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giovedì 7 agosto 2014

Immaginare per identificarsi

Il Mediterraneo sta diventando il cimitero per uomini, donne e anche bambini in cerca di futuro in Europa. Una tragedia che sembra senza fine, perché senza fine sono i conflitti, le persecuzioni o la miseria da cui questa gente cerca di fuggire.
Perché i nostri occhi e il nostro cuore possano andare oltre la diffidenza, il fastidio o l'indifferenza, vi propongo l'articolo di M. Corradi, Immaginare per identificarsi. E soffrire insieme in un giorno come gli altri, pubblicato su Avvenire del15 luglio 2014.

«Ci hanno svegliati all’alba, urlando ordini in una lingua straniera. Ci hanno portati sulla riva del mare. C’era una madre con tre bambini piccoli, che non riusciva a starci dietro. C’era un uomo febbricitante che non si reggeva in piedi. Lo hanno lasciato all’accampamento: ancora dalla spiaggia lo si sentiva gridare. Da terra, il mare sembrava quieto e benigno, un immenso domestico animale (qualcuno, fra noi, non lo aveva mai visto). Ci hanno spinti su un vecchio barcone azzurro, saremo stati in cento. E mentre la riva si allontanava pensavamo: la guerra, la fame, le case sventrate, alle spalle, per sempre. Ma si alzava il sole, sempre più caldo: noi stretti, pigiati, i vestiti fradici di sudore e di urina. E l’acqua, ora la avremmo pagata qualsiasi cifra, ma la razionava avaramente quelIo che sembrava il capo. I bambini cominciavano a piangere. E l’orizzonte una linea infinita, e noi soli di fronte alla maestà del mare: mentre un inesperto timoniere consultava una bussola, a cercare il nord. Voi lo sapete quanto buio è il mare, la notte? È una voragine nera, vertiginosa; e che silenzio, oltre al povero ronzio del nostro motore. In quella notte tutti pregavamo (ma io non so, se davvero Dio ci sentiva). All’alba il mare aveva cambiato volto. Raffiche aspre di vento, e schiuma di piccole onde rabbiose. Poi le onde si sono fatte possenti. Ci trascinavano, senza più alcuna rotta. Piangevano le donne, atterrite. All’orizzonte si è profilata la sagoma di una gran nave chiara. Abbiamo urlato, agitato le braccia: niente. Come un fantasma, la nave si è allontanata. E mille volte a un’onda più alta abbiamo creduto di morire. Uno di noi è morto, di fatica o di spavento. Lo hanno gettato in acqua come un cane. E poi di nuovo notte, nera, immensa, abissale. Quando all’alba abbiamo scorto una sottile striscia di terra all’orizzonte, ci siamo messi a piangere, e a ringraziare Dio: pregavamo in dieci lingue diverse. Lentamente, la striscia da miraggio si è fatta consistente: coste, un porto, case. E ci hanno tratto sul molo con premura, ci hanno dato da bere, hanno preso in braccio i bambini. Ma nella gioia io sentivo ancora le grida del malato lasciato indietro, e rivedevo le membra inerti dell’uomo gettato nel mare. Gli occhi dei perduti, degli abbandonati, dei vinti ci inseguiranno, in questa vita da ricominciare ». Questa è la cronaca immaginaria di un viaggio di migranti nel Mediterraneo. Immaginare non è un esercizio sterile: significa immedesimarsi, mettersi nei panni altrui. E, forse, cominciare a capire, e a compatire (che significa 'soffrire insieme').

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