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mercoledì 13 giugno 2012

Il sesto comandamento

Impuro, dice il vocabolario, è ciò che contiene qualche sostanza estranea che compromette la genuinità di quel prodotto. Impura è l’aria se contiene le polveri sottili. Impuro è il vino se l’oste ci ha messo l’acqua. Impura è la bibita se il barista l’ha mescolata con il detersivo. Per le cose è facile capirci. Per gli atti, per le azioni umane, è un po’ più complicato. Il più puro, che più puro non si può, è Dio perché in lui non ci può essere niente che ne inquina la grandezza, la bellezza, la bontà. Dal momento che Dio non possiamo né vederlo, né toccarlo, è impossibile per noi compiere azioni che lo rendano impuro. Allora perché il sesto comandamento ci chiede di non commettere atti impuri? Perché possiamo raggiungere Dio là dove si rende presente, dove ha scelto di abitare insieme a noi. Dove? Il pensiero corre subito alle chiese, che noi chiamiamo tempio di Dio. Infatti, le azioni che offendono la dignità dei luoghi sacri vengono chiamate sacrileghe. C’è però sulla terra un tempio di Dio molto più importante e sacro: noi, il nostro corpo, la nostra persona. L’affermazione sembrerebbe esagerata se non fosse di Gesù. Ai Giudei che, arrabbiati per la clamorosa cacciata dal tempio dei mercanti, gli chiedono: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?», risponde: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Questo tempio è il suo corpo, del quale noi, per il dono dello Spirito Santo, siamo membra, come scrive san Paolo: «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi?». A questo punto, siamo in grado di capire quali sono gli atti impuri, cioè quelli che offendono Dio, perché offendono il suo tempio, cioè il nostro corpo che ci permette di vivere su questa terra come maschi e femmine, con la nostra intelligenza, i nostri sentimenti, le nostre azioni.Tutto ciò che è volgare, falso, che ha un doppio fine, considera se stesso e gli altri come oggetti da sfruttare, da usare, da comprare è atto impuro. Dire: «Ti voglio bene» per rubare sensazioni, per soddisfare curiosità, per fare bravate di cui vantarsi, per raggiungere scopi che non c’entrano niente con il bene dell’altro – perché dell’altro o dell’altra non ce ne importa niente, e siamo pronti a buttarlo via appena raggiunto lo scopo – è un atto impuro. Dire: «Ti sono fedele» con la lingua biforcuta per ottenere ciò che si vuole, è un atto impuro. Come sono impuri gli atti rubati senza avere la capacità di portarne la responsabilità, e senza prevedere le conseguenze. E sono impuri i pensieri e le fantasie che usano gli altri senza rispetto, senza stima, senza verità. Questo discorso che stiamo facendo non è molto di moda. Anzi, molti ci ridono su. Sono, però, gli stessi che poi si stracciano le vesti quando sentono notizie di uomini e donne, di ragazzi e ragazze venduti, sfruttati, schiavizzati e umiliati. Ai cristiani di Corinto San Paolo raccomandava: «Glorificate Dio nel vostro corpo!». È una raccomandazione straordinaria anche per noi: siate limpidi, sinceri, belli, rispettosi. Siate puri!
Tonino Lasconi da Popotus del 24 maggio 2012

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