
Questo tempo che è stato calcolato da Planck (1858-1947) è come un muro che, al momento, non riusciamo ad oltrepassare. Che successe prima? Perché un prima, per quanto sia un tempo infinitamente piccolo, esiste.
Questo tempo di Planck ci interroga, stuzzica, lascia interdetti, soprattutto chi, come me, non capisce un'acca di questa fisica "strana" (per quanto anche quella più "tradizionale" sia ormai diventata per me un ricordo nebuloso!).
Ci fa certo strano pensare che un tempo così insignificante e impercettibile sia invece così ricco di significati. In quella frazione di tempo gli eventi sono quantistici ed il tempo non è quello che conosciamo: non è ancora distinto dallo spazio, non scorre, non prosegue inesorabile come una freccia, non è lineare come lo misuriamo coi nostri orologi. In questo tempo di cui parla Planck, in questa frazione di 10-43 secondi, può essere successo di tutto!
[Liberamente adattato da http://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio/2015/06/29/news/cosi-la-fisica-spiega-linspiegabile-origine-delluniverso-85225/]

giovedì 5 ottobre 2017

Le religioni dell'Oriente

Un contributo per il lavoro dei ragazzi di terza media: alcuni video sulle religioni dell'Oriente e alcune riflessioni secondo il punto di vista cristiano-cattolico.

Buddismo
 
Induismo


Shintoismo




dalla Nostra Aetate 2


[...] Così, nell'induismo gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia; cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza.
Nel buddismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l'aiuto venuto dall'alto. Ugualmente anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l'inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri. La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. [...]

Paolo VI ai rappresentanti dello shintoismo, Roma, 26 febbraio 1975

[...] Noi riconosciamo ed apprezziamo i valori di religiosità e di moralità che la vostra religione ha trasmesso nel corso della storia alla cultura e alla civiltà giapponese. In particolare ci piace ricordare il vostro impegno per la sincerità e la purezza del cuore e il vostro ideale di vivere in armonia con gli uomini e con la natura. Desideriamo estendere questo saluto e apprezzamento sincero a tutta la Comunità shintoista. Questo incontro è espressione dell’impegno della Chiesa cattolica di promuovere le relazioni e il dialogo con le religioni per una migliore comprensione reciproca e una amichevole collaborazione in vista della pace e dello sviluppo dei valori spirituali e morali tra gli uomini. [...] 

martedì 3 ottobre 2017

JHWH: il nome impronunciabile



Quando Mosè chiede il nome a Dio, la risposta non è una parola, ma una frase ebraica, «io sono colui che sono» (cfr. Es 3,13-14).
Questo nome viene anche indicato come "tetragramma" biblico o sacro, dal greco τέτρα, tétra ("quattro") e γράμματον, grámmaton ("scrittura, lettera"), essendo composto dalle quattro lettere ebraiche yod, he, waw, he.
Per rispetto era (ed è) considerato impronunciabile dagli Ebrei e perciò nella lettura sostituito con il generico Adonày, “Signore”.
Solo il sommo sacerdote, nel Giorno del Kippur, poteva pronunciare questo nome, così come i sacerdoti, durante speciali benedizioni.
Qual è l'esatta pronuncia di questo nome?
Dato che nella lingua ebraica non si scrivono le vocali, il tetragramma biblico è costituito unicamente da consonanti; ma poiché esso non viene mai pronunciato (e non lo è da duemila anni, da quando cioè il Tempio andò distrutto nel 70 d.C.), non è certo quale sia la corretta pronuncia di questo nome sacro.
La quasi totalità degli studiosi contemporanei concorda nell'ipotesi che la corretta pronuncia fosse "yahwèh" (יַהְוֶה), come attestata nell'antichità dagli scrittori greci cristiani Epifanio di Salamina e Teodoreto di Cirro (i quali riportano le grafie omofone Ἰαβε e Ἰαβαι), e in epoca moderna ricostruita da Wilhelm Gesenius nel 1840.
L'opzione "yehowah", donde l'italiano "Geova", deriva dai Masoreti che aggiunsero alle quattro consonanti le vocali del termine Adonài, per evitare che potesse essere pronunciato in altro modo.

lunedì 2 ottobre 2017

Il volto di Dio: proposta per il IV Liceo Sportivo

Qual è il Dio in cui crediamo? Una proiezione delle nostre idee? Oppure un'entità non meglio definita che può essere anche molto distante da quel Dio che ci hanno "raccontato" fin da quando eravamo piccoli?
La classe si divide: chi propende per una versione chi per l'altra.
"Però prof - fa uno - lei mi deve spiegare 'sta storia dell'uomo immagine di Dio. Non ce l'ho ben chiara". Aggiunge un altro: "Io, prof, sull'origine del mondo, credo alla scienza. Non penso proprio che la religione abbia ragione".
Si è accesa una curiosità, la voglia di vedere dove si va a parare.
Ecco ragazzi la mia proposta, aperta comunque ai vostri suggerimenti e ad altre domande.
PS: Grazie della partecipazione e dell'attenzione che mi avete regalato. Continuate così!

giovedì 28 settembre 2017

L'adolescenza come tempo di sfide: proposta per il terzo liceo sportivo

Ricordo la mia adolescenza come un tempo di grandi domande e interrogativi. E' stato anche un tempo di grandi sogni e ideali, pur nell'incertezza di quello che ero e che sarei voluta diventare. Io non so se per gli adolescenti di oggi sia la stessa cosa ma, credo, come dice anche il prof D'Avenia, che l'adolescenza è un tendere a qualcosa: «movimento di ascesa da sé a se stessi, per un impeto scritto nella carne e nello spirito, di cui non si è padroni e per questo paralizza» (da La Stampa, 18 giugno 2015). L'adolescenza è quindi un tempo di sfide. Lascio la mia proposta per i ragazzi del terzo sportivo.
 

mercoledì 27 settembre 2017

Il problema del male: la proposta per il secondo liceo sportivo

Per costruire un'identità libera e responsabile dobbiamo avere il coraggio di affrontare questioni scomode che ci interrogano e provocano. E' facile addossare la colpa del male sugli altri, ma noi, come ci poniamo di fronte alle scelte? Il bene comune è qualcosa di cui teniamo conto o prevale solo il proprio interesse e appagamento? Facciamo i conti con la nostra coscienza o preferiamo soffocarla sotto facili pretesti? Possiamo pensare a dei valori e principi assoluti o è bene tutto quello che ci fa comodo o che la maggioranza decide come tale? Abbiamo mai pensato che la libertà, quella vera, richiede fatica e coraggio e, soprattutto l'impegno per costruire il bene? Queste sono le domande che fanno da cornice al percorso di apprendimento proposto.

lunedì 25 settembre 2017

La prima proposta per la classe terza: Credenti in dialogo

Come sviluppare un'identità capace di accoglienza, confronto, dialogo?
Credo che senza conoscenza non ci possa essere né accoglienza né dialogo. L'ignoranza crea muri e i preconcetti ostacolano l'incontro.
Questa proposta didattica vuole sollecitare negli studenti delle classi terze un atteggiamento di curiosità verso le diverse religioni in un'ottica di accogliente confronto e dialogo. I documenti con cui i ragazzi si confronteranno offriranno l'occasione per scoprire che ci si può accogliere nonostante le differenze. La via della pace è possibile anche tra i credenti delle diverse religioni.

sabato 23 settembre 2017

La prima proposta per la classe seconda: Tempi e luoghi dell'incontro con Dio

Nei nostri paesi sono ancora vive diverse tradizioni religiose: la festa del patrono, la processione del Venerdì Santo, Presepi viventi e altro ancora. La religiosità della gente della nostra terra è anche espressa dalle tante chiese presenti nel territorio e che oggi, purtroppo, per la maggior parte sono chiuse, quando non crollate, a causa del terremoto dell'anno scorso.
Le persone, anche quando sono lontane dalla pratica religiosa, provano attaccamento per questi luoghi e per queste tradizioni. Fanno parte della cultura in cui sono cresciuti.
Luoghi di culto e tradizioni religiose si trovano in ogni parte del mondo e in ogni epoca storica. Gli esseri umani hanno espresso ed esprimono così il loro legame con il divino.
Questa proposta didattica vuole offrire un contributo alla conoscenza del luoghi di culto e dei riti, in particolar modo delle religioni monoteiste, in un'ottica di rispetto e dialogo. L'ignoranza è la radice di ogni incomprensione e chiusura.

venerdì 22 settembre 2017

La prima proposta didattica per la classe prima: il nome di Dio

Con questa proposta didattica vorrei aiutare gli alunni a riflettere sulla necessità del rispetto dell'altro per una convivenza civile, pacifica e solidale. Non si può utilizzare il nome di Dio per giustificare alcun tipo di violenza o imposizione. Il primo comandamento dà il divieto di strumentalizzare, manipolare il nome di Dio per ragioni che vanno contro Dio e contro l'uomo: ecco perché la violenza nel nome di Dio è una bestemmia.
Tanto nel Cristianesimo, come nell'Islam Dio è presentato come misericordioso, clemente, pietoso. Compito dei credenti è allora presentare questo volto di misericordia nel loro impegno per la pace, il dialogo, la fraternità. Generando misericordia nei comportamenti di ogni giorno ogni uomo o donna di buona volontà realizza la propria umanità e come credente testimonia di essere veramente vicino a Dio.

giovedì 21 settembre 2017

Togliere l'opaco dagli occhi dei nostri alunni

Bella sfida per noi insegnanti riuscire a infondere passione negli studenti! Bella sfida interessarli, suscitare in loro il desiderio di imparare.
 A volte (anche molte volte) mi sento del tutto inadeguata, ma se non fosse per questa speranza (risvegliare anche in uno solo di loro questo desiderio) non potrei fare questo "mestiere".
L'ottimismo dovrebbe essere esercizio quotidiano per un insegnante. Altrimenti l'opaco rimane nei nostri occhi e in quelli degli alunni.
Che il Signore mi doni oggi, ed ogni giorno, uno sguardo luminoso e pieno di calore per sciogliere le nebbie dagli occhi degli alunni che mi sono stati affidati. Amen.

mercoledì 20 settembre 2017

La proposta 2017/2018 per le classi del Liceo Sportivo

La proposta di questo anno scolastico per le tre classi del Liceo Sportivo.

Secondo Liceo


Terzo Liceo

   

Quarto Liceo

lunedì 18 settembre 2017

Non fate cose "terra terra"

Per me è sempre motivo di gioia incontrarmi con i giovani. In questo giorno vi dico: per favore, tenete viva la gioia, perché è segno del cuore giovane, del cuore che ha incontrato il Signore. E se voi mantenete viva questa gioia con Gesù, nessuno ve la può togliere, nessuno (cfr Gv 16,22)!
Ma, nel dubbio, vi consiglio: non lasciatevela rubare, abbiate cura di tale gioia che tutto unifica nel sapersi amati dal Signore. Perché, come abbiamo detto all'inizio, Dio ci ama… com'era? (rispondono: «Dio ci ama con cuore di Padre»). Di nuovo! («Dio ci ama con cuore di Padre”). E questo è il principio della gioia. Il fuoco dell’amore di Cristo rende traboccante questa gioia ed è sufficiente per incendiare il mondo intero.
Che cosa dunque potrebbe impedirvi di cambiare questa società, come volete fare? Non temete il futuro! Osate sognare grandi cose! A questo grande sogno, oggi vi voglio invitare. Per favore, non fate cose “terra terra”, no: volate in alto e sognate grandi cose! Voi giovani avete una speciale sensibilità per riconoscere la sofferenza degli altri; è interessante: voi vi rendete conto subito. Il volontariato del mondo intero si nutre di migliaia di voi che siete capaci di mettere a disposizione il vostro tempo, di rinunciare alle vostre comodità, a progetti centrati su voi stessi, per lasciarvi commuovere dalle necessità dei più fragili e dedicarvi a loro. Ma può anche succedere che siete nati in ambienti dove la morte, il dolore, la divisione sono penetrate tanto a fondo da lasciarvi quasi nauseati e come anestetizzati dal dolore: per questo vi voglio dire: lasciate che le sofferenze dei vostri fratelli colombiani vi facciano muovere! E aiutate noi anziani a non abituarci al dolore e all'abbandono. Abbiamo bisogno di voi, aiutateci a non abituarci al dolore e all'abbandono.
Papa Francesco ai giovani di Bogotà (settembre 2017)

sabato 16 settembre 2017

Una canzone per cominciare: Io credo

Ci sono canzoni che mi fanno nascere il desiderio di condividerle con gli alunni perché offrono spunti di riflessione su cui potersi confrontare. "Credo", cantata da Giorgia, è una di queste.
Il testo parla del coraggio della fede, della possibilità di far sì che i dolori non ti annientino ma ti aiutino a crescere (rivelando a te stesso chi sei veramente), dell'amore verso cui tutti tendiamo e che dà senso alla vita.
L'uomo è per sua natura credente perché, indipendentemente che si riconosca in una religione o meno, vive la sua vita all'insegna della fede: nelle relazioni con gli altri, nell'amicizia, nell'amore, nella possibilità di farcela.... La fede, in un certo senso, è una delle modalità di conoscenza che caratterizza noi umani e che ci dà la forza di andare avanti.
Penso che questa canzone possa essere di buon auspicio per l'anno che ci attende. La fiducia che nutriremo gli uni negli altri sarà l'ingrediente indispensabile per un buon rapporto tra di noi e per aprirci ad un sapere, quello religioso, che ci permetterà di guardare al mondo con meno superficialità e più passione. La passione che solo un "credo" può dare.



Il testo della canzone

Cancellerò il passato
per non tornare indietro
Mentre riguardo in uno specchio i segni di chi ero
È il tempo del risveglio
risalgo dal profondo
Dopo aver fatto a pugni con me stessa credo

E credo nelle lacrime
che sciolgono le maschere
credo nella luce delle idee
che il vento non può spegnere

Io credo in questa vita, credo in me
Io credo in una vita, credo in te
Io credo in questa vita, credo in me

Credo nell'universo
nascosto in uno sguardo
Nella magia del tempo
che scandisce un cambiamento
E resterà il ricordo
ma non sarà un tormento
Dopo aver fatto un patto
col mio ego credo

E credo nelle lacrime
che sciolgono le maschere
Credo nella luce delle idee
Che il vento non può spegnere

Io credo in questa vita credo in me
Io credo in una vita credo in te
Io credo in questa vita credo in me
E credo in un amore che
Vince sempre sulle tenebre
Io credo in una vita credo in te

Sono consapevole
Che non cambiano le regole
Ma credo in un amore che
Vince sempre sulle tenebre

Credo ancora in un bacio che parte
E il cuore che batte
Uomini e macchine
L’inizio e la fine
La vita e la morte
Ancora rinascere
Come le stelle
Tra l’arte il disordine
E un giro di anime
Siamo satelliti
Intorno all'amore
Intorno all'amore
Credo

E credo nelle lacrime
che sciolgono le maschere
Credo nella luce delle idee
Che il vento non può spegnere

Io credo in questa vita, credo in me
Io credo in una vita, credo in me
Io credo in questa vita, credo in te

venerdì 15 settembre 2017

L'augurio ai miei studenti per questo nuova anno scolastico

Se non trovate bellezza a scuola siete per metà spacciati, perché passerete la metà delle vostre ore di veglia dietro a banchi e libri, e saranno ore sprecate, buttate via, nell'età vostra fatta per sperare oltre ogni speranza, con un eccesso che è tipico dell’adolescenza.
Un ragazzo, stufo della noia a cui lo costringeva l’ambiente in cui era cresciuto, sentendosi chiamato a grandi cose, decise di scappare di casa e scrisse una lettera a suo padre in cui diceva: “Preferisco essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi”. La fuga fallì, ma rimase la sostanza di quella ribellione che lo portò a diventare il nostro più grande poeta moderno: Giacomo Leopardi. Questo vi auguro per quest’anno, essere disposti a rispondere a quella chiamata al compimento piuttosto che annoiarvi, affrontando anche difficoltà e fatiche pur di non accontentarvi di una vita piccola, piena di alibi e vittimismo.
Quando sentirete il vostro nome all'appello del primo giorno di scuola, ricordatevi che siete lo strumento indispensabile, qualsiasi esso sia, di un’orchestra chiamata a suonare lo spartito del futuro.
Tratto da A. D'Avenia, Lettera ai ragazzi che cominciano un nuovo anno scolastico

lunedì 11 settembre 2017

Il cono dell'apprendimento

Quando chiedo agli alunni come studiano, la risposta è sempre questa: "Leggo e ripeto". Alcuni aggiungono altri particolari, tipo: "Leggo e ripeto tre volte". Se chiedo, "perché tre e non due o otto", mi rispondono che è la mamma o la maestra o il professore ad averlo suggerito. Qualcun altro inserisce, tra il leggere e il ripetere, "sottolineo" e qualcun altro ancora "cerco di capire".
A farla breve, la risposta può anche essere personalizzata ma si basa, purtroppo, su una strategia poco efficace, come, riprendendo la metafora del libro che sto leggendo (M. Salvo, Studiare è un gioco da ragazzi, Gribaudo), pensare di dipingere una stanza utilizzando dei pennarelli invece di strumenti ben più adatti, come rulli per imbiancare o grossi pennelli.
E' chiaro che la voglia di studiare non può reggere ad una fatica importante (leggere e ripetere tre e più volte) non seguita da risultati appaganti. Per molti alunni è così, perché il leggere e ripetere per loro funziona meno bene che per altri. D'altra parte, e questo vale per tutti, è scientificamente provato che, dopo due settimane, noi tratteniamo solo il 10% di ciò che leggiamo.
Il 10%! tanta fatica per trattenere solo il 10%!
Edgar Dale è un pedagogista che, studiando e osservando il nostro modo di apprendere  ha scoperto che la memoria è profondamente influenzata dalle esperienze, più che dal leggere e ripetere.
Le sue analisi sono evidenziate in quello che è chiamato il "Cono dell'apprendimento".


Questa piramide impietosamente ci fa notare come le raccomandazioni che il più delle volte diamo ai nostri figli o studenti siano assolutamente poco efficaci.
L'apprendimento inizia a funzionare se è nel settore attivo di questo cono. Il coinvolgimento, il lasciarsi coinvolgere, valgono più di tante letture!
Con questo non intendo dire che non abbia più senso leggere e ripetere ma che è l'approccio allo studio che va cambiato: non più passivi, ma attivi.
Già migliaia di anni fa, Confucio, il noto filosofo cinese, proponeva un metodo per imparare:

Vedo e dimentico. Sento e ricordo. Faccio e comprendo.

Tradotto oggi è il concetto del Learning by doing. Come direbbe Matteo Salvo nel suo libro:

Esci dallo schema di studiare per imparare e invece studia per spiegare

sabato 9 settembre 2017

Donne dottori della Chiesa

La qualifica di Dottore della Chiesa  è attribuita fin dall'antichità ad alcuni santi della Chiesa tanto orientale che occidentale ed è quindi un importante elemento di comunione con i fratelli ortodossi. Per l’Oriente ricordiamo i santi dottori Basilio Magno, Giovanni Crisostomo, Atanasio di Alessandria e Gregorio di Nazianzo, per l’occidente Ambrogio di Milano, Agostino di Ippona, Gregorio Magno, Tommaso d’Aquino.
In età relativamente recente si è giunti a riconoscere tale qualifica anche ad alcune donne che, con il loro 'genio femminile', sono state testimoni di un amore tenero per la persona di Gesù.
La prima donna a ricevere questo riconoscimento è stata santa Teresa di Gesù. Nata ad Avila in Spagna nel 1515, Teresa fu una delle protagoniste della riforma del Carmelo e più in generale della vita della Chiesa nel tempo segnato dalla riforma protestante. Scrisse Paolo VI nella lettera apostolica La multiforme sapienza divina del 27 settembre 1970: «Noi non dubitiamo doverla proclamare dottore della Chiesa, prima fra le donne, specialmente per la sua conoscenza e dottrina delle cose divine». Amante della lettura e dei libri, Teresa sognava una vita avventurosa. Finì, tuttavia, per scegliere la vita religiosa nell'ordine carmelitano. Inizialmente si trovò a suo agio in una comunità molto numerosa. Alla soglia dei 40 anni, invece, le accadde un fatto che impresse una svolta alla sua vita: l’esperienza mistica, puramente spirituale, della presenza di Gesù induce Teresa a divenire scrittrice, fondatrice di monasteri, guida di un movimento spirituale. È sostenuta in questa svolta dall'incontro con san Giovanni della Croce che diventa suo discepolo e nello stesso tempo maestro e confessore. In breve, i due danno origine ad una delle più avvincenti avventure dello spirito cristiano: la loro sintonia è perfetta, la loro poesia infuocata d’amore di Dio. Teresa ha una buona conoscenza della Sacra Scrittura, ma per la sua opera di scrittrice attinge soprattutto alla sua esperienza di Gesù. Il Libro della vita è uno scritto tra ringraziamento e testimonianza. Nello stile delle Confessioni di sant'Agostino, l’autrice racconta l’opera di Dio nella sua vita. Per le sue prime consorelle scrive, invece, il Cammino della perfezione, un libro di iniziazione alla vita contemplativa. Seguì il Castello interiore, una reinterpretazione del suo itinerario spirituale e nello stesso tempo una sintesi di ciò che è la vita spirituale quando raggiunge il suo pieno sviluppo. Il magistero di Teresa si esercitò anche attraverso le lettere che manifestano una grande capacità immaginativa. Parla di castello interiore, di orto dell’anima, di acqua viva di fonti e canali, di rispetto della persona, di gioia di vivere, di amore per la natura. In breve, per la solidità del suo pensiero spirituale, per la sua sensibilità poetica e per le doti di scrittrice Teresa meritava pienamente di essere proclamata prima donna dottore della Chiesa.
Quasi a voler dimostrare che il riconoscimento attribuito a Teresa d’Avila non era un fatto isolato, a distanza di una settimana Paolo VI proclamò dottore della Chiesa anche santa Caterina di Siena. La giovane senese non poté studiare come i suoi confratelli Alberto Magno e Tommaso d’Aquino in prestigiose università o centri di studio dell’ordine. Fin da bambina, tuttavia, visse all'ombra del convento dei padri domenicani di Fontebranda, assimilò una grande sensibilità per il sentire con Dio e per Dio, aderì alle mantellate, il terzo ordine di san Domenico. Disse di lei Paolo VI: «Ciò che più colpisce nella Santa è la sapienza infusa, cioè la lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede, contenuti nei Libri Sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento: una assimilazione, favorita, sì, da doti naturali singolarissime, ma evidentemente prodigiosa, dovuta ad un carisma di sapienza dello Spirito Santo, un carisma mistico». La grande intuizione della santa di Siena è la ricerca dell’adesione piena a Dio per mezzo dell’unione mistica con l’umanità di Cristo. Particolarmente avvincente il racconto del cambio del cuore tra la santa e Gesù: «Un giorno mentre pregava le parve che il Signore Gesù le avesse aperto il petto dalla parte di sinistra e le avesse portato via il cuore. Dopo un certo tempo, egli le riapparve con in mano un cuore umano rosso splendente, le aprì il petto, ve lo introdusse: 'Carissima figliola, come l’altro giorno presi il tuo cuore, ecco che ora ti do il mio, col quale sempre vivrai'». Molto amata dai suoi discepoli, Caterina venne da loro progressivamente accostata ai santi dottori della Chiesa. Anche per questo motivo, dopo 6 secoli dalla sua morte, è stata a sua volta inserita nell’elenco dei santi dottori.
Con santa Teresa di Gesù Bambino e del volto santo, la terza donna proclamata dottore della Chiesa da san Giovanni Paolo II il 19 ottobre del 1997, ritorniamo al Carmelo. La giovane Teresa Martin vi entra nel 1888 ad appena 15 anni. Figlia di genitori a loro volta proclamati santi e compagna di sorelle che a loro volta scelsero la vita religiosa, Teresa deve in un primo momento liberarsi di una pietà troppo scontata, troppo naturale. Fin dai primi anni al Carmelo «l’aridità divenne il mio pane quotidiano», mentre nella fase finale della malattia che la porterà alla morte le è chiesto di «mangiare alla mensa dei peccatori, di vivere l’assenza di fede di coloro che sono lontani da Dio». Prove autentiche che non intaccano l’esperienza essenziale di Teresa che è quella dell’amore di Dio cui ella è chiamata a rispondere con la piccola via, la via dell’infanzia spirituale. «L’ascensore che deve innalzarmi fino al cielo sono le vostre braccia, Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più». In breve, Teresa ha scoperto, secondo von Balthasar, l’esperienza della chenosi di Gesù, della discesa per amore accettando la propria e altrui debolezza come luogo della grazia e quindi della resurrezione. Per questo Teresa non si aspetta niente da se stessa, ella spende la vita nel «gettare fiori», nel «niente» di ogni giornata vissuta per amore. Scrive ancora: «Quello che piace a Lui è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la speranza cieca che ho nella sua misericordia». Davvero l’insegnamento di Teresa resta di una sconcertante attualità, in piena sintonia con il magistero di papa Francesco.
La santa più di recente riconosciuta dottore della Chiesa è la più anziana in ordine di tempo. Santa Ildegarde di Bingen, nata nel 1089 e morta nel 1179, è stata dichiarata dottore della Chiesa dal connazionale Benedetto XVI, il 7 ottobre del 2012. L’insegnamento di santa Ildegarde si svolge su un duplice livello: quello della fede e quello della natura. Il magistero spirituale ebbe origine da una serie di visioni che la voce di Dio poi le spiegava. Da una parte esprimevano il desiderio e la consapevolezza dell’unione con Dio, dall'altra suggerivano il comportamento da tenere nel presente e nel futuro. Di qui la grande autorità che Ildegarde ebbe sui contemporanei. Alla dimensione spirituale la monaca benedettina univa un interesse non comune nel suo tempo per l’analisi dei fenomeni naturali, nel cosmo e nell'uomo. Il tutto aveva fondamento nella convinzione che Dio è luce in eterno movimento che crea, conserva e rinnova il cosmo e l’uomo. Il Cristo è la pienezza della rivelazione di Dio, ma anche un uomo bellissimo e sommamente degno di essere amato. Egli è il punto d’incontro tra l’uomo e Dio. La natura, che reca l’impronta di Dio, è nello stesso tempo pienamente affidata alla responsabilità dell’uomo. Disse papa Benedetto proclamandola santa e dottore della Chiesa il 7 ottobre del 2012: «L’attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa universale a Ildegarde di Bingen ha un grande significato per il mondo di oggi e una straordinaria importanza per le donne. In Ildegarde risultano espressi i più nobili valori della femminilità: perciò anche la presenza della donna nella Chiesa e nella società viene illuminata dalla sua figura, sia nell’ottica della ricerca scientifica sia in quella dell’azione pastorale». Resta solo da augurarsi che l’elenco delle donne dottori possa arricchirsi presto di nuove figure magari originarie di Paesi di più recente adesione al cristianesimo.
Adattato da Elio Guerriero, Donne dottori della Chiesa: Vangelo e amore per Gesù,  in Avvenire del l'8 settembre 2017

giovedì 7 settembre 2017

Il più grande servizio da rendere all'umanità

"Dobbiamo iniziare con l'essere felici perché è il più grande servizio che si possa rendere all'umanità. 
Se siamo felici, c'è almeno un luogo di felicità. La felicità deve però continuamente accrescersi, e si accresce man mano che altre persone diventano un po' più felici. Se nella vostra vita avete reso felice anche una sola persona, non avete perduto il vostro tempo; se avete fatto felice un cane, oppure una pianta fiorita in un giorno di primavera che vi ha dato l'impressione di rispondervi, ne valeva la pena. Credo che la nostra vita sia perduta se questo dono, che è dentro di noi, non riesce ad essere comunicato. Se nessuno vuole il dono che è in voi, offritelo a tutti gli esseri, alla vita, al vento! Il vento lo porterà a quelli che ne hanno più bisogno... 
E' il momento di dare! Io dono e accolgo coloro che possono avere bisogno".
(Jean-Yves Leloup, La montagna nell'oceano)

lunedì 4 settembre 2017

sabato 12 agosto 2017

Uomini e donne del dialogo interreligioso

Nel corso del viaggio in Egitto del 28 aprile del 2017, parlando alla prestigiosa università di Al-Azhar al Cairo, dichiarava papa Francesco: «Nel campo del dialogo, specialmente interreligioso, siamo sempre chiamati a camminare insieme, nella convinzione che l’avvenire di tutti dipende anche dall'incontro tra le religioni e le culture». Davvero uno stile nuovo anticipato da alcuni santi e testimoni che hanno saputo far prevalere la carità su precedenti atteggiamenti di astio e di rivalità. L'articolo di Elio Guerriero in Avvenire del 9 agosto 2017 ci aiuta a ricordare alcuni di loro.
Nel 1219 san Francesco si presentò al sultano Al Kamil con sentimenti di amore universale.
Il beato Charles de Foucauld (1858-1916) si fece interprete di un atteggiamento di rispetto e di simpatia verso la religione islamica. Rimasto presto orfano, venne cresciuto da un nonno colonnello dell’esercito, che lo avviò a sua volta alla carriera militare. Negli anni giovanili, tuttavia, condusse una vita di ozio e trasgressioni fino a farsi espellere dall'esercito. Compì allora alcuni viaggi di esplorazione in Marocco che gli valsero degli importanti riconoscimenti in campo geografico. Nel frattempo, qualcosa in lui stava cambiando. Riaffioravano i suoi ricordi d’infanzia, insieme a quelli dei musulmani in preghiera. Riferì in una lettera all'amico Henri de Castries: «Non appena ho creduto che ci fosse un Dio, ho capito che non potevo vivere che per lui: la mia vocazione religiosa è nata nel momento stesso in cui nasceva la mia fede: Dio è grande...». Entrò allora nella trappa di Nostra Signora delle nevi ed emise i voti monastici. Partì poi per la Terra Santa dove cercò di imitare la vita povera degli anni nascosti di Gesù. Chiese poi di diventare sacerdote per potersi recare ai margini del deserto del Sahara, nell’oasi di Béni-Abbes e celebrare in solitudine il sacrificio della salvezza per elevare l’Ostia nel deserto, adorare il Signore che in essa è nascosto e, così, portarlo al prossimo. Venne ucciso il 1° dicembre del 1916 da un gruppo di tuareg in rivolta.
Un'altra figura che merita di essere ricordata è la santa ortodossa, mat’ Marija Skobcova. Nata in Russia da nobile famiglia nel 1891, Elizaveta Pilenko visse da vicino la fine della dinastia degli zar, gli anni duri della rivoluzione sovietica, la fuga dalla madre patria e l’approdo a Parigi. Due volte sposata, ebbe tre figli, ma all'istituto di teologia ortodossa di San Sergio incontrò personalità straordinarie. E allora matura una nuova vocazione, quella di diventare monaca in mezzo al mondo. È una situazione eccezionale anche per la Chiesa ortodossa, ma il metropolita Evlogij, grande personalità del cristianesimo russo dell’emigrazione, accoglie questo suo desiderio. Le dice al momento della tonsura monastica: «Vi è più amore, più umiltà e necessità nel rimanere nelle retrovie del mondo, respirandone l’aria viziata». Dal canto suo madre Maria, soprattutto dopo la morte delle due figlie naturali, vuole diventare una madre universale. Dapprima si dedica a raccogliere i più poveri tra i migranti russi poi estende la sua azione agli ebrei perseguitati. In particolare, nel luglio del 1942, si reca al Velodromo d’inverno dove sono raccolti i bambini ebrei destinati al campo di concentramento. Con la sua prontezza di spirito riesce a farne fuggire un certo numero, ma firma così la sua condanna. Gli è vicino l’unico figlio rimasto in vita, Jura, che viene arrestato e deportato prima ancora della madre. Arrestata a sua volta, madre Maria viene deportata nel campo di Ravensbrück dove muore il 31 gennaio 1945. Giusta delle nazioni, è stata canonizzata insieme con il figlio il 6 gennaio del 2004, divenendo così esempio straordinario dell’ecumenismo cristiano e del dialogo tra le religioni.
Il cardinale di Firenze Elia Dalla Costa nel 1938 pubblicò una nota pastorale in cui prendeva le distanze dalle leggi razziali contro gli ebrei. Successivamente favorì l’aiuto concreto a favore degli ebrei. Per questa sua opera Dalla Costa è stato riconosciuto come giusto delle nazioni. Amico del patriarca Roncalli, ne favorì l’elezione a pontefice e ne sostenne l’iniziativa conciliare. Trascorse gli ultimi anni della vita nel silenzio e nella preghiera, nell'amore sempre più vivo per Gesù.
Ritornando al dialogo con l’islam, è diventata famosa la testimonianza dei monaci trappisti di Tibhirine sulla costa atlantica dell’Algeria. Guidati dal priore padre Christian de Chergé, i monaci conducevano una vita di preghiera e insieme di testimonianza cristiana in un Paese islamico. I rapporti con gli abitanti del luogo a lungo pacifici e rispettosi divennero improvvisamente tesi in seguito alla guerra civile che sconvolse l’Algeria. I monaci trappisti sapevano di essere in pericolo, decisero tuttavia di restare nel Paese che li aveva accolti per solidarietà con le tante vittime innocenti della violenza. Scrisse il padre de Chergé in quello che viene considerato il testamento dei trappisti di Tibhirine: «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese... Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato». Come aveva previsto padre Christian, 7 monaci, tra cui lo stesso priore, vennero presi in ostaggio nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996. I loro corpi martoriati vennero ritrovati dopo circa due mesi.
La morte dei monaci di Tibhirine suscitò molto scalpore in Occidente. Il regista Xavier Beauvois ricostruì la loro vicenda nel film Uomini di Dio, vincitore del premio speciale della critica al festival di Cannes del 2012. È importante tuttavia sottolineare che i monaci erano ben lontani dal cercare la notorietà e soprattutto non desideravano suscitare sentimenti contrari all’islam. Volevano, invece, evidenziare gli elementi che possono favorire un incontro di fraternità tra le religioni.
Shahbaz Bhatti (1968 2011) era ministro per le Minoranze religiose in Pakistan. Noto per il suo impegno a favore delle minoranze religiose nel suo Paese, si definiva un uomo che aveva distrutto le sue navi, che non poteva dunque recedere dal suo impegno. Aveva scritto in un testo di autopresentazione:
«Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita...».
L’auspicio di Bhatti venne accolto nel mistero della volontà di Dio ed egli venne ucciso il 2 marzo del 2011. Aveva scritto ancora: «Credo che i cristiani del mondo che hanno teso una mano agli islamici in occasione del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno, sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione».


venerdì 11 agosto 2017

Perché il destino diventi destinazione

Il destino è dato, la destinazione la scegli. Due parole apparentemente simili ma distanti. Un conto è vivere pensando che più di tanto non si può fare (perché tutto è già scritto, è destinato); altra cosa è pensare che devo dare un senso, un verso alla mia vita, come quando si parte per una meta, una destinazione, appunto. Non posso accontentarmi di una vita scialba, insignificante, né posso rincorrere come un matto le occasioni che mi facciamo provare emozioni forti. Se non ho una direzione rischio di bruciarmi e non trovare mai quello che cerco: in primo luogo, perché non mi do il tempo per capire cosa effettivamente vado cercando; in secondo luogo, perché non so dove cercarlo. Dal libro di D'Avenia "L'arte di essere fragili" trovo alcuni suggerimenti per far sì che il destino diventi destinazione.

giovedì 20 luglio 2017

Pocket: salvare i contenuti con un click

Navigando in internet mi capita spesso di trovare, nelle mie ricerche, siti interessanti per il mio lavoro o per le mie passioni (la cucina è una di queste). Scrivere in un foglio word i link? Salvarli nella barra degli indirizzi? Oppure?
Ho scoperto Pocket, che utilizzo sia dal pc di casa che sul cellulare.
Di che si tratta?
Pocket permette di archiviare i link dei contenuti che ci interessano in un unico posto, con la possibilità di accedervi in un secondo momento e da qualsiasi dispositivo. Poiché l'archiviazione permette l'inserimento d tag, sarà più semplice ritrovare quanto abbiamo conservato.
E' necessario creare il proprio account e ci si può accontentare della versione free.

venerdì 7 luglio 2017

La crisi dell'umanità

Siamo cresciuti, per lo meno io, con l'illusione che il progresso fosse un percorso lineare e inarrestabile, a meno di sciagurate scelte umane.
Ho visto la mia quotidianità arricchita da soluzioni tecnologiche che, da bambina, mi potevo solo immaginare guardando i cartoni animati dei Pronipoti. La cosa strana, però, è che all'evoluzione della tecnologia non è seguita una pari evoluzione dell'uomo. Rimaniamo infatti ancorati agli antichi vizi (potere, corruzione, disprezzo dell'altro, egoismo, ecc...) ed anzi, per certi aspetti, a sentire le notizie dai vari TG, mi pare che stiamo precipitando in una fase di regresso spaventoso.
Di regressione del pensiero e della coscienza parla anche Morin (vedi Avvenire del 27/06/2017) che sottolinea come la crisi che stiamo vivendo non è solo di carattere economico ma è «una crisi dell’umanità che non riesce a essere umanità».
Credo che anche il caso del piccolo Charlie sia espressione di questo triste declino dell'umano, come l'indifferenza o l'ostilità con cui guardiamo ai flussi di gente disperata che preme alle coste del sud dell'Europa.
So che è tempo di vacanza, ma che non sia l'umano, quel briciolo di umano che è ancora in noi, ad andare in ferie.



martedì 20 giugno 2017

Raccontare un anno di scuola attraverso risorse multimediali

I terremoti che hanno sconquassato i nostri paesi e città hanno fatto di questo anno scolastico un anno un po' particolare. Tante lezioni perse, un istituto scolastico sovraffollato per fare posto ai bambini della primaria e dell'infanzia "evacuati" da una struttura non più idonea, le teste altrove, l'allerta ad ogni scricchiolio o rumore.
Immaginando quest'anno scolastico come un gioco dell'oca, sono state tante le caselle che ci hanno costretto a tornare indietro o a fermarci per un turno. Insomma, gli imprevisti non sono mancati (tra le tante cose ci si è messa anche la neve caduta copiosa, tanto da bloccare strade e isolare paesi) ma, nonostante tutto, siamo riusciti a produrre qualcosa.
I padlet realizzati dalle classi, su alcune delle tematiche proposte, testimoniano percorsi e modalità di lavoro.
Tagul ci ha permesso di individuare parole chiave e concetti, rappresentandoli in modo artistico e creativo.
Gli acrostici, realizzati anche con l'applicazione Acrostic poems, hanno stimolato a cogliere gli aspetti essenziali, o  più interessanti, delle tematiche affrontate.
La creazione di collage di immagini con photovisi o la realizzazione di locandine con postermywall  ha portato gli alunni a riassumere quanto appreso in un  modo per loro insolito .
La scoperta dei qr-code realizzati con qr-code monkey ha rappresentato un altro modo per imparare ad essere sintetici ed efficaci.
Un aggregatore di link come BridgeURL mi ha permesso di raccogliere i padlet realizzati con i lavori dei ragazzi in una sorta di slideshow.
Cliccare sull'immagine per vedere i padlet in sequenza.