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venerdì 31 dicembre 2010

Costruisci la tua vita

Ultimo giorno dell'anno. Tempo di bilanci per l'anno che è passato, di propositi per l'anno che verrà.
Cosa desideriamo per il nuovo anno? Su quali ideali e valori vogliamo costruirlo? Come intendiamo spendere il tempo che il Signore ci regalerà?
Cliccate sull'immagine. Il Vangelo ha da suggerirci qualcosa per l'anno che verrà.


Auguri di Buon Anno.

mercoledì 29 dicembre 2010

Il Dio bambino ci rende tutti fratelli

di Maurizio Patriciello, da Avvenire del 28 dicembre 2010.

Dio non è stanco degli uomini. Non lo è mai stato. Dio è un inguaribile, questuante sognatore. Anche quando l’uomo non gli vuole bene, anche quando gli chiude la porta in faccia, non desiste. Con ferma discrezione lo cerca, insiste, bussa, chiede.
Gioca d’azzardo e punta tutto su di noi, sulla nostra riuscita, sulla convinzione che alla fine gli getteremo le braccia al collo. Non smette di desiderare chi creò a Sua immagine. È suo. È uscito dalle Sue mani. Lo ama. Ha bisogno di lui. Senza la Sua creatura più preziosa anche Dio sembra essere infelice. Come noi. Anche in questo ci somiglia tanto. È capace di bussare a un cuore ermeticamente chiuso per una intera vita, senza mai perdere la speranza di essere un giorno accolto. La speranza, che tiene in vita anche i cuori più vecchi e induriti, non lo abbandona mai. Non molla la Sua preda. Non ci lascia in balia di noi stessi. Sa bene che senza i Suoi doni non saremmo capaci nemmeno di emettere un respiro, nemmeno di peccare.
Dio è un galantuomo che non umilia i Suoi figlioli. Che gode nel vederli felici e soffre quando il dolore li sovrasta. Se non forza la nostra immotivata resistenza è perché non può. Nemmeno Lui può fare sempre ciò che vuole.
Mantiene la promessa fatta e rispetta la nostra libertà. Anche quando – e succede infinite volte! – l’uomo ne ha fatto una clava per colpire a morte i suoi fratelli più piccoli e indifesi. Anche quando l’ha usata per inchiodare il Suo figlio prediletto sull’infame legno della croce. Mistero grande che ci rende immensi. Dio resiste, non interviene al grido straziante che dal Golgota si espande per il mondo, accettando di apparire lontano e disinteressato.

lunedì 27 dicembre 2010

La convivenza possibile

Le violenze che in questi giorni sono state inflitte ai cristiani, nelle Filippine, Nigeria e Pakistan, hanno spinto il Papa a rivolgere un accorato appello affinché si abbandonino "le vie dell'odio per trovare soluzioni pacifiche dei conflitti e donare alle care popolazioni sicurezza e serenità". In diverse parti del mondo purtroppo essere cristiani costituisce ancora un pericolo.
Eppure la convivenza è possibile, deve essere possibile, come testimonia Muhammad Ibraim, imam  a capo del Comita­to provinciale per il dialogo interreligioso e per la pace nel Punjab.
Egli vive a Faisala­bad, dove predica nella sua moschea. Vi riporto alcune parti dell'intervista rilasciata all'inviato di Avvenire, pubblicata il 24 dicembre 2010.

«Biso­gna insegnare a imparare a convivere con gli altri, sen­za danneggiare il credo al­trui, ma rispettandolo. Però, affinché sia così, tut­te le religioni del Libro de­vono essere rispettare. An­che l’islam. Certe azioni e certi personaggi andrebbe­ro scoraggiati dal promuo­vere i falò del Corano o le vignette blasfeme. Tutto questo è sbagliato e non porta da nessuna parte. Crea soltanto il male e l’o­dio.(...)
Dobbiamo sconfiggere la povertà e far vincere l’i­struzione. Nessun credo al mondo insegna la parola terrorismo. Nessuna reli­gione al mondo spinge i propri fedeli agli attacchi suicidi, promettendo loro cose che non ci sono. Ma è proprio approfittando di quell’enorme bacino stra­bordante di povertà e igno­ranza che i capi del terrori­smo attingono a piene ma­ni e comandano la morte».
La sua moschea fa an­che da seminario religioso, e un’aula è stata dedicata a un vescovo cattolico, monsignor John Joseph, il vescovo della città, che sacrificò la vita in un gesto estremo pur di difendere un suo fedele ingiusta­mente accusato di blasfe­mia. 
Muhammad Ibraim ci tiene a sottolineare che una dedica simile probabilmente non esiste in nes­sun’altra moschea al mon­do.
Una bella testimonianza di convivenza possibile e rispettosa. Un esempio di come solo la conoscenza può combattere l'ignoranza e i pregiudizi, che sono di ostacolo alla costruzione della vera pace.

Benedetto XVI nella Moschea Blu

domenica 26 dicembre 2010

E' Natale; Gesù è venuto...

E' Natale; Gesù è venuto. Ma se batterà alla nostra porta, 
sapremo riconoscerlo? 
Sarà, come una volta. Un uomo povero.
Certamente un uomo solo.
Sarà senza dubbio un operaio, 
forse un disoccupato 
e anche, Se lo sciopero è giusto uno scioperante.
O tenterà di vendere delle polizze d'assicurazione 
o degli aspirapolvere...
Sarà forse un rifugiato.
Uno dei quindici milioni di rifugiati 
con un passaporto dell'O.N.U.;
uno di coloro che nessuno vuole 
e che vagano vagano
in questo deserto ch'è diventato il Mondo;
uno di coloro che devono morire 
perché dopo tutto non si sa da che parte arrivino 
persone di quella risma...
Se Cristo domani batterà 
alla vostra porta. Lo riconoscerete?
Avrà l'aspetto abbattuto. Spossato,
annientato com'è 
perché deve portare 
tutte le pene della terra...
(Raoul Follereau)

sabato 25 dicembre 2010

Buon Natale

Vi auguro un Buon Natale, con le parole della Santa Camilla Battista Varano:

"Tu, o Signore, per grazia sei nato nell'anima mia,
mi hai donato la tua luce, luce di Verità,
Via per venire a te, vero Paradiso!
Nelle tenebre e oscurità del mondo mi hai fatto vedere,
udire, parlare e camminare nella tua luce”.

mercoledì 22 dicembre 2010

I numeri e il loro significato: QUATTRO

Il numero 4 è il numero della stabilità, del creato (la terra) e della rivelazione. E' l'immagine del quadrato dell'universalità con i quattro punti cardinali (EZ 37,9).
Il Nuovo Testamento descrive: "Quattro angeli ai quattro angoli della terra (...) trattenevano i quattro venti (Ap 7,1).
Le 4 mura della Gerusalemme celeste formano un quadrato.
E l'Antico testamento dice: "Manderò i venti dalle quattro estremità del cielo" (Ger 49,36).



Questo numero è utilizzato anche per designare:
- 4 elementi: acqua, terra, aria, fuoco
- 4 stagioni: primavera, estate, autunno, inverno
- 4 evangelisti: Matteo, Marco, Luca, Giovanni
- 4 cavalieri dell'Apocalisse
- 4 fiumi del Paradiso: Pison, Ghicon, Tigri, Eufrate (Gn 2,10)
- 4 animali della visione di Ezechiele (Ez 1,5)
- 4 lettere per il nome del Signore: YHWH
- 4 grandi profeti: Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele
- 4 virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza
- 4 "Novissimi": morte, giudizio, inferno, paradiso.

Tratto da "Tutto calcolato", Agenda dell'educatore ACR 2010/2011.
Continua......

martedì 21 dicembre 2010

Per le classi seconde: ripasso

Dopo aver lavorato sull'origine della Chiesa, vi propongo alcuni giochi per ripassare.
Andate ne "Lo spazio di Profrel", l'altro mio blog in cui sono raccolti giochi e altro materiale.
Cliccate qui....ma attenti. Non fatevi mangiare dal leone!!!!

E...cliccate anche qui, per un gioco spaziale.

domenica 19 dicembre 2010

Se ti dimostrerai un bambino bravo, coraggioso e disinteressato

Mentre in classe si parlava dell'importanza delle regole che ci aiutano a crescere, a qualcuno di voi è venuta in mente la storia di Pinocchio nel Paese dei Balocchi. Fare quello che ci pare - è stata la conclusione - non ci aiuta a diventare delle brave persone. La Bibbia, nel brano che parla del vitello d'oro (quello che abbiamo visto in uno dei video del blog)ci presenta il popolo dell'Alleanza alle prese con il tradimento, la ribellione a Mosè e alle regole che Dio aveva donato. La conseguenza è il ritorno all'idolatria e la perdita di quella dignità di uomini liberati dall'unico Dio, quel Dio che li aveva fatti uscire dalla schiavitù dell'Egitto e che donando i comandamenti, li aveva messi in guardia da tutto ciò che li avrebbe resi meno umani e, quindi, meno liberi.
La storia di Pinocchio richiama l'idea della fatica verso la via dell'umanizzazione, che non può passare attraverso quello che mi piace, che mi fa comodo, che costa meno fatica.
La ricerca di Geppetto è un po' come la ricerca di Dio, che è l'Unico (nella prospettiva cristiana) ad indicarmi la via del Bene, la strada che mi porta a sviluppare in pieno la mia umanità. Pinocchio questo lo ha capito, tanto che, con quel barlume di coscienza che ancora gli rimane (tanto da non diventare completamente bestia)fugge dal Paese dei Balocchi per ritornare dal padre. E questo ritorno farà di lui un bambino vero.
Vi lascio alcuni momenti del Pinocchio di Walt Disney, e con i titoletti vi aiuto a coglierne gli aspetti di cui vi ho parlato.

Il Paese dei Balocchi, ovvero la libertà intesa in modo sbagliato


La conseguenza: la perdità della propria umanità


Il ritorno, il coraggio, la conquista della propria umanità

venerdì 17 dicembre 2010

I numeri e il loro significato: UNO - DUE - TRE

Il numero 1 esprime l'unità, l'assoluto, il principio, cioè l'ordine e la fine di tutto, come l'alfa e l'omega greci. E' simbolo dell'essere, dell'uomo che sta in piedi





Il numero 2 esprime un'idea e il suo contrario:
- dualità (il visibile e l'invisibile, il creato el'eterno, il terreno e il celeste...)
- divisione (Adamo ed Eva, Caino e Abele, ...)
- nuzialità (l'alleanza)
- i due Testamenti
- le due nature di Cristo (divina e umana)

Il numero 3 è l'idea della perfezione, del non-creato: per esempio Dio in tre Persone, la Trinità.
2+1=3 simboleggia la dualità che si risolve, chiave dell'unità. In ebraico il 3 corrisponde al superlativo; per esempio il Dio tre volte Sanctus (Is 6).
- 3 angeli visitano Abramo alla quercia di Mamre
- Giona rimane 3 giorni nella balena
- Gesù risorge il 3° giorno dopo la sua morte
- i Magi portano 3 doni: oro, incenso e mirra
- Cristo assume 3 funzioni: è Re - Sacerdote - Profeta
- 3 apostoli sono testimoni della Trasfigurazione: Pietro, Giacomo e Giovanni
- i battezzati venivano immersi 3 volte nell'acqua
- 3 sono le virtù teologali.

Tratto da "Tutto calcolato", Agenda dell'educatore ACR 2010/2011.
Continua......

giovedì 16 dicembre 2010

Suore di clausura

Le suore carmelitane di Ravenna (suore di clausura) hanno aperto il loro monastero alla cinepresa.
Ho letto che questo video è uno dei più cliccati del web.
Ve lo propongo, diviso in due parti.
Cliccando qui, entrate nel loro spazio su Facebook.



martedì 14 dicembre 2010

Un museo unico al mondo

Da Avvenire del 12 dicembre 2010

"C’ è un museo unico al mon­do, in un angolino di Italia all’ombra delle Dolomiti bellunesi. Un museo fatto di terra, acqua e pietre, raccolti con pazien­za in tutte, ma proprio tutte le na­zioni del pianeta, anche la più pic­cola e sperduta in mezzo all’oceano. Un 'Museo dei sogni e della memo­ria', come lo ha chiamato il suo fon­datore, Aldo Bertelle, che se l’è 'in­ventato' all’interno della Coopera­tiva Arcobaleno (Comunità Villa San Francesco) nella quale da oltre trent’anni accoglie minori in diffi­coltà e dà un futuro a ragazzi che fa­ticano anche a vedere il presente.
Tutto il pianeta è dunque racchiuso in quel museo, a rappresentare gli e­venti che hanno fatto grande - o in­finitamente piccola - la storia dell’u­manità: ci sono le pietre di Capaci e di via D’Amelio a Palermo, simboli del sangue versato da Falcone e Bor­sellino, e il pugno di terra arrivato dal Monte Nebo, dove Mosè con­templò la Terra Promessa, un sasso rosa dalla casa dell’ebreo Rabin e u­no giallo di Ramallah, giunto dalla dimora del palestinese Arafat, la pie­tra che ricorda Carlo Urbani, il me­dico marchigiano che morì per fer­mare il contagio della Sars, e quella che rappresenta Christian Barnard, arrivata da Città del Capo a memo­ria del primo trapianto di cuore. E a­vanti con il carbone di Marcinelle, in Belgio, a ricordo della strage di mi­natori italiani, o un pezzo del di­strutto ponte di Mostar in Bosnia, u­na scheggia di Nasiriyah e l’unica te­gola di Hiroshima mai ceduta dal go­verno giapponese come testimo­nianza del disa­stro atomico. E poi un mattone dalla casa di don Milani a Barbia­na, accanto a quello dei cantie­ri navali di Dan­zica... Centinaia di 'macigni', dunque, e altret­tanti ricordi che 'pesano', nel be­ne e nel male. Schegge di storia e di vita".

Se volete saperne di più, cliccate qui.

domenica 12 dicembre 2010

Le regole e la crescita in umanità

Visto che stiamo parlando di regole, leggete, cari ragazzi di prima, questa frase di Franco Vaccari:

"Una regola interiorizzata senza paura, con il compiacimento di un bene conquistato è un' incredibile maturità umana".

Che ne dite?
Certamente vedere in una regola un aiuto per la propria crescita è una conquista nel duro cammino verso l'umanizzazione.
Vi ricordate gli ebrei nel deserto? Cammino duro e faticoso, pieno di dubbi e di paure. Eppure il Signore d'Israele per quella strada aveva deciso di liberare il suo popolo. Con quel popolo Dio stipula un'alleanza, donandogli dieci parole, dieci regole per vivere liberi. Perchè crescere in umanità significa imparare a vivere la libertà non come arbitrio (faccio quello che mi pare), ma come capacità di scegliere ciò che è più giusto e buono, anche se è meno comodo e più difficile.
Vi lascio questo video, tratto dal Mosè di Roger Young. Il popolo d'Israele sceglie la via più rassicurante, più facile e si costruisce il vitello d'oro. Ma la via verso la libertà richiede il coraggio di aderire senza paura al bene indicato da Dio.
Soltanto rispettando le regole, quelle che ci rendono migliori, quelle che mettono un freno al nostro egoismo, quelle che ci aiutano a realizzare il bene per noi e per gli altri, cresciamo in umanità e conquistiamo la nostra maturità.

sabato 11 dicembre 2010

Siamo fatti per donare

Si è chiusa la gara di solidarietà nella scuola Tacchi Venturi. L'obiettivo è stato raggiunto: si conferma l'adozione a distanza di otto bambini, alcuni dell'India, altri del Brasile.
Un grazie a tutti: alunni, genitori, personale della scuola.
Nonostante la crisi, la solidarietà che siamo stati capaci di esprimere testimonia che donare è bello, ci rende uomini e donne migliori.
Vi lascio le parole di Davide Rondoni, pubblicate su Avvenire del 5 dicembre, che più delle mie esprimono quanto sia importante non rinunciare mai a donare.
"Donare è un atto non superfluo. Si può rinunciare a parecchie cose, ma non a donare. Perché fa parte della nostra natura umana. Un uomo che non dona è diventato meno uomo. Nella gratuità 'assurda' di fare un regalo anche quando sono aumentati i nostri bisogni, nella gratuità che va contro ogni logica di tornaconto pur in un momento in cui si devono più attentamente fare i conti, ri­siede un barlume di vero intorno alla no­stra natura: l’uomo è fatto per donare, per donarsi. C’è un impeto positivo che fa par­te della nostra natura, prima e sopra ogni altro. Questo barlume di verità – così pic­colo ma evidente e tenace – può illumi­nare non solo il piccolo e breve episodio del periodo dei regali di Natale, ma po­trebbe indicare qualcosa di importante a riguardo della vita sociale.
Occorre scommettere su questo indirizzo positivo della nostra natura. Lo stesso su cui si fondano tante iniziative di valore so­ciale pubblico per tutti, nei campi del­l’assistenza e dell’educazione e in altri set­tori. Sul fatto che l’uomo è un essere che dona, si può fondare una visione della so­cietà e della sua organizzazione non più improntata al sospetto e alla mortifica­zione burocratica e impositiva della so­cietà. (...) L’uomo è un essere che dona e ha legami. Il fatto che tali legami siano oggetto di at­tenzione particolare, di scambio di doni, ci fa vedere come la risorsa principale del­la nostra vita (anche in un’epoca di crisi) non stia nella chiusura egoistica, pauro­sa e calcolatrice in termini di diritti e do­veri. Si ha vera società intorno non al­l’uomo che come una monade isolata pensa a se stesso, misurando o inventan­do bisogni e diritti in astratto, ma alla per­sona come nodo di relazioni viventi, nel­le quali si evidenziano non solo potenti indicazioni della natura, ma anche limiti e rispetto".

venerdì 10 dicembre 2010

Benedetto XVI e la questione Dio

Credo che oggi (...) il nostro grande compito sia in primo luogo quello di rimettere di nuovo in luce la priorità di Dio. La cosa importante, oggi, è che si veda di nuovo che Dio c’è, che Dio ci riguarda e che ci risponde. E che al contrario quando viene a mancare, tutto può anche essere razionale (...) ma l’uomo perde la sua dignità e la sua specifica umanità; e così crolla l’essenziale.
(dal libro intervista a Benedetto XVI  "Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi")

mercoledì 8 dicembre 2010

Intorno ad una tavola

Dalla riflessione di Enzo Bianchi, pubblicata su Avvenire del 1 dicembre 2010 

(...) la tavola è il luogo attorno al quale si consuma un rito proprio, fra tutti gli animali, solo all’essere umano: quello di mangiare insieme e non in compe­tizione con i propri simili. E, man­giando, parlare insieme: la tavola è il luogo privilegiato per la parola scambiata, per il dialogo: si comu­nica attraverso il cibo che si mangia e attraverso le parole che si scam­biano. Mentre uno parla, gli altri mangiano e ascoltano, poi i ruoli si invertono quasi spontaneamente: chi tace smette di mangiare e inizia a parlare e chi ascolta riprende a mangiare. Forse, anche a questo serviva l’ingiunzione di «non parla­re a bocca piena».
(...) Invitare qualcuno – parenti, amici, conoscenti... – è un atto di grande fede, di profonda fiducia nell’altro: significa infatti chiamarlo, eleggerlo, distinguerlo tra gli altri conoscenti; significa confessare il desiderio di stare insieme, di ascoltarsi, di conoscersi maggiormente. Chi non pratica questa ospitalità vive in angustie, vive «poco», mi verrebbe da dire. Non conosce la gioia che è maggiore nell’invitare che nell’essere invitati. Occorrerebbe saper invitare senza mai pensare alla reciprocità: l’atto in sé è ricompensa. Non è un caso che anche nel Vangelo, uno degli insegnamenti di Gesù che ridimensiona l’assoluto della reciprocità – oggi tanto di moda quando ci fa comodo – riguarda proprio l’invito a tavola: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio».

Poter dire in verità «la mia casa è aperta, la mia tavola non è solo per me e per i miei» significa aprirsi agli altri, dar loro fiducia, disporsi a lasciarsi arricchire dalla loro presenza, a nutrirsi di sapienza e di amicizia, a veder dischiudersi nuovi orizzonti. Non si tratta di fare della propria tavola un «salotto» che esibisca lo status raggiunto, bensì di saper vivere la fraternità, lo stare insieme, l’amicizia gratuita.
Quando c’è un ospite a tavola cresce la capacità di benedizione e di gratitudine, così che quando giunge il momento dei saluti alla fine del pasto ci si apre a una promessa orientata al futuro: ci sarà ancora un domani per ritrovarci, avremo ancora nuove possibilità di incontro... Chi mi ha educato mi diceva sempre che è la tavola il luogo in cui ci esercitiamo a vivere la fede, la speranza, l’amore. La tavola è il luogo della fiducia nell’altro, dello sperare insieme qualcosa di comune per il futuro, dell’amore nello scegliere, preparare, offrire e servire il cibo agli altri. In questa scuola di umanizzazione tre elementi legano il pasto dall’inizio alla fine: il pane, le bevande e la parola. Ma è la parola che costituisce il legame più profondo fra tutti gli attori del pasto: è la parola che narra gli alimenti diversi che giungono in tavola, è la parola che unisce i presenti e gli assenti, i commensali e gli altri, è la parola che mette in relazione il passato con il presente, aprendoli al futuro. La parola a tavola può essere davvero strumento di comunione, mezzo privilegiato per conferire senso al pasto, per valorizzare il gusto degli alimenti, per suscitare l’arte dell’incontro. Stare a tavola insieme è un linguaggio universale tra i più determinanti e decisivi per l’umanizzazione di ciascuno di noi. A tavola, piccoli e grandi, vecchi e giovani, genitori e figli, siamo tutti commensali, tutti con lo stesso diritto di parola e con lo stesso diritto al cibo che arricchisce la tavola. Davvero stare a tavola è molto più che saper nutrirsi: è saper vivere.

lunedì 6 dicembre 2010

La chiamata di Mosè

Vi lascio, alunni di prima, il video della chiamata di Mosè.

Il brano in questione lo trovate nel libro dell'Esodo, capitolo 3, dal versetto 1 al 21.

sabato 4 dicembre 2010

Benedetto XVI e la falsa libertà

La vera minaccia (...) è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa (...) che la cosiddetta ragione occidentale sostenga di aver finalmente riconosciuto ciò che è giusto e avanzi così una pretesa di totalità che è nemica della libertà.
Nessuno è costretto a essere cristiano. Ma nessuno dev’essere costretto a vivere secondo la nuova religione come fosse l’unica e vera (...). 
(dal libro intervista a Benedetto XVI  "Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi")

venerdì 3 dicembre 2010

Monti e alture nelle Sacre Scritture

Da POPOTUS del 25 novembre 2010

L’arca di Noé si sarebbe fermata sul monte Ararat, nell’attuale Turchia o in Armenia.
Abramo è stato inviato da Dio sullo sconosciuto monte Moria per sacrificare il figlio Isacco (per fortuna poi un angelo lo fermò in tempo...). Mosé ha ricevuto il decalogo sul Sinai. Il profeta Elia ha sentito passare Javhé in un vento leggero mentre stava a pregare sul monte Oreb... Si potrebbe dire, senza paura di sbagliare troppo, che tutta la Bibbia è come una lunga catena montuosa, nella quale i protagonisti scalano le cime per parlare direttamente con Dio.
Persino Gerusalemme e il suo tempio sono costruiti su un’altura, quella di Sion, che infatti viene subito ribattezzata «santo monte» o «monte del Signore».
Nei salmi, addirittura, Dio stesso viene talvolta paragonato a una «rupe» o una «roccia» solida, cui aggrapparsi nei momenti di pericolo. Ma anche nel Vangelo si scalano tante montagne; basta pensare al monte delle Beatitudini, per esempio, che è poi una collina della Galilea presso il lago di Tiberiade: un rilievo di appena 150 metri, sufficiente però per fornire a Gesù un piedestallo da cui annunciare alla folla il messaggio forse più rivoluzionario della Storia. Il Nazareno sale su un «alto monte» anche per la trasfigurazione, ovvero per mostrarsi in tutta la sua abbagliante gloria ai tre discepoli prediletti: Pietro, Giacomo e Giovanni; il Vangelo non specifica di quale montagna si tratta, però la tradizione l’ha identificata nel Tabor, sempre nei pressi di Tiberiade. Altri monti importantissimi nella storia di Cristo sono il monte degli Ulivi dove passò l’ultima notte, ovviamente il Calvario o Golgota – la roccia appena fuori di Gerusalemme dove venivano portati i condannati a morte, e sulla quale anche Gesù fu crocifisso –, il monte della Galilea sul quale il Risorto apparve agli apostoli, infine la cima dell’ascensione al cielo, ancora presso Gerusalemme. È evidente che non si tratta di luoghi casuali: anzi, sembra che il Salvatore scelga proprio un posto elevato tutte le volte che vuole manifestarsi al mondo. La trasfigurazione, la crocifissione, la resurrezione... E allora perché non la nascita? Ecco forse il senso più profondo nella scelta di mettere il presepio su una montagna: è il posto più vicino al cielo e quello dal quale Gesù Bambino può mostrarsi al mondo. Come un faro.

mercoledì 1 dicembre 2010

Papa Benedetto e il filo conduttore

 Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un'esistenza vissuta sempre e soltando "contro" sarebbe insopportabile. Ma nello stesso tempo ho sempre avuto presente (...) che il Vangelo si trova in opposizione a costellazioni potenti. Sopportare attacchi ed oppore resistenza fa parte del gioco; è una resistenza però tesa a mettere in luce ciò che vi è di positivo".
(dal libro intervista a Benedetto XVI  "Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi")