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sabato 11 dicembre 2010

Siamo fatti per donare

Si è chiusa la gara di solidarietà nella scuola Tacchi Venturi. L'obiettivo è stato raggiunto: si conferma l'adozione a distanza di otto bambini, alcuni dell'India, altri del Brasile.
Un grazie a tutti: alunni, genitori, personale della scuola.
Nonostante la crisi, la solidarietà che siamo stati capaci di esprimere testimonia che donare è bello, ci rende uomini e donne migliori.
Vi lascio le parole di Davide Rondoni, pubblicate su Avvenire del 5 dicembre, che più delle mie esprimono quanto sia importante non rinunciare mai a donare.
"Donare è un atto non superfluo. Si può rinunciare a parecchie cose, ma non a donare. Perché fa parte della nostra natura umana. Un uomo che non dona è diventato meno uomo. Nella gratuità 'assurda' di fare un regalo anche quando sono aumentati i nostri bisogni, nella gratuità che va contro ogni logica di tornaconto pur in un momento in cui si devono più attentamente fare i conti, ri­siede un barlume di vero intorno alla no­stra natura: l’uomo è fatto per donare, per donarsi. C’è un impeto positivo che fa par­te della nostra natura, prima e sopra ogni altro. Questo barlume di verità – così pic­colo ma evidente e tenace – può illumi­nare non solo il piccolo e breve episodio del periodo dei regali di Natale, ma po­trebbe indicare qualcosa di importante a riguardo della vita sociale.
Occorre scommettere su questo indirizzo positivo della nostra natura. Lo stesso su cui si fondano tante iniziative di valore so­ciale pubblico per tutti, nei campi del­l’assistenza e dell’educazione e in altri set­tori. Sul fatto che l’uomo è un essere che dona, si può fondare una visione della so­cietà e della sua organizzazione non più improntata al sospetto e alla mortifica­zione burocratica e impositiva della so­cietà. (...) L’uomo è un essere che dona e ha legami. Il fatto che tali legami siano oggetto di at­tenzione particolare, di scambio di doni, ci fa vedere come la risorsa principale del­la nostra vita (anche in un’epoca di crisi) non stia nella chiusura egoistica, pauro­sa e calcolatrice in termini di diritti e do­veri. Si ha vera società intorno non al­l’uomo che come una monade isolata pensa a se stesso, misurando o inventan­do bisogni e diritti in astratto, ma alla per­sona come nodo di relazioni viventi, nel­le quali si evidenziano non solo potenti indicazioni della natura, ma anche limiti e rispetto".

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