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giovedì 26 aprile 2018

Dare la propria vita per gli altri

Non c’è amore più grande di questo – dice Gesù – che dare la vita per i propri amici.
Ma cosa vuol dire?
Nel film "Sette anime" il protagonista decide di togliersi la vita per offrire una possibilità di vita alla donna che ama. E' questo il senso dell'amore, così come lo intende Gesù? No, assolutamente no!
Il concetto stesso di martirio cristiano è lontano dall'idea del sacrificio in se stesso. I cristiani dei primi secoli presero le distanze da alcuni che pensavano di procurarsi volontariamente la morte, provocando di proposito i pagani.
Umani fino in fondo, i martiri non amano la morte violenta. Man mano che il loro momento si avvicina sono sempre più consapevoli della barbarie a cui vanno incontro: questo li sgomenta ma, al tempo stesso, non li fa recedere. Sono come Gesù nell'orto degli Ulivi: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Come Gesù, quando si accorgono che la propria morte è inevitabile, perché Dio così ha predisposto e tanti segnali dicono che la loro missione sulla terra non potrà non concludersi che in modo violento, non tornano sui loro passi, preparandosi a morire.
Certo, i martiri non si avviano danzando incontro al martirio. Di quelli a noi più vicini abbiamo testimonianze che ci danno un’idea dei giorni che precedono il martirio: le persone che sono state accanto a loro li raccontano come pensosi, inquieti, riflessivi ma anche bruschi. 
L’arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ferito a morte mentre celebrava la Messa nel 1980, per aver preso le difese dei diseredati del suo popolo, diceva: «È normale che ci tremino le ginocchia, ma almeno che ci tremino nel posto in cui dobbiamo stare»
Ha scritto Bruno Maggioni: «Il martire non sceglie la morte, ma un modo di vivere, quello di Gesù». Ecco ciò che contraddistingue il martire cristiano, la sua radicale specificità.
La vita che va odiata è quella dove a vincere  sono i più furbi, i più ricchi, i meno onesti. La vita che Gesù ci chiede di perdere è quella incatenata dai tanti fardelli che la condizionano: la paura di rinunciare al proprio tornaconto, ad una libertà vuota di valori, all'egoismo. Quando siamo liberi dai calcoli e ci apriamo all'altro con generosità siamo più felici. È questa la vita verso la quale tendere: una vita che ha come unico obiettivo amare Dio e il prossimo e di lasciaci amare da Lui e dalle persone che ci sono attorno. In questo modo la vita non la si perde. Anzi, diventa amore, accoglienza, condivisione, voglia di annunciare e testimoniare che si può abitare questo mondo nella gioia.
Christian de Chergé, uno dei monaci uccisi a Thibirine, nel 1986, dal terrorismo algerino, ci ha lasciato una chiara testimonianza di quello che può significare perdere la propria vita per amore di Cristo e del prossimo. In quello che è considerato il suo testamento spirituale, scritto quando ancora non sapeva in che modo e quando gli sarebbe toccato di dover donare la sua vita per Cristo, annotava: «La mia vita non ha valore più di un’altra. Non ne ha neanche di meno. – In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell'attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. Non potrei augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio. […] La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto […] E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah».
In queste parole non c'è rabbia e rinuncia nei confronti della vita. Tutt'altro! E' un messaggio dove la vita viene esaltata.
Una vita con l’unico obiettivo di amare Dio e il prossimo e di lasciarsi amare da Lui e dalle persone che ci vivono attorno è una vita che realizza le Beatitudini. Allora, pur nella sofferenza, si sperimenterà la gioia, la bellezza e la ricchezza di essere a servizio dell’uomo nel seguire Gesù.
Diceva san Paolo che senza la Carità (Amore) qualunque cosa io dovessi fare, anche il sacrificare la mia stessa vita, non avrebbe alcun valore, non servirebbe a nulla.

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