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lunedì 30 dicembre 2013

La preghiera delle cinque dita


Papa Francesco quando era in Argentina scrisse una preghiera per insegnare a pregare. Eccola:
Una preghiera per ogni dito della mano
1. Il pollice è il dito a te più vicino. Comincia quindi col pregare per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per i nostri cari è "un dolce obbligo".
2. Il dito successivo è l'indice. Prega per coloro che insegnano, educano e curano. Questa categoria comprende maestri, professori, medici e sacerdoti. Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare agli altri la giusta direzione. Ricordali sempre nelle tue preghiere.
3. Il dito successivo è il più alto. Ci ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, i parlamentari, gli imprenditori e i dirigenti. Sono le persone che gestiscono il destino della nostra patria e guidano l'opinione pubblica... Hanno bisogno della guida di Dio.
4. Il quarto dito è l'anulare. Lascerà molti sorpresi, ma è questo il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. È lì per ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha sfide da affrontare, per i malati. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte. Le preghiere per loro non saranno mai troppe. Ed è li per invitarci a pregare anche per le coppie sposate. 5. E per ultimo arriva il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, come piccoli dobbiamo sentirci noi di fronte a Dio e al prossimo. Come dice la Bibbia, "gli ultimi saranno i primi". Il dito mignolo ti ricorda di pregare per te e tutti gli altri, sarà allora che potrai capire meglio quali sono le tue necessità guardandole dalla giusta prospettiva.

sabato 28 dicembre 2013

Il valore di un abbraccio

A Natale, ricordiamo l’incontro di Dio con l’uomo, un incontro che diventa un abbraccio.
Un Dio che nasce nel silenzio, povero tra i poveri, umile, e che si fa carne, bambino che dipende dagli altri.
«Dio si è fatto uomo perché l’uomo si faccia Dio. Il Natale è la certezza che la nostra carne in qualche sua radice è santa, che la nostra storia in qualche sua pagina è sacra. E nessuno può più dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché Creatore e creatura sono abbracciati. Finito e infinito sono dentro di noi in miscela prodigiosa per intensità di progetti, per vigore di trasformazione. Dio si è fatto uomo perché l’uomo si faccia Dio. Non potevamo desiderare avventura maggiore. Natale è davvero l’estasi della storia» (Ermes Ronchi).
Se l’Epifania rappresenta la ricerca di Dio da parte dell’uomo, a Natale è Dio che cerca l’uomo e lo incontra in un abbraccio. Perciò anche noi uomini siamo chiamati ad amare tutta l’umanità di Cristo per poter giungere alla sua divinità. Dobbiamo aiutare Dio ad incarnarsi oggi, qui ed ora, in ogni incontro, in ogni casa, in ogni ambiente, valorizzando il feriale laddove scopriamo «uomo e Dio abbracciati, che insieme operano, nella concretezza» (Ermes Ronchi).

Non lesiniamo gli abbracci, ma non togliamo loro il valore con abbracci scontati, superficiali, senza cuore e senza testa. L'abbraccio, quando è autentico, è incontro con l'altro  che non mi è più indifferente, ma fratello.
Attraverso il mio abbraccio (che intendo cura, interesse, amore), Dio agisce nel mondo.
Vi lascio un video come ulteriore contributo a questa riflessione.




giovedì 26 dicembre 2013

Quando è "nato" il Natale?

Quando è nata la festa di Natale? Qualcuno penserà che stia vaneggiando, ma la domanda non è assurda. Non conosciamo, infatti, la data della nascita di Gesù. Ma...
Vi propongo l'articolo di Raymond Winlig pubblicato su Avvenire del 24 dicembre 2013.

La data esatta del giorno della nascita di Ge­sù non è conosciuta. Su questo punto, i Vangeli dell’infanzia non danno alcuna informazione precisa. Clemente d’Ales­sandria menziona i calcoli approssimativi di gruppi di cristiani a proposito di questa data: per gli uni sarebbe il 19 o 20 aprile, per altri il 20 maggio. Egli riferisce inoltre che i discepoli di Basilide consideravano il 6 gennaio come data del battesimo di Gesù, nonché della sua nascita, costi­tuendo il battesimo, secondo loro, l’adozione di Ge­sù a Figlio di Dio. Giuliano l’Africano (prima del 221) designa il 25 marzo giorno dell’annunciazione e del­la morte di Cristo, per cui conclude che la nascita di Gesù dovette avvenire verso la fine del mese di di­cembre. Il computo pasquale del 243 nota che Gesù è nato il 28 marzo, il giorno in cui è stato creato il so­le, stando alla Genesi.
La testimonianza più antica per fissare la nascita di Ge­sù al 25 dicembre è data dal Chronographus redatto da Filocalo nel 354. Ora, la lista dei vescovi di Roma, che ne fa parte, contiene indicazioni che permettono di precisare la data di composizione di questo docu­mento, e cioè il 336. Il documento induce anche a pen­sare che i cristiani celebravano il 25 dicembre come festa della nascita di Gesù. La festa appare nell’Africa del Nord verso la stessa epoca.
In ogni ipotesi, biso­gna distinguere la data della festa del Natale e l’og­getto di questa festa, vale a dire la nascita di Gesù.
A questo proposito si scontrano due tesi:
1) Da una parte si collocano coloro che in­tendono fondarsi su calcoli effettuati dai cri­stiani dell’epoca patristica a proposito della data della nascita di Gesù. In definitiva, la data del 25 dicembre sarebbe stata accettata perché il 25 marzo, nove mesi prima, era considerato sia come giorno del­la concezione di Gesù, sia come giorno della sua mor­te. Abbiamo visto sopra che, effettivamente, ci sono vestigia di valutazioni a questo proposito, ma la di­versità delle interpretazioni invita alla prudenza, tan­to più che il Natale sembra sia stato celebrato dap­prima a Roma, città per la quale questo genere di cal­coli non è attestato come lo è per altre regioni.
2) La tesi che si riferisce alla storia delle religioni offre una verosimiglianza maggiore. Essa è stata difesa da F.-J. Dölger, dom B. Botte, J.A. Jungmann, H. Frank. Secondo questa tesi, la Chiesa di Roma ha opposto al­la festa pagana del Natalis solis invicti del 25 dicem­bre, una festa cristiana. In effetti, il 25 dicembre i pa­gani celebravano il giorno del solstizio d’inverno, la fe­sta del sole rinascente, vincitore delle tenebre, il sol in­victus («sole invincibile-invitto»). Il culto solare era stato favorito dagli imperatori romani.
Lo stesso Costantino, con la sua tendenza al sincre­tismo, dovette favorire l’incontro di due culti me­diante una festa celebrata nello stesso giorno. Ciò e­ra in linea con la misura presa nel 321 di istituire la festività del primo giorno della settimana, che era nello stesso tempo giorno del Sole e giorno del Si­gnore. Bisogna aggiungere che la madre dell’impe­ratore fece erigere la basilica della Natività a Be­tlemme. Per di più, è significativo che uno dei mo­saici più antichi di Roma, quello cioè del Mausoleo M degli Iulii, nella necropoli vaticana, rappresenta ap­punto il Cristo­Hélios («Cristo-Sole») sul carro trion­fale (metà del III secolo).
D’altra parte, papa Leone Magno reagì vigorosamen­te contro un’abitudine, adottata anche dai cristiani; do­po aver parlato dei pagani che, il 25 dicembre, adora­no il sole quando si innalza alle prime luci del giorno, aggiunge che ci sono anche dei cristiani che pensano «di agire religiosamente: difatti prima di entrare nel­la basilica dell’apostolo san Pietro [...] saliti i gradini che portano alla tribuna del piano superiore, si volta­no indietro per guardare il sole nascente e piegano la testa inchinandosi in onore del disco luminoso».
A queste due spiegazioni ne va aggiunta un’altra che è di ordine più teologico.
Una riflessione che si va ap­profondendo continua dagli inizi del II fino al V seco­lo a proposito del mistero del Logos che si è fatto uo­mo. Tentativi di spiegazione sempre nuovi vengono proposti da diverse parti e coloro che difendono la fe­de tradizionale devono reagire per evitare che il mi­stero dell’incarnazione venga totalmente snaturato. Le controversie che ne risultano fanno prendere co­scienza in maniera sempre più viva dell’importanza fondamentale dell’incarnazione, grazie alla quale è assicurata la salvezza dell’umanità. L’instaurazione della festa di Natale contribuisce ad ufficializzare u­na verità di fede secondo il principio della lex orandi, lex credendi.
Da Roma, la festa si diffonde dapprima nell’Africa del Nord: la più antica testimonianza viene fornita da Ot­tato di Milevi verso il 360. Egli associa alla nascita di Gesù l’adorazione dei Magi e il massacro degli inno­centi. Sembra proprio che all’inizio la festa del Nata­le celebrasse insieme l’apparizione del Cristo nella carne e la «manifestazione» del Cristo ai Magi, non­ché l’uccisione dei bambini di Betlemme, così come questi due ultimi dati vengono riferiti da Matteo.
A partire dal momento in cui la festa orientale del 6 gen­naio venne introdotta in Occidente, l’adorazione dei Magi fu dissociata dalla natività e celebrata il 6 gen­naio, essendo oggetto del Natale unicamente la nascita del Cristo. La festa del Natale venne ripresa piuttosto rapi­damente dall’Italia del Nord: la prima menzio­ne ne viene fatta da Filastro di Brescia, verso la fine del IV secolo.
Per la Spagna, la festa di Na­tale è attestata dal sinodo di Saragozza (canone 4) del 380. Per la Gallia non esiste testimonianza chiara per il IV secolo: ad offrirne la prima menzione scritta è Gregorio di Tours, morto nel 594, che la cita in una li­sta di feste. Ma ciò non significa che la festa non ve­nisse celebrata prima di questa data.
Di origine occidentale, la festa del 25 dicembre non si stabilì senza qualche difficoltà in Oriente. In effet­ti, le Chiese d’Oriente celebravano la nascita di Cri­sto il 6 gennaio. La ricezione della nuova festa av­venne per tappe. La Chiesa di Cappadocia fu la prima ad adottarla. Ba­silio ne parla nella sua omelia sulla natività, la cui au­tenticità, prima contestata, è stata poi riconosciuta. Ba­silio è morto il 1° gennaio 379: l’omelia è quindi ante­riore a questa data e dovette essere pronunciata tra il 370 e il 378. Alcuni anni dopo, Gregorio di Nissa pro­nuncia un’omelia sulla natività la cui autenticità, mes­sa in discussione, è stata stabilità da O. Bardenhewer.
Gregorio di Nazianzo introduce la festa del 25 dicem­bre a Costantinopoli nel 379 o 380. La Chiesa di Antiochia ha introdotto la festa del 25 di­cembre nel corso degli anni Ottanta del IV secolo. Un’omelia di Giovanni Crisostomo, pronunciata ve­rosimilmente il 25 dicembre 386, fornisce alcuni dati sugli usi di essa. Così l’autore dichiara: «Sono soltan­to 9 anni che questo giorno ci è stato rivelato, e tutta­via il vostro fervore gli dà lo splendore di un’istituzio­ne antica e secolare». Poco dopo egli precisa che que­sta festa, nota anticamente ai popoli d’Occidente, è sta­ta introdotta da alcuni anni e ha preso immediata­mente un grande sviluppo.
Le Chiese d’Egitto adottano la festa con uno ritardo di circa cinquant’anni. Fu solo nel corso della lotta an­tinestoriana, verso il 430, che venne introdotta. Gli at­ti del concilio di Efeso ci hanno trasmesso due ser­moni predicati dopo questo concilio davanti a Cirillo d’Alessandria da Paolo Euresio, uno il 25 dicembre, l’altro il 1° gennaio. Le reticenze della Chiesa di Ales­sandria si spiegano, da una parte, con l’abitudine di celebrare solennemente il 6 gennaio la festa del bat­tesimo di Cristo, la quale aveva lo scopo di sostituire un’antica festa pagana ad onore delle acque del Nilo. Furono Gerusalemme e la Palestina ad opporre la re­sistenza più decisa all’introduzione della festa del 25 dicembre. Il racconto di Egeria precisa che la nascita di Gesù viene celebrata il 6 gennaio a Gerusalemme. Verso la metà del V secolo la Chiesa di Gerusalemme, seguendo l’esempio dell’Egitto, adotta la festa. Ma do­po un breve periodo viene di nuovo soppressa. Biso­gna attendere il regno di Giustiniano I per vedere le comunità palestinesi conformarsi alla consuetudine divenuta comune (verso il 570). La sola eccezione a questa consuetudine è costituita dalla Chiesa di Armenia, che è sempre restata fedele al 6 gennaio per la celebrazione della nascita del Cri­sto (insieme a quella dell’adorazione dei Magi).

mercoledì 25 dicembre 2013

Buon Natale, amico mio

Buon Natale, amico mio: non avere paura.
La speranza è stata seminata in te. Un giorno fiorirà. Anzi, uno stelo è già fiorito. E se ti guardi attorno, puoi vedere che anche nel cuore del tuo fratello, gelido come il tuo, è spuntato un ramoscello turgido di attese.
E in tutto il mondo, sopra la coltre di ghiaccio, si sono rizzati arboscelli carichi di gemme. E una foresta di speranze che sfida i venti densi di tempeste, e, pur incurvandosi ancora, resiste sotto le bufere portatrici di morte.
Non avere paura, amico mio. Il Natale ti porta un lieto annunzio: Dio è sceso su questo mondo disperato. E sai che nome ha preso? Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi.
Coraggio, verrà un giorno in cui le tue nevi si scioglieranno, le tue bufere si placheranno, e una primavera senza tramonto regnerà nel tuo giardino, dove Dio, nel pomeriggio, verrà a passeggiare con te.
Tonino Bello

venerdì 20 dicembre 2013

Quando l'ideologia prevale sulla legge

Questione dibattuta quella della presenza dell'IRC (insegnamento della religione cattolica) nella scuola pubblica. Altrettanto spinosa la questione relativa alla valutazione di questa materia. A volte il buon senso non riesce a prevalere sui preconcetti e le posizioni ideologiche.
Da Avvenire del 14 dicembre 2013.
«Tardo pomeriggio, aula magna di un prestigioso liceo di una grande città. Il collegio docenti si sta protraendo oltre il tempo previsto. È da tre ore che si discute di molte cose (incarichi aggiuntivi ai professori, viaggi di istruzione, insegnamento sperimentale di alcune materie in inglese...), molti colleghi sono stanchi (sono ormai le 18, dopo una mattinata di scuola), finché si arriva a trattare il punto dell’ordine del giorno relativo ai criteri per l’attribuzione del cosiddetto 'credito scolastico'. Si tratta di quel punteggio che contribuisce ogni anno a determinare la media finale della valutazione di ogni alunno, media che a sua volta andrà a comporre una quota del voto di maturità. Una collega chiede la parola: a suo parere, gli studenti che hanno scelto di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) non hanno diritto a vedersi riconosciuta, nel credito scolastico, la valutazione di questa materia. Perché mai? Perché – a suo dire – così verrebbero discriminati gli alunni che non fanno religione, visto che la scuola, a causa di problemi organizzativi, non sempre è in grado di garantire l’ora di una materia alternativa. Tesi quanto meno bizzarra: in che modo si discriminerebbe qualcuno che sceglie di non avvalersi dell’Irc, se si valuta chi invece la segue? Non si tratta certo di attribuire dei punti in più ai ragazzi che scelgono l’Irc, ma di consentire loro di essere valutati adeguatamente anche in questa disciplina. Interviene con pacatezza un docente di Irc, ricordando a tutti i colleghi il senso della sua materia: non certo un’ora di 'catechismo', come qualcuno forse ancora pensa (non so quanto in buona fede), ma un momento di approfondimento di tipo storico, sociale e culturale. Un’ora, anche, in cui i ragazzi sono liberi di discutere le grandi questioni dell’esistenza e i tanti problemi pratici della loro vita. Non parlo pro domo mea (giacché non insegno religione), ma vedo che è così, e che la qualità di questi docenti (ormai quasi tutti laici) negli ultimi anni è molto cresciuta, grazie all’accurata selezione compiuta dagli uffici diocesani. Un collega di storia e filosofia interviene dicendo che non è accettabile che siano le diocesi a decidere chi debba insegnare nella scuola statale. Un altro docente gli fa presente, con sano buon senso, che non è certo questa la sede per mettere in discussione il Concordato. A me piacerebbe chiedergli chi debba mai individuare i docenti di Irc se non l’autorità che rilascia i relativi titoli abilitanti, che è, appunto, l’autorità ecclesiastica, visto che in Italia a un certo punto si decise che la teologia nelle università statali non dovesse essere insegnata. Sarà per la stanchezza generale, fatto sta che il dirigente scolastico accetta che si metta ai voti la proposta di eliminare l’Irc dalle materie che vanno a costituire il credito scolastico. La proposta passa a larga maggioranza. Peccato però che la delibera del collegio docenti sia palesemente illegittima. C’è una sentenza del Consiglio di Stato del 2010 (che ha riformato una precedente sentenza del Tar Lazio): in essa si dichiarano legittime le ordinanze ministeriali nelle quali la frequenza, con interesse e profitto, dell’Irc è ammissibile tra i criteri di attribuzione del credito scolastico, insieme agli altri; si raccomanda di istituire anche l’ora alternativa, ma la sua non attivazione non elimina la possibilità di riconoscere la frequenza all’Irc. Non si può dunque avallare l’arbitrio di ignorare gli elementi che la norma ci impone di considerare quando valutiamo i ragazzi. Dunque stabilire che in una scuola questo criterio non sarà riconosciuto è illegittimo, giacché il collegio docenti è un organo deliberante, non certo legiferante. Ancora una volta l’ideologia prevale sulla realtà (e sulla legge), violando, tra l’altro, il patto educativo tra scuola e studenti. Sulla base di questo patto molti, anzi la gran parte dei ragazzi e delle loro famiglie, hanno scelto di avvalersi dell’Irc, convinti che ciò avesse un peso sulla valutazione. Ora tale diritto viene loro negato. A questo punto chi è discriminato?»
Roberto Carnero

giovedì 19 dicembre 2013

Lo dicono anche gli alunni: l'ora di religione offre un contributo alla formazione della persona.

Ecco il Messaggio della Presidenza Cei per la scelta dell’Irc a scuola per l'anno scolastico 20014/2015.

«Cari studenti e cari genitori, anche quest’anno sarete chiamati a decidere se avva­lervi o non avvalervi dell’insegna­mento della religione cattolica. Si tratta di un servizio educativo che la Chiesa offre alla scuola italiana in conformità a quanto stabilito dal­l’Accordo del 18 febbraio 1984 che ha modificato il Concordato Late­ranense e dalle Intese attuative che negli anni si sono succedute.
Nel quadro delle finalità della scuola, cioè aderendo agli scopi educativi che motivano l’esistenza delle scuo­le di ogni ordine e grado in Italia, l’insegnamento della religione cattolica consente a tutti, a pre­scindere dal proprio credo reli­gioso, di comprendere la cultura in cui oggi viviamo in Italia, così profondamente intrisa di valori e di testimonianze cristiane. Parlando a un gruppo di studenti, papa Francesco ha ricordato che «la scuola è uno degli ambienti educa­tivi in cui si cresce per imparare a vi­vere, per diventare uomini e donne adulti e maturi, capaci di cammi­nare, di percorrere la strada della vi­ta. Come vi aiuta a crescere la scuo­la? Vi aiuta non solo nello sviluppa­re la vostra intelligenza, ma per u­na formazione integrale di tutte le componenti della vostra persona­lità » ( Discorso agli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia e Albania , 7 giugno 2013).
Sulla scia di queste parole, la Chie­sa in Italia vuole ribadire il proprio impegno e la propria passione per la scuola. Quest’anno e lo farà an­che in maniera pubblica con un grande pomeriggio di festa e di in­contro con il Papa in piazza San Pie­tro il prossimo 10 maggio, a cui so­no invitati gli studenti, gli inse­gnanti, le famiglie e tutti coloro che sono coinvolti nella grande av­ventura della scuola e dell’e­ducazione. Riprendendo le parole del Papa, riteniamo che sia necessaria una formazione completa della persona, che dun­que non trascuri la dimensione re­ligiosa. Non si potrebbero capire al­trimenti tanti fenomeni storici, let­terari, artistici; ma soprattutto non si potrebbe capire la motivazione profonda che spinge tante persone a condurre la propria vita in nome dei principi e dei valori annunciati duemila anni fa da Gesù di Naza­reth. È per questo che vogliamo an­cora una volta invitare ogni stu­dente e ogni genitore a guardare con fiducia e con simpatia al servi­zio educativo offerto dall’insegna­mento della religione cattolica.
Per rendere tale servizio sempre più qualificato e adeguato alla realtà scolastica, con l’Intesa stipulata nel 2012 tra la Conferenza episcopale italiana e il ministero dell’Istruzio­ne, dell’Università e della Ricerca sono stati fissati livelli sempre più elevati di forma­zione accademi­ca degli inse­gnanti di religio­ne cattolica, al­meno pari a quelli di tutti gli altri insegnanti e spesso anche superiori. Rin­graziamo questi insegnanti, oggi in gran parte laici, che con la loro passione educativa testimoniano nella scuola il valore della cultura religiosa, attraverso il cui servizio cerchiamo di venire incontro alle esigenze più autentiche degli a­lunni che oggi frequentano le scuole italiane, alle loro domande di senso, alla loro ricerca di una valida guida. Tutto questo è ben espresso nelle Indicazioni didattiche recente­mente aggiornate e attualmente in vigore nelle scuole di ogni ordine e grado. In quelle specifiche per il pri­mo ciclo di istruzione si dichiara in maniera impegnativa che «il con­fronto con la forma storica della re­ligione cattolica svolge un ruolo fondamentale e costruttivo per la convivenza civile, in quanto per­mette di cogliere importanti aspet­ti dell’identità culturale di apparte­nenza e aiuta le relazioni e i rapporti tra persone di culture e religioni dif­ferenti ».
Nella fase storica che at­tualmente stiamo vivendo il contri­buto dell’insegnamento della reli­gione cattolica può essere determi­nante per favorire la crescita equi­librata delle future generazioni e l’a­pertura culturale a tutte le manife­stazioni dello spirito umano. Con questi sentimenti, e conforta­ti dall’elevata adesione fino ad og­gi registrata, vi rinnoviamo l’invi­to a scegliere l’insegnamento del­la religione cattolica per comple­tare e sostenere la vostra forma­zione umana e culturale».

E adesso guardate quello che pensano gli alunni, attraverso i volantini che hanno preparato (per ora ve ne presento alcuni), come compito conclusivo dell'unità di lavoro di cui vi ho parlato (cliccare qui).

domenica 15 dicembre 2013

Uniti per la costruzione della pace

Per introdurci alla nuova unità di lavoro vi propongo questo video che ricorda l'incontro, promosso da Giovanni Paolo II, tra i rappresentanti delle varie religioni. Era il 1986 ed eravamo ad Assisi. La preghiera unì allora tutti gli uomini di buona volontà e rappresentò un forte richiamo  al ruolo delle religioni per la costruzione della pace.
Assisi è stato il simbolo, la realizzazione di ciò che deve essere il compito della Chiesa in un mondo in stato flagrante di pluralismo religioso: professare che la pienezza della rivelazione è in Gesù Cristo, morto e risorto per la salvezza di tutta l'umanità,  e testimoniare l'amore di Dio per ogni uomo. Nello stesso tempo ritenere anche che ogni religione è una via misteriosa per arrivare a Dio. 

sabato 14 dicembre 2013

Natività versione 2.0

In preparazione al prossimo Natale vi propongo il videoclip "Emmanuel" che mette in scena la natività trasposta nel 2013.
La canzone è dei Glorious, primo gruppo francese di musica pop cristiana.



giovedì 12 dicembre 2013

Il desiderio dei ragazzi? Un amore per sempre

Questa volta propongo una riflessione per noi genitori, tratta da Noi, Genitori & Figli, supplemento di Avvenire del 24 novembre 2013.

Il primo sabato c'erano circa quattrocento ragazzi delle scuole medie, il secondo i ragazzi delle scuole superiori erano, approssimativamente, duecentocinquanta. ll titolo dei due incontri: “I miei genitori sono degli Ufo".
Sono arrivati preparati, i loro animatori mi avevano precedentemente inviato centinaia di domande - rigorosamente anonime- sull'argomento genitori-figli, domande scritte dai ragazzi direttamente, alle quali avrei dovuto dare una qualche "risposta".
Quelli delle medie hanno chiesto di tutto, persino «perché il mio papà è un brontosauro?». Ma in modo particolare alcune domande ritornavano continuamente, riguardavano la loro identità di figli accolti, o accolti-con-riserva: «Se io facessi qualcosa di sbagliato, i miei genitori mi amerebbero lo stesso?»; «Come posso essere il figlio che desiderano?»; «Perché sono nervosi e se la prendono con me?» «Perché mi mandano a Messa se loro non vengono con me?».
Un filo rosso, mi pare, legava tra loro la maggior parte delle questioni: ansia da prestazione. La prestazione che questi figli sentivano di dover offrire ai loro genitori, era di rispondere alle loro aspettative. Mi tornavano in mente le parole del sociologo Zigmunt Bauman che parla dei figli che oggi, troppo spesso, sono una «risposta ai desideri emotivi dei genitori». Un processo, non cosciente di solito, che però riscontro essere il substrato, il presupposto non dichiarato, delle relazioni genitori-figli.
Le domande dei ragazzi delle scuole superiori erano delle vere e proprie bombe a mano. «Perché vi siete sposati se poi vi siete lasciati?»; «Perché la vostra felicità deve essere più importante della mia?»; «Perché litigate sempre?»; «Mamma, perché non ami più papà?»; «Perché vi dite le bugie?»; «Perché non potete continuare a stare insieme?»; «Perché siete sempre nervosi?»; «Vi amate ancora o fate solo finta per me?»; «Papà, perché mi telefoni solo una volta al mese?». Insieme anche a «Grazie per quello che fate per me»; «Vi voglio bene»; «Scusate se vi deludo» (ancora tanta ansia da prestazione); c'erano tante richieste di sapere «Come vi siete conosciuti?»; «Come é stato il vostro fidanzamento?». ll filo rosso delle domande era costituito, anche qui, dal timore di non essere all'altezza delle aspettative dei genitori, ma soprattutto dalla cosiddetta "domanda sull'amore". Voglio dire che è emerso un bisogno primario da parte dei figli di sapere la "storia sacra" dell'amore dei genitori. Conoscerne l'inizio che, simbolicamente, è anche quello del loro esistere. lndipendentemente da come siano andate poi le cose, per i figli è essenziale sentirsi narrare del "principio', sapersi confermati che, comunque, all'origine del loro esistere c'é stato il risvegliarsi dell'amore.
Ai genitori degli adolescenti che ho incontrato sempre a ottobre, per il ciclo di incontri non a caso chiamati "Genitori sull'orlo di una crisi di nervi", ho consegnato, tra le altre cose, il dovere della narrazione, che è un tutt’uno con la sete di radici dei figli. L'altra consegna è stata la speranza. I figli, in relazione alla domanda sull'amore, chiedevano tutti la stessa cosa: datemi speranza. Speranza che, anche se per voi il rapporto si è rotto, non si è rotto però un modo umano di relazionarvi, di essere ancora, seppur differentemente, famiglia. E speranza che chi ha ancora i genitori insieme possa vedere, nella loro relazione, la tenerezza e le attenzioni di due che si amano ancora. Questa speranza è un tutt'uno con il progetto di vita: i figli lasciavano emergere la necessità di credere che per loro, come per i loro genitori, nonostante i loro genitori, ci sia la possibilità di credere all'amore per sempre.
Non togliamogli questa speranza che è, in fondo, l'unica necessaria.  
Roberta Vinerba

martedì 10 dicembre 2013

Parlaci dell'insegnare (e dell'imparare)

Spesso vi dico, cari alunni (che mi sopportate) che neanche il più bravo insegnante può fare quello che è compito vostro.
Insegnare è uno dei "mestieri" più difficili del mondo perché ha a che fare con la libertà: la vostra. Noi insegnanti non possiamo costringervi ad imparare; nessuna tecnica o strategia può costringervi a fare dell'apprendimento un qualcosa di vostro, di personale. Le tecniche e le strategie possono contribuire all'addestramento, ma la scelta di farsi "trasformare" da ciò che vi viene proposto dipende solo da voi. Certamente il nostro compito è rendervi questa scelta più facile, è accompagnarvi a cogliere la bellezza del conoscere, ma non più di questo.
Perché ognuno di voi conoscerà solo ciò per cui è disposto a fare sacrifici, rinunciando alla quiete apparente delle proprie certezze o della propria ignoranza.
Vi lascio questo bellissimo brano tratto da Il Profeta di Kahlil Gibran.

«Allora disse un maestro: Parlaci Dell'Insegnare.
Ed egli disse: Nessun uomo può rivelarvi nulla, se non quello che già sonnecchia nell'alba della vostra conoscenza.
Il maestro che cammina all'ombra del tempio tra i suoi discepoli non offre il suo sapere ma piuttosto la sua fede e il suo amore. Se egli è saggio non vi inviterà ad entrare nella dimora del suo sapere, ma vi guiderà piuttosto verso la soglia della vostra propria mente.
L'astronomo può dirvi ciò che egli sa dei grandi spazi, ma non può dare a voi la sua conoscenza.
Il musico può cantarvi del ritmo che è in aria, ma non può darvi l'orecchio che ferma quel ritmo né la voce che lo riecheggia.
E chi è versato nella scienza dei numeri può descrivervi i mondi del peso e della misura, ma non potrà guidarvi colà.
Poiché la visione di un uomo non presta le proprie ali a un altro uomo.
E come ognuno di voi è solo davanti all'occhio conoscitivo di Dio, così ognuno di voi deve essere solo nella sua conoscenza di Dio e nella sua conoscenza della terra
».

lunedì 9 dicembre 2013

In ricordo di Nelson Mandel

L’uomo che insegnò alla sua gente a perdonare per sconfiggere l’odio di Giorgio Ferrari in Avvenire del 7 dicembre 2013

Perdono e riconciliazione. Da un uomo che ave­va trascorso un terzo della propria vita in carcere ci si poteva con qualche legittimità aspettare u­na rivincita fondata sulla violenza e sulla ven­detta.
Ma Nelson Rolihlahla (letteralmente: colui che pro­voca guai) Mandela, l’uomo che dal 1962 al 1990 era ri­masto dietro le sbarre e dieci anni prima aveva rifiutato l’offerta della scarcerazione dal premier Pik Botha in cam­bio della rinuncia alla lotta armata – fece inaspettata­mente una scelta diversa.
Di fronte a questo leader testardo e a tutti gli effetti indi­struttibile rimesso in libertà dal nuovo premier Frederik de Klerk, stavano due popoli dalle disuguaglianze inim­maginabili e dalle aspettative altrettanto opposte: da una parte il vasto pelago della moltitudine nera, gli zulu e gli xhosa, che un regime anacronistico e spietato come quel­lo dell’apartheid aveva segregato nel sottoscala della ci­viltà in nome di una presunta supremazia bianca; dall’al­tra gli afrikaner (una minoranza del 6,5% di origine olan­dese che tuttavia deteneva tutte le leve del potere nel Pae­se) e gli inglesi (il cui capitalismo vorace aveva digerito sen­za troppo imbarazzo l’apartheid rendendoli felicemente compartecipi della spartizione della ricchezza sudafrica­na), accomunati dal timore di perdere beni e privilegi con l’avvento della democrazia e la fine di quel regime segre­gazionista di cui era stato architetto e inventore molti an­ni prima il premier Verwoerd.
Mandela sapeva bene, come lo sapevano i dirigenti del suo partito, l’African National Congress, che un mare d’odio separava i due popoli. Quasi un secolo di umiliazioni, di avvilente servaggio, di milioni di neri chiusi nelle home­land come conigli nelle gabbie erano una polveriera pron­ta ad esplodere alla prima scintilla. Soprattutto nel mo­mento in cui il bianco De Klerk, un afrikaner erede del co­lonialismo olandese, liberava Mandela promettendo una transizione democratica e soprattutto preannunciando la fine dell’apartheid. Per lui, per il boero che tradiva la Sto­ria, il percorso era forse ancor più arduo. La destra estre­ma, le organizzazioni segrete come la Broederbond, gli muovevano contro, qualcuno pensò di eliminare fisica­mente sia lui sia Mandela.
Le cose, fortunatamente, sono andate meglio del previsto. Nel referendum – riservato ai soli bianchi – sulle riforme appena varate, De Klerk ot­tenne il 68% dei consensi. E da quel momento riconcilia­zione e perdono sono state le parole d’ordine della na­scente democrazia sudafricana.
Quanto a Mandela, a gui­dare il già anziano leader nero nel difficile passaggio po­litico è stata verosimilmente la saggezza che gli derivava dai lunghi anni passati in carcere a leggere, a studiare, a compulsare libri.
La leggenda vuole che sia stata la poe­sia di William Ernest Henley «Invictus» a temprarlo e a te­nerlo in vita:
Nella feroce stretta delle circostanze/Non mi sono tirato indietro né ho gridato./Sotto i colpi d’ascia del­la sorte/Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Il premio Nobel condiviso nel 1993 con De Klerk testi­monia come il destino politico di Mandela sia stato in­dissolubilmente legato a quello del premier che abolì l’a­partheid: l’uno senza l’altro, nonostante le reciproche dif­fidenze, le esitazioni, i complessi e a volte prolissi nego­ziati (non sapremo mai se De Klerk ne fosse veramente convinto o piuttosto sentisse il peso della pressione in­ternazionale) non avrebbero mai raggiunto quel risulta­to. Un risultato che è molto lontano dal paradiso sogna­to da molti ed è pieno di contraddizioni: economiche, so­ciali, anche civili nonostante il suffragio universale e la lotta all’Aids e alla diffusa criminalità.
Ma se oggi un nero che calca il suolo sudafricano può dir­si libero lo deve soprattutto a «Colui che provoca guai», quel Mandela attorno al quale negli ultimi giorni si è ra­dunato il cuore della nazione, l’uomo che seppe tenere a freno e poi convincere i più radicali fra i suoi compagni a dare tempo a De Klerk e a scegliere la speranza invece che la vendetta.
Ora che la sua parabola terrena si è conclu­sa, valgono ancora le parole di quella poesia che lo ha gui­dato negli anni:
Dal profondo della notte che mi avvolge/ Buia come un pozzo che va da un polo all’altro/ Ringrazio qualunque Dio esista/ Per l’indomabile anima mia.

venerdì 6 dicembre 2013

mercoledì 4 dicembre 2013

Vivere non vivacchiare

Con questa espressione papa Francesco si è rivolto ai giovani universitari degli atenei romani incontrati nella basilica vaticana per celebrare i vespri di Avvento.
«Non spettatori ma protagonisti» nelle «sfide» del mondo contemporaneo. Non mediocri o annoiati, non omologati. «Non si può vivere senza guardare le sfide», «non state al balcone, lottate per dignità e contro la povertà». Questo lo stile di vita che il papa latinoamericano ha proposto ai giovani, aggiungendo. «Vivere, mai vivacchiare», e «non lasciatevi rubare l'entusiasmo giovanile».
Chiaro è il riferimento ad un giovane diventato beato, Pier Giorgio Frassati che così nel 1925 scriveva all'amico Bonini: «Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la verità, non è vivere ma vivacchiare»
Per conoscere Pier Giorgio vi invito a cliccare sulle immagini.


http://www.santiebeati.it/dettaglio/60600 

http://profrel.blogspot.it/2012/04/la-gioia-nelle-prove.html
http://profrel.blogspot.it/2011/12/un-giovane-appassionato-della-vita.html




sabato 30 novembre 2013

Unità di lavoro sulla religione - classi prime

Gli alunni delle classi prime stanno consegnando il lavoro proposto per questa prima parte dell'anno: si tratta di un volantino sulla scelta dell'IRC. In attesa che vengano pubblicati i lavori più carini, vi lascio il racconto di quanto trattato. Spero possa offrire spunti ai miei colleghi di religione, dai quali aspetto suggerimenti e critiche costruttive.

sabato 23 novembre 2013

Quando i figli sono bulli

Propongo ai genitori una riflessione sul bullismo di don Antonio Mazzi .
«Il bullismo si sta scatenando pericolosamente tra la quasi indifferenza di tutti. Pare, secondo molti, sia meglio ignorare che prendere iniziative rischiando botte dai bulli e, qualche volta, penalità dalla "cosiddetta giustizia". Dico "cosiddetta giustizia" non perché voglio demolire o offendere la giustizia ma perché le modalità e le interpretazioni che i vari pretori danno di certi fatti, sono spesso illogiche se non addirittura affrettate e poco obiettive. La ragazzina di dodici anni che si butta dal terzo piano stufa di essere derisa dai coetanei perché "cicciona" ci sta ancora impensierendo e preoccupando, incapaci di spiegarci perché accadano davanti ai professori fatti così gravi, ripetuti, maliziosamente devastanti, ed ecco spuntare un branco veronese di bullette strafottenti e scalmanate, che maltrattano sullo scuolabus una quattordicenne. Maltrattano significa: spintoni, calci, strappi di capelli, graffi al viso, fino ad una profonda ferita alla guancia sinistra. Il tutto era scoppiato perché, dall'inizio dell'anno, cinque ragazze tra i quattordici e i diciannove anni e un ragazzetto di quindici, facevano tutto quello che volevano sul pullman che ogni mattina li portava a scuola. Urlavano, deridevano i passeggeri e riprendevano su un social net-work le loro cafonate. La quattordicenne, stufa, aveva suggerito al branco di smettere di disturbare. Risultati zero. Anzi, da lì è scoppiato quello che oggi veniamo a conoscere. Non so e non voglio sapere cosa facessero tutti gli altri viaggiatori, perché non credo che sul pullman ci fossero solo sette persone più autista. Comunque, la ragazzina ferita e ridotta come ho descritto sopra, ha chiamato in aiuto la mamma e, poi, i carabinieri hanno fatto il resto. Perché questa bellissima città di Verona (è anche la mia città) offra così spesso scene penose e tristi, faccio sempre più fatica a capirlo. Alcuni critici e psicologi hanno avanzato interpretazioni abbastanza condivisibili ma quasi sempre negate e non accettate dalla città, che si è spesso ritenuta offesa. Eppure l'onestà ai tempi, oltre alla fedeltà, mi sembrava fossero due virtù riconosciute della VERONA FEDELE. Perciò non tento mie interpretazioni e tanto meno denuncie varie. Sono, però, convinto che i padri veronesi affascinati dal processo di profonda trasformazione del contesto culturale e industriale veronese, abbiano mollato il colpo come padri. Come sono convinto che le aggregazioni giovanili, oratoriane, sportive, cattoliche, scoutistiche, da sempre molto presenti (penso al grande movimento-progetto sugli "adolescenziali") per assenza di adulti "preparati" e per magica fascinazione del nuovo "abito" indossato dalla città, facciano sempre più fatica a riprendere in mano la situazione. Quando tradiamo le radici, può accadere di tutto».
Fonte:  http://www.exodus.it/editoriali/editoriali/il-bullismo-dove-sono-i-padri-veronesi

venerdì 22 novembre 2013

Vivere da disabili non è un gioco

Da Popotus del 12 novembre 2013

«Super Mario Bros. è un celebre videogioco della Nintendo che ha impazzato nelle case degli adolescenti di mezzo Pianeta negli anni Novanta. Sullo schermo un simpatico idraulico, con tanto di tuta e baffoni, procede spedito in un fantasioso regno alla ricerca di una principessa: obiettivo, eliminare funghi impazziti (saltandoci sopra) e sconfiggere un mostro finale.
La stessa sorte tocca a Rosario, un giovane in sedia a rotelle di Oria (Brindisi): che spedito può procedere, sì, per le strade del suo paese, ma tra macchine e camion, visto che i marciapiedi sono inaccessibili, gli scivoli dissestati, le strisce pedonali inesistenti. Di qui l’idea di documentare con un video la sua giornata tipo e trasformarla in una partita del videogame: Rosario, come Super Mario, tenta di districarsi tra parcheggi selvaggi, farmacie e banche senza accesso per la carrozzella, ingorghi e lavori in corso. A ogni ostacolo superato, a sinistra dello schermo il punteggio sale. Ma mentre Rosario guadagna punti e acquista poteri speciali nel gioco, Oria finisce per diventare un mostro nella realtà: un paese incapace di aiutare una persona in difficoltà anche solo con piccole accortezze (cura dell’asfalto, pulizia dei marciapiedi, segnaletica e parcheggi).
Non a caso il videogioco è stato intitolato «Oria, questa è Sparta», ispirandosi al nome dell’antica città greca che non accettava la nascita di bambini imperfetti. E li faceva gettare da una rupe.
«Io vorrei solo la possibilità di poter fare quello che normalmente fa una persona qualsiasi nella propria città», spiega Rosario. Gli verrà data?»


Vi lascio il video.

mercoledì 20 novembre 2013

Il Papa consiglia la "misericordina"

Angelus del 17 novembre 2013:


La “Misericordina” (...) “pubblicizzata” da Papa Francesco, che ne ha mostrata una scatoletta alla finestra, non è una medicina da farmacia! Ed il Papa stesso, parlando della “medicina” che stava per presentare ai fedeli lo ha detto chiaro “Non sono un farmacista”.
Ma che cosa è questa idea? Una trovata di pubblicità? No! Semplicemente, una preghiera. Quella del Santo Rosario, unità alla Coroncina della Divina Misericordia. E fa davvero bene, al cuore e soprattutto all’anima. La confezione è quella tipica di una qualsiasi medicina, con tanto di avvertenza sul contenuto: «59 granuli intracordiali». All’interno delle confezioni distribuite in Piazza San Pietro si trovano una corona del Rosario, un’immagine di Gesù misericordioso – con la scritta «Gesù confido in te» – ed il classico foglietto con posologia ed istruzioni per l’uso.
Un medicinale “altro”? In effetti, una semplice preghiera, anche più potente e che costa meno di un’Aspirina. Gli effetti, per chi crede, sono pero’ migliori.
Ed allora ecco le modalità d’uso, la posologia…. e le indicazioni varie!
CONTENUTO : 1 corona del Rosario, con la quale si può pregare anche ‘la coroncina della Divina Misericordia’
EFFETTI : Porta misericordia nell’anima, avvertita con una diffusa tranquillità del cuore. La sua efficacia è garantita dalle parole di Gesù.
APPLICAZIONE : Viene ‘applicato’ quando si desidera la conversione dei peccatori, si sente il bisogno di aiuto, manca la forza per combattere le tentazioni, non si riesce a perdonare qualcuno, si desidera la misericordia per un uomo moribondo e si vuole adorare Dio per tutte le grazie ricevute”. USO : Può essere applicato, sia dai bambini sia dagli adulti, tutte le volte che se ne avverte il bisogno. La somministrazione prevede la recita della Coroncina alla Divina Misericordia, promossa da Santa Faustina Kowalska. Non si riscontrano effetti imprevisti e controindicazioni. I Santi Sacramenti favoriscono l’efficacia del medicinale. Prima di usare il farmaco si consiglia di rivolgersi ad un sacerdote per ulteriori informazioni e di conservare le avvertenze in caso di riutilizzo.
Le scatole di ‘Misericordina’ sono state prodotte in migliaia di esemplari e in quattro lingue: italiano, spagnolo, inglese e polacco. L’iniziativa, che ha già avuto dei precedenti in Polonia, è stata promossa da monsignor Konrad Krajevski, elemosiniere pontificio. E’ un aiuto spirituale per la nostra anima e per diffondere ovunque l’amore, il perdono e la fraternità. Non dimenticatevi di prenderla, perché fa bene. Fa bene al cuore, all’anima e a tutta la vita”.
Dal sito http://www.papaboys.org

martedì 19 novembre 2013

lunedì 18 novembre 2013

Una buona scelta

Gli alunni delle classi prime stanno lavorando sulla creazione di un volantino sulla scelta dell'insegnamento della religione a scuola. Come ulteriore contributo al loro lavoro, lascio il link al  video "Una buona scelta" realizzato dal Servizio IRC della diocesi di Milano.
 una buona scelta


venerdì 15 novembre 2013

Bibbia e animali parlanti

La Bibbia non è un libro di favole. Per i credenti non lo è proprio. Nella Bibbia gli animali non parlano, come invece accade nelle favole, se non in due soli casi.
Leggete qui:
«Quante volte abbiamo guardato negli occhi i nostri animali domestici e vi abbiamo letto quasi un pensiero? O, più probabilmente, abbiamo capito benissimo cosa fare per rispondere alle loro richieste. Nel libro dei Numeri, al capitolo 22, c’è il racconto di un uomo, Balaam, che ha la fortuna di riuscire a sentire la voce del proprio animale, un’asina. Un evento che accade dopo che, per ben tre volte, il padrone non ha capito cosa gli voleva dire con il suo comportamento la povera bestia. L’episodio è quasi unico nel suo genere in tutta la Bibbia, poiché, oltre all’asina di Balaam, solo a un altro animale è data la voce per rivolgersi agli uomini: il serpente nell’Eden.
Secondo la tradizione, però, il maligno, il diavolo, si cela dietro a questa creatura astuta che convince Eva a mangiare del frutto dell’albero che sta nel mezzo del giardino (il testo biblico non parla mai di una «mela»!). Nel mondo perfetto in cui vivevano Adamo ed Eva tutto è armonia ma il serpente, con le sue parole ambigue e tentatrici, crea divisione tra Dio e l’uomo. La parola «diavolo» deriva dal greco e significa proprio «colui che divide». Il serpente, infatti, convince Eva che non c’è errore nel conoscere il bene e il male, cioè nell’essere come Dio. Questa creatura che striscia, quindi, rappresenta la continua tentazione di metterci al posto del Creatore.
Totalmente diverso, invece, è il ruolo dell’asina di Balaam, che parla solo per far ragionare il padrone e condurlo sulla giusta strada, quella della volontà di Dio. Il risultato delle parole dell’animale, insomma, è totalmente opposto, perché avvicina l’uomo al Creatore. La storia è questa: un re pagano aveva mandato a chiamare Balaam perché maledicesse il popolo di Israele, che stava per occupare le sue terre. L’uomo, però, crede nello stesso Dio di Israele e perciò fa sapere che andrà dal re ma farà solo quello che gli dirà il Signore. Dio gli dà il permesso di andare ma per strada l’asina devia dalla strada o si ferma per tre volte: davanti a lei, infatti, appare un angelo che la blocca. Alla fine Balaam, che non capisce cosa stia succedendo, picchia l’asina. Per intervento di Dio, allora, la bestia si rivolge al padrone e gli fa notare che lei non si è mai comportata così e quindi le sue stranezze dovrebbero farlo pensare. A quel punto Balaam capisce e vede l’angelo, che lo avverte di andare pure dal re ma di fare solo ciò che vuole il Signore. Forse l’animale ha parlato davvero, o forse Balaam ha visto il suo stesso pensiero riflesso negli occhi dell’asina. Di certo in questo caso la creatura ha visto ben più del padrone ed è stata in grado di cogliere la presenza di Dio.
Il messaggio potrebbe essere questo: la natura alle volte ci mette alla prova, ma se sappiamo ascoltare davvero sapremo capire qual è la strada che ci viene indicata dal Signore».
Matteo Liut
in Poptus del 7 novembre 2013


venerdì 8 novembre 2013

La regola d'oro delle religioni

Su richiesta degli alunni di una classe prima, inserisco i link relativi alla presentazione in power point che abbiamo visto a scuola (per scaricarla) e al post realizzato dai ragazzi delle classi terze di alcuni anni fa.
Cliccate sulle immagini.

lavoro in ppt da www.edbscuoladigitale.it

Norman Rockwell Regola d’oro 1961




mercoledì 6 novembre 2013

Suor Mary Kenneth e l'informatica

La civiltà dei computer in cui siamo sempre più immersi ha un piccolo grande debito nei confronti di una suora. Si chiamava Mary Kenneth Keller, delle Suore della Carità della Beata Vergine Maria, una congregazione fondata nell’Ottocento in Irlanda ma che ha avuto negli Stati Uniti il suo principale campo di azione. Suor Mary Kenneth è stata la prima persona a ottenere un dottorato in informatica negli Stati Uniti, nel 1964, dall’Università di Wisconsin-Madison.
Lo ha dimostrato quest’anno, dopo uno scavo meticoloso, uno storico dell’informatica dell’Università di Portland, Ralph L. London. Ma non è stato questo l’unico dei suoi primati. Per dirne un altro, nel 1958 fu la prima donna a essere ammessa al futuristico computer center dell’Università di Darmouth, nel New Hampshire, in anni in cui per lo statuto del centro, oggi fa effetto pensarci, erano ammessi ai lavori soltanto uomini. Suor Mary Kenneth entrò in laboratorio con il suo velo preconciliare da Sister Act e ne uscì guadagnandosi la stima di ruvidi colleghi abituati a parlarsi tra loro in linguaggio macchina. Diede tra l’altro un contributo allo sviluppo di un altro linguaggio, semplice ma duttile e potente, il Basic, che debuttò pochi anni dopo implementato su un calcolatore di Dartmouth e che negli anni Settanta e Ottanta avrebbe permesso il boom dei personal computer.
Quest’anno suor Mary Kenneth avrebbe compiuto cent’anni: era nata infatti nel 1913 a Cleveland. Era entrata in noviziato a diciannove anni, dopo aver frequentato le scuole delle Suore della Carità. Vista la sua attitudine agli studi sia umanistici sia scientifici la congregazione l’aveva messa subito a insegnare, ma il talento era tale che, dopo aver professato i voti perpetui nel 1940, benché non fosse usuale allora investire sulla formazione accademica di una religiosa, a suor Mary Kenneth fu permesso di prendersi una laurea in matematica alla Università DePaul di Chicago. Qui fece un incontro che le cambiò la vita, quello appunto con un computer. «Andai a vederne uno e non tornai più indietro», ricordava da anziana.
Negli anni Cinquanta le sue alunne adolescenti l’ascoltavano un po’ stranite quando le spronava a interessarsi a quegli elaboratori sofisticatissimi allora appannaggio di centri specializzati, perché «non ci sono abbastanza persone in grado di usarne uno – diceva – e presto sarà un’emergenza». Vedeva lontano, senza dubbio. Poi venne il dottorato in informatica, alla non tenera età di cinquant’anni, che concluse con una tesi sull’elaborazione di algoritmi per la soluzione analitica di equazioni differenziali, scritti in linguaggio Fortran 69.
Quel dottorato suor Mary Kenneth l’aveva ottenuto anche a coronamento dei suoi sforzi pionieristici. Un anno prima aveva introdotto a scuola un prototipo del Bi-Tran Six, un computer pensato per l’apprendimento dell’informatica da un’azienda di Minneapolis. Finito il dottorato la sua attività si spostò al Clarke College di Dubuque, una tranquilla cittadina al confine tra Iowa e Wisconsin, dove le venne offerta una cattedra. Lì mise in piedi il dipartimento d’informatica che diresse per quasi vent’anni. Soprannominata “il computer di Clarke”, i suoi ex studenti la ricordano come silenziosa e dal portamento austero, ma generosa nell’insegnamento e dalla battuta tagliente.
Divenne un’autorità e un punto di riferimento per chi si occupava di informatica. Consulente per diverse aziende, sviluppò programmi per la gestione del bilancio dello Stato dell’Illinois, per ospedali e per l’amministrazione di Dubuque. Con i proventi di quei lavori extra potenziò il dipartimento di Clarke, facendolo diventare un centro di eccellenza. Anche Richard Buckminster Fuller, uno dei più eclettici architetti e inventori statunitensi del Novecento, famoso per le sue cupole geodetiche, si rivolse alla religiosa programmatrice per imparare a usare il computer nei suoi progetti, con una serie di lezioni intensive. Ne uscì euforico.
Suor Mary Kenneth si occupò di vari ambiti, comprese le ricerche sull’intelligenza artificiale, ma il suo pallino rimase sempre quello dei computer come supporto all’istruzione e la formazione di personale capace sfruttare le potenzialità della rivoluzione informatica. Con un accento sulla necessità di personale femminile, non solo maschile. In questo seguì il carisma pedagogico della sua congregazione, in modo tanto singolare quanto lungimirante.
Alla sua morte nel 1985 le consorelle parlarono di lei come di una religiosa esemplare, con una vita di pietà incentrata sul mistero della Trinità e sulla ricerca in ogni ambito della volontà di Dio, come testimoniato anche dalle sue lettere e dalle sue carte private. Il computer, scriveva, l’aveva aiutata ad esercitare due virtù: l’umiltà, perché gli errori non sono della macchina ma del programmatore, e la pazienza, nelle infinite operazioni di de-bug”, nel cercare le linee di codice contenenti errori e correggerle. La sua vocazione al servizio, in particolare, fu salda fino all’ultimo.
Come ricorda Jennifer Head, l’archivista delle Suore della Carità che ha raccolto materiale e testimonianze sulla sua vita, quando si ammalò di cancro, nel 1983, fu ricoverata a Marian Hall, una casa di cura per anziani in Pennsylvania. Si fece portare un personal computer, un Apple IIe, e organizzò un corso per i degenti. La sua classe risultò composta da dodici studenti, di cui quattro in carrozzina, due con le stampelle e uno quasi cieco, età media vicina agli ottanta. Con il suo Apple aiutò la casa di cura a organizzare i pasti, con menù più equilibrati dal punto di vista nutrizionale, monitorando le esigenze dietetiche degli ospiti e i medicinali che dovevano prendere. Smise solo quando il dolore ebbe il sopravvento.

 Andrea Galli in Avvenire del 20 ottobre 2013

lunedì 4 novembre 2013

Perché diciamo che la Chiesa è cattolica

Dalla catechesi di papa Francesco di mercoledì 9 ottobre 2013:

«Credo la Chiesa una, santa, catto­lica… ». Oggi ci fermiamo a riflette­re su questa Nota della Chiesa: di­ciamo cattolica è l’Anno della cat­tolicità. Anzitutto: che cosa signifi­ca cattolico? Deriva dal greco 'kath’olòn' che vuol dire 'secondo il tutto', la totalità. In che senso que­sta totalità si applica alla Chiesa? In che senso noi diciamo che la Chie­sa è cattolica? Direi in tre significa­ti fondamentali.
Il primo. La Chiesa è catto­lica perché è lo spazio, la ca­sa in cui ci viene annunciata tutta intera la fede, in cui la salvez­za che ci ha portato Cristo viene of­ferta a tutti. La Chiesa ci fa incon­trare la misericordia di Dio che ci trasforma perché in essa è presen­te Gesù Cristo, che le dona la vera confessione di fede, la pienezza del­la vita sacramentale, l’autenticità del ministero ordinato. Nella Chie­sa ognuno di noi trova quanto è ne­cessario per credere, per vivere da cristiani, per diventare santi, per camminare in ogni luogo e in ogni epoca. [...] Nella Chiesa noi possia­mo ascoltare la Parola di Dio, sicu­ri che è il messaggio che il Signore ci ha donato; nella Chiesa possia­mo incontrare il Signore nei Sacra­menti che sono le finestre aperte at­traverso le quali ci viene data la lu­ce di Dio, dei ruscelli ai quali attin­giamo la vita stessa di Dio; nella Chiesa impariamo a vivere la co­munione, l’amore che viene da Dio. [...]In questo primo senso la Chiesa è cattolica, perché è la casa di tutti. Tutti sono figli del­la Chiesa e tutti sono in quella casa.
Un secondo significato: la Chiesa è cattolica perché è u­niversale, è sparsa in ogni par­te del mondo e annuncia il Vange­lo ad ogni uomo e ad ogni donna. La Chiesa non è un gruppo di élite, non riguarda solo alcuni. La Chie­sa non ha chiusure, è inviata alla to­talità delle persone, alla totalità del genere umano. E l’unica Chiesa è presente anche nelle più piccole parti di essa.[...]
Un terzo e ultimo pensiero: la Chiesa è cattolica, perché è la 'Casa dell’armonia' dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza. Pen­siamo all’immagine della sinfonia, che vuol dire accordo, armonia, di­versi strumenti suonano insieme; ognuno mantiene il suo timbro in­confondibile e le sue caratteristiche di suono si accordano su qualcosa di comune. Poi c’è chi guida, il di­rettore, e nella sinfonia che viene e­seguita tutti suonano insieme in 'armonia', ma non viene cancella­to il timbro di ogni strumento; la pe­culiarità di ciascuno, anzi, è valo­rizzata al massimo! È una bella immagine che ci dice che la Chiesa è come una grande orchestra in cui c’è varietà. Non sia­mo tutti uguali e non dobbiamo es­sere tutti uguali. Tutti siamo diver­si, differenti, ognuno con le proprie qualità. E questo è il bello della Chiesa: ognuno porta il suo, quello che Dio gli ha dato, per arricchire gli altri. E tra i componenti c’è que­sta diversità, ma è una diversità che non entra in conflitto, non si con­trappone; è una varietà che si lascia fondere in armonia dallo Spirito Santo; è Lui il vero 'Maestro', Lui stesso è armonia.[...]
La Chiesa è l’armonia di tut­ti: mai chiacchierare uno contro l’al­tro, mai litigare! Accettiamo l’altro, accettiamo che vi sia una giusta varietà, che questo sia differente, che questo la pensa in un modo o nel­l’altro – ma nella stessa fede si può pensare diversamente – o tendia­mo ad uniformare tutto? Ma l’u­niformità uccide la vita. La vita del­la Chiesa è varietà, e quando vo­gliamo mettere questa uniformità su tutti uccidiamo i doni dello Spi­rito Santo.

martedì 29 ottobre 2013

Le mani di Dio

Assisi, basilica superiore. La scena in cui Francesco rinuncia ai beni paterni. Se si osserva bene, è tutta un dialogo di mani. Quelle giunte del santo. Quella chiusa a pugno e trattenuta a forza di Bernardone. E in alto quella benedicente, che per metonimia riassume la presenza di Dio, il "padre che è nei cieli". Chissà se Giotto sapeva, come spiega don Giovanni Cesare Pagazzi, che "«’iniziale ebraica del nome di Dio YHWH, la lettera yod, è vicinissima al vocabolo yad, che vuol dire mano. E del resto la parola mano è una delle più ricorrenti dell’Antico Testamento, a cui possiamo aggiungere i riferimenti alla destra, spesso chiamata a racchiudere l’operato di Dio». [...] L’azione di Dio, ricorda Pagazzi nel volume Fatte a mano. L’affetto di Cristo per le cose (Edizioni Dehoniane Bologna, pp. 128, euro 11, prefazione di Pierangelo Sequeri), lo porta a «sporcarsi le mani».
«Dire che Dio ha mani vuole dire che agisce con stile identificabile. È un’espressione che usiamo spesso per gli artisti: la mano di Caravaggio, la mano di Picasso. È la forma, la sua qualità. Dio stesso si stupisce della bellezza di quanto ha creato, è scritto nella prima pagina della Genesi». Ed è proprio nella mano la somiglianza tra Dio e uomo. «Entrambi entrano in contatto con il mondo attraverso le mani. Gli animali e le cose non hanno mani. Le mani sono la cifra dell’agire e come tali identificano la persona. Sembra un gioco di parole, ma non c’è umano senza mano». Le più grandi azioni umane, infatti, sottolinea Pagazzi, sono espresse attraverso la presa: «Il lessico è significativo: com-prendere, ap-prendere, intra-prendere, sor-prendere. In tedesco vocaboli come handlung, azione, e handeln, agire, derivano da hand, mano. Il tatto, a differenza degli altri sensi, è sempre acceso non può essere ingannato. È il senso che certifica inequivocabilmente la realtà di una cosa». [...]
Anche il nome ebraico di Gesù, Yehošua, che significa "YHWH salva" comincia con la parola mano. «Per mezzo di lui tutte le cose sono state create, recita il Credo nicenocostantinopolitano. In Cristo si ricapitola il legame di Dio con le cose e si completa. Gesù dichiara puri tutti i cibi, le cose, cioè, che diventano parte di noi stessi. È un fatto unico nella storia delle religioni. Per Gesù le cose non sono semplici mediatrici: sono sorelle. Gesù è primogenito di ogni creatura. Disprezzare le cose vuol dire offendere il rapporto di fraternità tra Cristo e noi. È qui la radice della povertà cristiana: che esalta le cose e non le punisce. Il loro valore e il loro peso sono tali che ne bastano poche».
[...] Il gesto più importante compiuto da Gesù nel Vangelo, osserva Pagazzi, è quello di «prendere il pane. In greco il verbo lambano significa tanto prendere quando ricevere: e infatti l’eucaristia è ringraziamento. Quando sa prendere e ringraziare il cristiano, dunque, ha la mano di Gesù». Ma sono ancora la mano e le cose a testimoniare la verità della Resurrezione: «Il Gesù risorto tocca, prende, mangia. Solo così può dimostrare di non essere un fantasma. Cristo porta così a compimento la creazione dell’uomo dalla terra, perché la parentela mano/cosa dopo la sua Resurrezione diventa definitiva».
Incredulità di san Tommaso (Caravaggio)
Acquista così anche nuova luce l’episodio di Tommaso, la cui necessità di toccare con mano il risorto è sinonimo di mancanza di fede: «In realtà la richiesta di Tommaso è valida, e infatti Gesù la onora. Ma quando si parla dell’incredulità di Tommaso non si ricorda quasi mai il passo di Luca in cui Gesù appare ai discepoli e dice: "Guardate le mie mani" e poi, senza che nessuno glielo chieda, dice: "Toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa". La sua realtà è la stessa del mondo. No, non si può riconoscere Dio se non attraverso le cose».

Tratto da Alessandro Beltrami in Avvenire del 22 ottobre 2013

lunedì 28 ottobre 2013

La donna nelle religioni monoteiste

Lascio ai miei alunni di terza la presentazione che abbiamo visto a scuola sul ruolo della donna nelle religioni monoteiste. Spero possa essere utile anche a qualche collega.

venerdì 25 ottobre 2013

La vita è un insieme di interrelazioni

Come ulteriore contributo alla riflessione sull'essere comunità, vi propongo, cari ragazzi di seconda, questo pensiero di Martin Luther King, tratto dall' omelia del Natale del 1967.
«La vita è un insieme di interrelazioni. Siamo legati ad una rete di comunità vestiti dello stesso abito del nostro destino. Tutto ciò che colpisce direttamente, colpisce tutti indirettamente. Siamo fatti per vivere insieme: la nostra realtà è intercomunicante. Non vi siete mai fermati a pensare che non potete neppure andare al lavoro al mattino senza dichiarare la vostra dipendenza da tutto il mondo?
Vi alzate, fate le vostre pulizie afferrando la spugna, e questa vi viene da un indigeno del Pacifico. Prendete il sapone e questo viene dato dalla mano di un francese. Passate in cucina a bere un caffè e vi viene versato nella tazzina da un sudamericano: o forse preferite il thè, e vi viene offerto da un cinese; o ancora desiderate cioccolato ed è un africano che ve lo offre. Allungate la mano per prendere il pane, e toccate le mani callose del contadino di lingua inglese o di un fornaio. Prima ancora di finire colazione, vi siete già messi in contatto con metà del mondo.
Il nostro universo è strutturato così: e non riusciremo a raggiungere la pace interna finché non avremo riconosciuto questo fatto basilare della struttura interdipendente di ogni realtà
».

lunedì 21 ottobre 2013

Lo sviluppo dei popoli

La tragedia di Lampedusa ha scosso le coscienze. Spero di tutti.
Simili tragedie non possono lasciarci indifferenti; ma l'emozione che suscitano deve accompagnarsi ad un serio ripensamento del nostro stile di vita. Non è possibile che ci si scuota dall'indifferenza solo quando le tragedie accadono alle "porte di casa". La miseria e la disperazione accompagnano la vita di tante persone. Dobbiamo farci carico del loro dolore e ripensare e costruire un mondo più umano, un mondo più giusto.
A scuola stiamo proprio parlando di comunità, di fraternità, di bene comune.
Se non ci riconosciamo fratelli e se continuiamo a vivere secondo la logica del più furbo e del più forte, non ci sarà un'evoluzione dell'umanità. Piuttosto diventeremo sempre più simili alle bestie, che non scelgono di essere così, ma anzi, molte volte, ci stupiscono per la solidarietà e l'accoglienza di cui sono capaci.
Per approndire ulteriormente la riflessione, vi propongo l'enciclica di Paolo VI, il papa della mia infanzia e di parte dell'adolescenza, sullo Sviluppo dei Popoli (Populorum Progressio). Provate a ricostruirne il testo.

Se dovessero esserci difficoltà nella corretta visione del gioco, cliccate qui.

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