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sabato 30 aprile 2011

La lingua araba e l'Italia

L'Italia è sempre stata un paese crocevia di popoli, fin dall'antichità. Così molte parole del nostro vocabolario hanno un'origine straniera, anche di paesi lontani.
Avreste mai pensato, ad esempio, a quanto importante sia stato l'influsso della lingua araba nel nostro vocabolario?
Comincio a farvi un elenco di alcune parole di uso corrente che hanno un'origine araba.
Alambicco: dall’arabo al-anbiq, a sua volta derivato dal greco ámbix, tazza.
Albicocco: dal vocabolo arabo collettivo al-barqu¯q, con variante fonetica (birqq), che significa prugne, susine.
Almanacco: l’etimo è dall’arabo al-mana¯hŠ, clima, calendario.
Ammiraglio: la voce ammiraglio trae origine dall’arabo amª°r (comandante, principe, governatore) passato attraverso il greco amerâs.
Assassino: deriva dalla parola araba hashishiyya o anche hashshashiyya, che significa letteralmente fumatore di hashish. Il termine fu usato per indicare gli adepti del gruppo ismailita dei Nizariti di Alamut in Persia, che seguivano con obbedienza cieca il loro capo noto come "il Veglio della Montagna". Gli aderenti alla setta avevano costituito una sorta di organizzazione terroristica ante litteram, per realizzare azioni violente e assassini politici in vari paesi del Vicino Oriente. Si dice che, prima di andare a compiere simili imprese, i membri del gruppo si inebriassero, fumando cospicue quantità di hashish: da qui la denominazione, dalla connotazione denigratoria, di hashishiyya che fu loro attribuita. L’uso del termine è stato poi esteso ad indicare l’omicida, senza particolari attributi.
Baldacchino: dall’arabo bagdādī, aggettivo con il senso di "di Bagdad", che già in Levante significava tanto una "stoffa preziosa di Bagdad" quanto "ornamento a forma di cupola, che sovrasta qualche cosa".
Bizzeffe: nella locuzione avverbiale a bizzeffe nel senso di "in grande quantità, a iosa"; direttamente dall’arabo magrebino bizzaf, "molto, in abbondanza".  
Cassero: il termine, che indica la parte più elevata e munita di un castello, si riconnette all’arabo qasòr, castello, che deriva dal greco bizantino kástron, a sua volta proveniente dal latino castrum, castello, fortezza.
Limone: dall’arabo e persiano limun, a sua volta derivato probabilmente da una lingua orientale. Arrivò in Occidente insieme al frutto, durante le Crociate.
Materasso: dall’arabo matrah dalla radice taraha "gettare", cioè "luogo dove si getta qualcosa", ad esempio un "tappeto sul quale coricarsi". La parola compare quasi contemporaneamente in Italia, Francia, Germania e Inghilterra, ma l’ipotesi più probabile e che il punto primo di diffusione, necessariamente meridionale, sia stato l’Italia. 
Ragazzo: è una voce sulla cui origine si è molto discusso. Tra le molte proposte avanzate, oggi generalmente accettata dagli studiosi è la provenienza araba del vocabolo che deriverebbe dalla parola raqqa¯sò. Raqqa¯sò, nel Magreb, significa corriere che porta le lettere, messaggero (dal secolo XIII) ed è un termine molto probabilmente penetrato dalla Sicilia in Italia (o attraverso la terminologia della dogana).
Zafferano: voce entrata in italiano dall’arabo za‘faran, cioè giallo.
Tante altre parole derivano dall'arabo, e potreste divertirvi a trovarle.
Voglio ricordarvi che anche tanti cognomi hanno un'origine araba.
I Camilleri, ad esempio,dovrebbero aver avuto come loro antenato un cammelliere, perchè il termine arabo al-qamillari- da cui deriverebbe questo cognome - sta a indicare chi si occupava dei cammelli, un tempo mezzo di trasporto parecchio diffuso.
Gli avi degli Zagame e degli Zagami, invece, nei tempi antichi devono aver avuto a che fare con un altro ruminante: con la parola àamah – che significa «vacca» – gli arabi indicavano chi era dedito all’allevamento dei bovini. 
Per concludere un'altra curriosità. L'Etna, che i  siciliani chiamano Mongibello, deve questo nome al fatto che, ai tempi della dominazione araba era chiamato gebel, ossia, molto genericamente, il monte, la montagna.
I normanni credettero che Gebel fosse un nome specifico e quindi ci misero davanti il «Mont». Basta non pronunciare la t (come i francesi) ed arriviamo al Mongibello, che quindi sarebbe il "monte monte".

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