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domenica 31 marzo 2013

Fare Pasqua. Tutti i giorni

La Pasqua non è solo una festa celebrata una volta all’anno, per ricordare la morte e la risurrezione del Signore, ma anche la possibilità di vivere tutti i giorni come i due discepoli che la sera di Pasqua lasciavano Gerusalemme, la grande città, per tornarsene a Emmaus, il loro piccolo villaggio.
I due uomini, entusiasmati dal suo messaggio di pace, di giustizia e di amore fraterno, avevano seguito Gesù, convinti che la loro vita sarebbe diventata bella ed entusiasmante come l’avevano sempre desiderata. Con la morte del Maestro, svaniti i loro sogni, si erano rassegnati a tornare alla vita di sempre.Tutti noi siamo quei due discepoli. Come loro nutriamo desideri e sogni di cose belle e buone, straordinarie. Invece c’è sempre qualcosa che si mette di traverso, e che ci spinge a rinunciare.
Vivere la Pasqua significa reagire, come i due di Emmaus, alle difficoltà, alle delusioni, agli insuccessi.
A loro si accostò un pellegrino. Parlò con loro e fece ardere il loro cuore di nuovo entusiasmo, tanto che, arrivati al villaggio, lo pregarono di restare con loro. Era troppo bello ascoltarlo!
Durante la cena, il misterioso compagno di viaggio spezzò il pane, come fanno il papà e la mamma in famiglia, come fanno gli amici quando cenano insieme. Quel gesto aprì i loro occhi.
L’avevano tante volte vissuto con il Maestro e i suoi amici.
Allora: «È Gesù! È risorto!», esclamarono.
E, partiti stanchi e delusi, ritornarono di corsa a Gerusalemme.
Avevano capito che per superare le difficoltà che si oppongono ai nostri desideri è necessario non lasciarsi spaventare dagli ostacoli, ma camminare in compagnia di Colui che, avendo vinto la morte, può aiutarci a superare qualsiasi difficoltà.
Questo è vivere la Pasqua ogni giorno, che la festa di Pasqua ci ricorda una volta all’anno.

Tonino Lasconi in Popotus del 28 marzo 2013

venerdì 29 marzo 2013

Pontifex


Termine antichissimo e – come vedremo – assai dibattuto, è tornato d’attua­lità di recente per essere stato scel­to dalla Santa Sede come deno­minazione ufficiale dell’account del Papa su Twitter.
La storia del «pontefice», però, è molto più complessa di quanto lasci inten­dere l’attuale utilizzo all’interno dei social network. Nella Roma repubblicana, infatti, il Pontifex Maximus era il più impor­tante fra i sacerdoti appartenenti al collegio dei pontifices .
L’etimologia tradizionale, con­cordemente indicata da Dionigi di Alicarnas­so e da Varrone, rimanda all’immagine del pon­tem facere e si fonda sul carattere sacrale che la costruzione dei ponti assumeva nell’antichità. A Roma, in particolare, dove il Tevere era ve­nerato come un dio e l’azione di unire tra di loro le due sponde separate dal fiume richie­deva, per l’appunto, la mediazione di un sa­cerdote. È l’interpretazione prevalente, ma non l’unica.
Per Plutarco, ad esempio, all’origine del termine ci sarebbe l’ancestrale potis , “sa­crificio”. Pontifex , in questo caso, indichereb­be il fatto che il sacerdote è abilitato a eserci­tare il culto divino. Dibattito filologico a par­te, rimane lo straordinario prestigio assegnato al Pontifex Maximus , che rivestiva in sostanza la funzione di sommo sacerdote dell’Urbe. Si tratta di una delle cariche che Cesare Ottavia­no Augusto assommerà su di sé, imprimendo così un carattere sacrale alla figura dell’impe­rator , termine che all’inizio rivestiva il signifi­cato prettamente militare di “comandante”. Già tra II e III secolo dopo Cristo, negli scritti di Tertulliano, la qualifica viene riferita per e­stensione al vescovo di Roma.
Tratto da Avvenire del 23 marzo 2013

mercoledì 27 marzo 2013

La croce e la gioia

«Guardiamoci intorno: quante ferite il male infligge all’umanità! Guerre, violenze, conflitti economici che colpiscono chi è più debole, sete di denaro, che poi nessuno può portare con sé, deve lasciarlo. Mia nonna diceva a noi bambini: il sudario non ha tasche. Amore al denaro, potere, corruzione, divisioni, crimini contro la vita umana e contro il creato! E anche ­ciascuno di noi lo sa e lo conosce ­i nostri peccati personali: le mancanze di amore e di rispetto verso Dio, verso il prossimo e verso l’intera creazione. E Gesù sulla croce sente tutto il peso del male e con la forza dell’amore di Dio lo vince, lo sconfigge nella sua risurrezione. Questo è il bene che Gesù fa a tutti noi sul trono della Croce. La croce di Cristo abbracciata con amore mai porta alla tristezza, ma alla gioia, alla gioia di essere salvati e di fare un pochettino quello che ha fatto Lui quel giorno della sua morte».
(dall’o­melia pronunciata da papa Francesco durante la Messa della Domenica delle Palme in piazza San Pietro)

domenica 24 marzo 2013

Un incontro storico

Questo tempo di Quaresima ha offerto a noi cristiani, ma penso anche a chi ha la fortuna di non vivere gli avvenimenti della storia con superficialità, molte occasioni di riflessione e di meraviglia. Un Papa si è dimesso, con un grande gesto di umile servizio alla Chiesa, e un altro Papa, venuto dalla "fine del mondo", ci ha stupito per le sue parole ed i suoi gesti.
Mai avrei immaginato quanto si sta compiendo in questi giorni nella Chiesa.
Mi affido alle parole di Mauro Cozzoli, pubblicate su Avvenire di ieri.
«Umiltà e semplicità: due piccole-grandi virtù. Piccole perché nascoste, inappariscenti, momenti e brani della kenosi evangelica. Grandi perché indici di magnanimità e generosità, espressioni della «libertà che abbiamo in Cristo Gesù» (Paolo ai Galati 2,4). È questa la grande risorsa del cristiano e della Chiesa: non conquista dell’uomo ma frutto dello Spirito di Dio nel cuore dei credenti e, per essi, nella comunità ecclesiale.
Nella testimonianza di umiltà di papa Benedetto e di semplicità di papa Francesco è all’opera lo Spirito Santo nella Chiesa oggi. E la Chiesa continua a risplendere, agli occhi degli uomini, come «sacramento universale di salvezza», «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium). Continua a risplendere, malgrado le insufficienze e i fallimenti, le colpe e gli scandali di suoi figli e le diffidenze e i disfattismi di tutti i profeti di sventure.
La libertà di umiltà e di semplicità con cui Benedetto e Francesco hanno contraddetto e sorpreso il mondo in questo tratto impervio e sofferto del cammino della Chiesa, dice della provvidenza di Dio che non abbandona il suo popolo Ma rinnova e guida la Chiesa attraverso la sapienza della croce. Sapienza kenotica del rinunciare, del farsi piccolo e servo; logica dell’ultimo posto, del perdere, marcire e morire, come il seme nel terreno, per germogliare, fiorire e portar frutto, per ritrovare e risorgere. Tanto più quanto più la grande crisi economica e morale insieme, che deprime persone e società oggi, le rende assai più sensibili a una Chiesa umile e semplice, sobria ed essenziale, perché a esse più vicina e solidale. Chiesa-faro di salvezza e di speranza nel buio e tra i frangenti del presente. Di qui lo sguardo ammirato della gente di ogni latitudine e continente, conquistata dalla libertà evangelica di Benedetto e di Francesco.
Tutto questo fermento in tempo di Quaresima. Tempo di conversione e rinnovamento: esodo di povertà e rinuncia, di distacco e dedizione, di provvisorietà e speranza, scandito dalle beatitudini evangeliche. Tutt’altro che motivi di distrazione dal cammino quaresimale, i due grandi eventi lo segnano efficacemente: due grandi kairos della grazia, per un ritorno penitenziale al Vangelo, nella sequela di povertà e diakonia del Divin Maestro. Eventi dono e appello dello Spirito alla Chiesa – e per essa al mondo intero – a uno stile di vita improntato all’essenzialità e alla convivialità evangelica».
Vi lascio il video dello storico incontro tra Benedetto e Francesco.

sabato 23 marzo 2013

Basiliche, chiese e cattedrali

In questo periodo la basilica di San Pietro è stata e continua a essere al centro dell’attenzione di tutto il mondo. Da dove viene la parola basilica?
Basilica è una parola latina che deriva dalla parola greca basilikè, che significava reggia. Nell’antica Roma si chiamava basilica l’edificio pubblico di forma rettangolare con grandi sale e corridoi: serviva per riunioni politiche, comizi, letture. Poi il nome è passato a indicare l’edificio dell’antica architettura cristiana derivato dalla basilica romana, diviso all’interno da colonne o pilastri e destinato alle cerimonie religiose. Mentre la parola basilica indica una chiesa di grandi dimensioni e importanza, di forma allungata, che termina con un’abside e alla quale sono riconosciuti particolari privilegi liturgici, la parola chiesa indica un edificio che può anche essere di dimensioni e forma varie: la parola viene dal latino ecclesiam, che derivava dalla parola greca ekklesia, che significava assemblea, riunione, e che è stata usata prima per indicare la riunione, la comunità dei cristiani, e poi anche l’edificio consacrato destinato alla preghiera e alle cerimonie religiose. Dunque possiamo usare la parola chiesa per indicare l’edificio sacro (andare in chiesa; una chiesa barocca) ma anche, in senso più generale, l’insieme dei fedeli o dei sacerdoti o la comunità spirituale formata da tutti i cristiani (Gesù Cristo fondò la Chiesa). Ancora diversa è la storia di cattedrale, che si chiama così perché al suo interno c’è la cattedra, cioè il seggio del vescovo; infatti la cattedrale è la chiesa principale di una diocesi: al suo interno c’è la cattedra vescovile e il vescovo vi presiede le celebrazioni religiose.

Da Popotus del 19 marzo 2013

venerdì 22 marzo 2013

Norma come Antigone

Dal libro «L’eredità di Antigone. Storie di donne martiri per la libertà» di Riccardo Michelucci (edizioni Odoya). Articolo pubblicato su Avvenire del 16 marzo 2013.

Massa Marittima, 9 maggio 1944. In lontananza non si sente più il rumore delle e­splosioni. Sembra una giornata nor­male, almeno fino a quando quella cal­ma apparente non viene rotta dalle gri­da scomposte di un branco di soldati tedeschi e militi repubblichini. Stanno trascinando il cadavere straziato di un giovane partigiano per le vie del cen­tro cittadino. Lo abbandonano con di­sprezzo sul selciato della piazza del Duomo e nessuno osa avvicinarsi, neanche quando la banda di carnefi­ci si è ormai allontanata. L’unica che non fugge è una giovane donna di­ventata madre da pochi mesi. La sua coscienza le impedisce di assistere im­passibile, di fingere di non aver visto. Si avvicina per recuperare i poveri re­sti di quel partigiano, ne compone le spoglie, poi cerca qualcuno che l’aiu­ti a portarle via con un carro di fortu­na per provvedere alla tumulazione della salma nel cimitero comunale, sfi­dando apertamente il diniego delle au­torità. Poi avvisa i familiari del ragaz­zo, che abitano a una cinquantina di chilometri di distanza, facendo ritar­dare il seppellimento fino al loro arri­vo. Come Antigone, che andò incon­tro alla morte preferendo obbedire al­le leggi degli dei piuttosto che a quel­le degli uomini, anche Norma Parenti non ebbe alcun dubbio quando si trovò di fronte quel cadavere marto­riato. Sfidando il divieto di Creonte, re di Tebe, l’eroina di Sofocle si era reca­ta al campo di battaglia per dare degna sepoltura a suo fratello. Arrestata e por­tata al cospetto del re, Antigone si era detta fiera di aver obbedito alle leggi dettate dalla natura e dalla propria co­scienza, e per questo era stata con­dannata a morte. Con la stessa fierez­za priva di esitazioni, con lo stesso i­stintivo coraggio, Norma rifiutò le re­gole imposte da un potere violento, raccogliendo le spoglie del giovane partigiano, e facendo di tutto per con­segnarle alla terra, senza curarsi delle conseguenze del suo gesto.
Norma con il marito Mario
immagine tratta da Avvenire
Nata 23 anni prima nel cuore della Ma­remma Toscana, fin da piccola Norma Parenti aveva respirato in famiglia i valori della fede cattolica, dell’amore per la patria e per la libertà. Nella sua breve vita riuscirà a essere allo stesso tempo una moglie, una madre e una partigiana diventando una martire dei nostri tempi dopo essere stata fucila­ta dai nazisti. Quando, a partire dal­l’autunno 1943, la sequenza degli e­venti prende un’accelerazione deci­siva, Norma è agli ultimi mesi di gra­vidanza ma sente di dover contribui­re alla lotta di Liberazione. Inizia a oc­cuparsi dei rifornimenti ai partigiani e della diffusione dei volantini anti­fascisti e dei documenti clandestini del Comitato di Liberazione Nazio­nale. Nei primi mesi del 1944 diventa una staffetta al servizio del raggrup­pamento 'Amiata' della III Brigata Garibaldi. Trasporta viveri, armi e mu­nizioni, reca ordini al comando parti­giano, muovendosi sempre a piedi, al­la luce del giorno, nascondendo spes­so i suoi carichi proibiti sotto la car­rozzina del bambino. Dà rifugio ai par­tigiani braccati e ai perseguitati dal re­gime e riesce a salvare decine di ricer­cati politici, di ebrei e di disertori na­scondendoli nel fienile del magazzino di famiglia. La sua attività di propa­ganda partigiana la espone a rischi sempre maggiori, e sorprende la sua caparbia volontà di agire alla luce del sole, di affrontare il nemico a viso a­perto, di non nascondersi. La vendetta contro di lei si consuma la sera prima dell’arrivo degli Alleati, il 23 giugno, quando i nazifascisti vanno a prenderla a casa sua e la portano via a suon di spinte e percosse, verso le vi­cine mura cittadine. Da questo mo­mento in poi, possiamo soltanto far convergere realtà storica e immagina­zione, provando a dare forma ai suoi ultimi pensieri e a quella parte della sua vita che solo lei avrebbe potuto raccontare. Con la forza della dispera­zione cerca di allontanare la paura, mentre i suoi aguzzini la spingono ver­so una ripida strada sterrata che scen­de verso la valle. Con le sue preghiere prova a coprire i volgari schiamazzi di quegli uomini. Chiede alla Madonna di portarla lontano da quel luogo, di far­le rivedere suo figlio, di poterlo culla­re ancora una volta tra le sue braccia. Poi, mentre una luna piena dalla luce rossastra il­lumina il cielo, il gruppo scen­de la strada per poche centi­naia di metri e si ferma a ri­dosso di un podere circonda­to dagli ulivi. È un luogo che Norma conosce bene, anche se adesso le appare assai di­verso dal solito. Le grida degli scalmanati intorno a lei sono diventate improvvisamente mute, e non riesce più a sentirle. L’u­nica cosa che risuona nella sua men­te, dandole conforto, è un brano del Vangelo di Matteo. «Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Get­sèmani, e disse ai discepoli: sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». In quel preciso istante Norma capisce che il Signore le darà la forza di af­frontare la Passione che si prospetta davanti a lei. Il suo cadavere viene ritrovato la mat­tina seguente, giorno della Liberazio­ne, e una processione spontanea, che diventa presto interminabile, si met­te in moto verso casa sua per render­le omaggio. L’Italia uscita dalla guerra onorerà la sua memoria conferendo­le la medaglia d’oro al valor militare.

Su Antigone vi invito a rileggere un post del passato. Cliccate qui.

mercoledì 20 marzo 2013

Lo stemma di Papa Francesco

Un anello, uno stemma e un motto.Tra i primi impegni di papa Francesco c’è stata anche la scelta di questi tre elementi. Per il motto, cioè la frase in latino che farà da guida, il Papa userà quello che aveva già scelto da vescovo: Miserando atque elegendo, che possiamo tradurre in “amandolo e scegliendolo”. Anche per lo stemma papa Francesco ha voluto mantenere il disegno che già si trovava in quello vescovile: sullo scudo blu nella parte alta c’è il sole raggiato e fiammeggiante con le lettere “IHS”, che è il simbolo dei gesuiti, la congregazione a cui appartine. Sopra la lettera “H” c’è una croce e sotto la scritta compaiono tre chiodi che ricordano la crocifissione di Gesù. In basso nello scudo troviamo a sinistra la stella (che ricorda la figura di Maria) e il fiore di nardo (che ricorda la figura di san Giuseppe, spesso raffigurato con un ramo di nardo in mano). Dunque papa Francesco ha voluto esprimere la sua devozione alla Madonna e allo stesso san Giuseppe. E proprio nella solennità di san Giuseppe ha voluto fissare la Messa di inizio pontificato. Ultimo elemento è l’anello. Sarà d’argento e non d’oro, su volere di Francesco, e avrà l’immagine di san Pietro che tiene in mano le chiavi. Si tratta di un anello realizzato nel 1978, ben 35 anni fa, per Paolo VI, ma mai usato.

Da Popotus del 19 marzo 2013

martedì 19 marzo 2013

Martiri di oggi: Shahbaz Bhatti

«Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per lui voglio morire. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi; mi hanno minacciato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità. Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. 
Penso che quelle persone siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo».

(dal testamento spirituale; fonte fondazione Oasis)

Shahbaz Bhatti, è stato ucciso da un commando di fondamentalisti musulmani il 2 marzo 2011, all’età di 33 anni. Era l’unico ministro cattolico del governo pakistano. Si batteva per la libertà religiosa e la difesa delle minoranze.

lunedì 18 marzo 2013

BIGnomi: ripassare in modo agile e divertente

BIGnomi è una sorta di video-enciclopedia, nata su iniziativa della Rai, per ripassare con personaggi noti dello spettacolo argomenti di storia e di letteratura.
Nel video che segue Max Pezzali ci parla della Seconda Guerra Mondiale.
Cliccate sull'immagine.

domenica 17 marzo 2013

venerdì 15 marzo 2013

Il discorso del Papa

Ore: 21:25 - mercoledì, 13 marzo 2013

 «Fratelli e sorelle buonasera. 
Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui... 
Vi ringrazio dell’accoglienza, alla comunità diocesana di Roma, al suo Vescovo, grazie. 
E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito Benedetto XVI. 
Preghiamo tutti insieme per lui, perchè il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca».
Dopo il Padre nostro, l’Ave Maria e il Gloria
«E adesso incominciamo questo cammino, Vescovo e popolo, questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità a tutte le chiese. 
Un cammino di fratellanza, di amore e di fiducia tra noi. 
Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro, preghiamo per tutto il mondo, perchè ci sia una grande fratellanza. 
Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo - mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente - sia fruttuoso per la evangelizzazione di questa sempre bella città... 
Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. 
Prima che il Vescovo benedica il popolo io vi chiedo che voi pregate il Signore perchè mi benedica: la preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo Vescovo. 
Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me». 
 «Adesso darò la benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e donne di buona volontà», Dopo la benedizione
 «Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto, ci vediamo presto. Domani voglio andare a pregare la Madonna perchè custodisca tutta Roma. 
Buona notte e buon riposo».

mercoledì 13 marzo 2013

Il vocabolario del conclave e come si elegge il Papa

Da Popotus, supplemento di Avvenire

Conclave 
Viene dal latino conclavem, parola composta da cum, che significa con, e clavis che significa chiave. Conclave vuole dire camera che si può chiudere con una chiave, per alludere al luogo in cui si riuniscono i cardinali per eleggere il Papa. La parola è usata nelle frasi entrare in conclave, chiudersi in conclave. Conclave indica non solo il luogo in cui si svolge il conclave (cioè la Cappella Sistina), ma anche la riunione dei cardinali per eleggere il nuovo Papa: convocare, adunare il conclave. Per estensione la parola ha preso anche il significato di riunione ad alto livello, riunione solenne, usata a volte anche in senso scherzoso in frasi come «i professori sono riuniti in conclave per fare gli scrutini».
Pontefice
Deriva dal latino pontificem, che significa colui che fa costruire il ponte sul fiume. Ancor prima della nascita di Roma i villaggi erano costruiti su palafitte e i ponti erano vie di comunicazioni importantissime per passare sopra i fiumi e i ruscelli e per uscire dalle abitazioni. Nell’antica Roma i pontefici erano i sacerdoti che si prendevano cura degli antichi riti religiosi, e il loro capo si chiamava pontifex maximus. Con la fine del paganesimo, dimenticata l’origine non cristiana del termine, la parola fu usata per indicare i vescovi, e poi, poco dopo il 1000, fu chiamato summus pontifex il vescovo di Roma.
Papa
La parola Papa viene dalla lingua greca, in cui voleva dire padre. In origine era un’espressione di affettuosa venerazione, che poi a partire dal VI secolo diventò il titolo distintivo del vescovo di Roma. Spesso per indicare il Pontefice si usano, oltre a Papa, altri titoli: Santo Padre, Vicario di Cristo, Vescovo di Roma, Successore di Pietro. Come sapete, Benedetto XVI dalle ore 20 del 28 febbraio non è più Papa, ma Papa emerito. La parola emerito deriva dal latino emeritum: presso gli antichi Romani indicava i soldati che dopo aver degnamente compiuto il servizio militare venivano congedati con onori e ricompense. Da allora emerito è il titolo dato a chi conserva il grado e la dignità di un ufficio che ha cessato di esercitare. L’aggettivo emerito nella lingua comune significa degno, illustre: uno scienziato emerito, un emerito studioso.
Curia
Con l’espressione curia gli antichi Romani indicavano l’ edificio a pianta rettangolare nel quale si riuniva il Senato. In seguito l’espressione curia romana è stata usata per dare un nome alle organizzazioni delle quali si serve il Papa per trattare gli affari che riguardano la Chiesa cattolica. Camerlengo
La parola camerlengo deriva dal latino medievale camarlingus , che a sua volta derivava da un’antica parola germanica, kamarling , che significava addetto alla camera, alla custodia del tesoro del re. A partire dall’XI secolo questa stessa parola fu usata nella Chiesa romana per indicare prima il vescovo e poi il cardinale che dirigeva la Camera Apostolica, che era anche il consigliere del Papa per le questioni amministrative e finanziarie. Il camerlengo di Santa Romana Chiesa è il cardinale che assume il governo provvisorio della Chiesa e presiede la sede vacante nel periodo tra la fine di un pontificato e la conclusione del Conclave in cui verrà eletto il nuovo Pontefice.
Cardinale decano
Il cardinale decano è il cardinale più anziano: anche in questo caso, per capire il significato dell’espressione dobbiamo tornare al latino, in cui decanum indicava il sottufficiale dell’esercito romano che comandava un gruppo di dieci soldati. curia, camerlengo, sede vacante, cardinale decano. Sede vacante
L’espressione sede vacante indica il periodo che passa tra la morte o la rinuncia del sommo Pontefice e l’elezione del nuovo Papa.

Il video che segue vi spiega come si elegge il Papa.

domenica 10 marzo 2013

Aiuta gli altri: il cuore ci guadagna

Sono dell'avviso che il bene faccia bene non solo a chi lo riceve, ma anche a chi lo fa. La nostra umanità può svilupparsi in modo giusto  solo nelle relazioni autentiche, che sono quelle che ci fanno crescere nel bene.
Non siamo umani quando facciamo il male, anzi. Più simili a bestie che a esseri umani, quando agiamo nel disprezzo della vita altrui.
Leggete anche voi cosa ho trovato in  Popotus del 28 febbraio 2013.

Fare del bene agli altri fa bene alla salute, soprattutto a quella del cuore. Anche in giovane età: lo spiegano i ricercatori dell’Università della Columbia Britannica, in Canada. Nel loro studio, pubblicato sulla rivista “Jama Pediatrics”, i ricercatori hanno indagato sull’effetto del volontariato sulla salute fisica degli adolescenti. «È stato incoraggiante notare come un intervento sociale a sostegno di membri della comunità abbia anche migliorato la salute degli adolescenti», ha detto Hannah Schreier, fra gli autori dello studio. I ricercatori hanno diviso dieci studenti provenienti da una scuola superiore di Vancouver (si legge vancùver ed è un’importante città del Canada occidentale) in due gruppi: uno ha fatto volontariato regolarmente per dieci settimane e l’altro è stato messo in attesa.
Il gruppo di volontari ha trascorso un’ora alla settimana di lavoro con i bambini delle scuole elementari per un programmi di doposcuola nel loro quartiere. Dopo dieci settimane, questi ragazzi erano più snelli e avevano meno infiammazioni e meno colesterolo rispetto agli studenti rimasti in attesa. «I volontari più attivi e altruisti sono stati anche quelli che hanno visto i maggiori miglioramenti di salute, soprattutto al cuore», ha concluso la Schreier. Infatti sovrappeso e colesterolo sono tra i principali nemici del nostro cuore.

sabato 9 marzo 2013

Mini guida alle leggi dell'ebraismo

Vi propongo, cari alunni delle seconde, di approfondire la conoscenza dell'ebraismo, attraverso una mini guida che ho trovato nel sito www.torah.it.
Cliccare sull'immagine.



venerdì 8 marzo 2013

Donne, com'è difficile frasi strada

In occasione della Giornata di oggi riflettiamo su quanto sia ancora difficile la vita per le donne. L'articolo che vi propongo, letto in Popotus di ieri, non parla di femminicidi, nè di violenze e discriminazioni. Però mette in evidenza un distacco tra donne e uomini che si fa fatica a ridurre. Per retaggio culturale? ignoranza? mancanza di sensibilità?
A voi l'articolo e la proposta interessante che vi è contenuta.

Rita e Gae ce l’hanno fatta a tempi di record. A pochi mesi dalla morte il loro nome è già sulla targa di una piazza. Rita Levi Montalcini: scienziata, premio Nobel e senatrice. Gae Aulenti, designer e architetta. Sì, al femminile, come l’Accademia della Crusca sostiene che bisogna dire. Lo stesso vale per sindaca, ministra e avvocata: basta maschilismi nella lingua. Piazza Montalcini la trovate già sulle mappe di Torino e di Agrigento. Piazza Aulenti è in pieno centro a Milano. Una rarità in un Paese dove solo quattro vie su cento sono intitolate alle donne.Via, strada, piazza sono tutti sostantivi femminili, peccato che quando si tratta di dar loro un nome, si opti quasi sempre per quello di un personaggio maschile.
Eppure di donne illustri che hanno fatto la storia è pieno il mondo, ma come spesso succede, per una donna è più difficile farsi strada (in tutti i sensi). A Roma su 16.057 vie solo 600 sono intitolate a donne. Milano fa peggio: sono solo 134 su 4.244. In termini percentuali non si va mai oltre il 3,7 per cento. Del censimento si è occupato il gruppo “Toponomastica femminile”, che fa sapere che all’estero sono più bravi a onorare la memoria delle donne illustri: le “vie in rosa” a Madrid sono il 7 per cento, mentre a Oslo raggiungono un considerevole 20 per cento. Per recuperare lo svantaggio, culturale prima che numerico, il gruppo ha chiesto a tutti i Comuni italiani di prendere un impegno per il giorno della festa della donna. «Otto marzo, tre donne, tre strade» lo slogan della campagna già dice tutto: le prossime tre strade sarebbe meglio dedicarle a tre donne. L’idea è venuta all’animatrice del gruppo, Maria Pia Ercolini, insegnante di geografia in una scuola superiore di Roma. Il suo impegno a favore delle strade al femminile è nato dalla domanda di una studentessa: «Ma prof, perché noi non ci siamo mai?». Ha capito che una spiegazione dalla cattedra non era sufficiente, bisognava scendere in strada. Il prossimo obiettivo di “Toponomastica femminile”? Una via dedicata alle parlamentari che hanno fatto la Costituzione italiana. Oltre ai padri, ci sono anche le “madri costituenti”.

giovedì 7 marzo 2013

Martiri di oggi: Annalena Tonelli

«Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: lui e i poveri in lui. Per lui feci una scelta di povertà radicale... anche se povera come un vero povero io non potrò essere mai. Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio... Sono non sposata perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per Dio. Era una esigenza dell’essere quella di non avere una famiglia mia. E così è stato per grazia di Dio. Partii decisa a gridare il Vangelo con la vita sulla scia di Charles de Foucauld. Trentatrè anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine».
Annalena Tonelli
(dalla testimonianza offerta da questa missionaria laica forlivese, uccisa da estremisti musulmani in Somalia il 5 ottobre 2003, a un raduno di operatori sanitari in Vaticano nel 2001).

martedì 5 marzo 2013

Quando il perdono viene dall'Islam

«Vorrei salvare quelli che sono all’origine della mia sofferenza. Bisogna aiutare quei giovani. L’odio contro l’odio non produce molto: crea ancora odio». Non è facile parlare così, soprattutto se si ha avuto un figlio assassinato e, per di più, il suo killer viene considerato da qualcuno un eroe per il suo gesto. Ma Latifa Ibn Ziaten, l’autrice di queste affermazioni, ha deciso di dire basta alla spirale della violenza.
Nata in Marocco 52 anni fa, Latifa è la mamma di Imad, il paracadutista di trent’anni che lo scorso marzo fu la prima vittima di Mohamed Merah, il killer di Tolosa, giovanissimo terrorista che poi avrebbe ucciso altri due militari (tutti di origine maghrebina, 'puniti' come ritorsione alla presenza francese in Afghanistan) e si sarebbe accanito contro i bambini di una scuola ebraica. Bilancio della strage: sette morti e un Paese sconvolto. Mohammed Merah era nato e cresciuto in Francia e si era votato alla causa jihadista nello Stato europeo che incarna per eccellenza l’eredità illuminista del principio di laicità, dove vivono le comunità ebraiche e musulmane più numerose del vecchio continente (600 mila e circa 6 milioni di persone, rispettivamente): che cosa, dunque, non aveva funzionato?
La cieca violenza fondamentalista del giovane scosse l’opinione pubblica francese e diede origine a un dibattito sull’apparente fallimento del modello di convivenza sperimentato nel Paese. Ma gli slogan politici e le opposte strumentalizzazioni faticarono a identificare i fattori chiave su cui lavorare per ricucire un tessuto sociale lacerato. Da parte sua la madre di Imad, semplice cuoca di una mensa scolastica, in pensione, arrivata in Francia a diciassette anni per seguire il marito da cui avrebbe poi avuto cinque figli, con il cuore ancora gonfio di dolore per il suo lutto non accettò gli slogan, né di crogiolarsi nella sofferenza o nel desiderio della vendetta. Raccolte le poche energie che le rimanevano, decise di andare a Tolosa, nella banlieue dove aveva vissuto l’assassino di suo figlio. «Dovevo sapere dove era cresciuto Merah, come era stato allevato, perché era diventato ciò che era diventato», ha raccontato. Là, nella banlieue di Les Izards, la signora Latifa, sola con il suo velo musulmano in testa, fece un incontro sconvolgente: un gruppetto di ragazzi che parlavano dell’assassino come di un eroe dell’islam. «Per me fu uno shock. In quel momento compresi l’urgenza di agire, a partire dalla base, cioè l’educazione». Da allora, Latifa non si è più fermata. E, insieme ai membri dell’associazione che ha fondato in memoria di suo figlio (l’Association Imad Ibn Ziaten pour la jeunesse et la paix ), gira per le scuole francesi a raccontare la sua storia, a spiegare la propria visione della convivenza, a testimoniare che la sua religione è compatibile con la laicità. È il modo che ha scelto per mantenere una promessa fatta a suo figlio. «Imad mi aveva detto: 'Mamma, se mi dovesse capitare qualcosa, conto su di te, non lasciarti andare, non arrenderti'. Io l’avevo ascoltato pensando che nessuna madre può accettare di seppellire suo figlio». Ma un giorno, era l’11 marzo dell’anno scorso, il telefono aveva squillato. La signora Latifa era venuta a sapere così che Mohamed Merah, 23enne con doppia cittadinanza francese e algerina, aveva dato appuntamento a suo figlio con la scusa di voler comperare la sua motocicletta, e invece gli aveva sparato. Comprendere il perché di una simile tragedia non fu certo facile. «All’inizio, non lo nascondo, quando capita una cosa del genere c’è del risentimento, della collera, nella testa passa di tutto», ha raccontato la madre di Imad, che ha appena scritto un libro (in uscita in Francia a marzo per Flammarion) dedicato a suo figlio, che lo scorso novembre è stato dichiarato ufficialmente 'morto per il servizio alla nazione'. «Ora però non sento più odio. Merah non ha avuto una vita facile. È una vittima: è cresciuto per la strada, è stato in prigione, ha conosciuto la droga. Dov’erano i suoi genitori?». La signora Ibn Ziaten torna così alla sua ferma convinzione, quella che la fa uscire alla mattina dalla sua casa di Sotteville-lès-Rouens per andare a incontrare gli studenti, nelle città e nelle periferie: «Gli adulti hanno il dovere di farsi carico delle domande e delle inquietudini dei giovani, soprattutto nei contesti più difficili». È per questo che, tra gli obiettivi della sua associazione, c’è la creazione di una «cellula d’ascolto religiosa multiconfessionale che intervenga nelle carceri così come nelle scuole, particolarmente quelle dei quartieri in cui la gioventù subisce la legge del non-diritto». Perché, come ha detto Latifa davanti al presidente Hollande durante una cerimonia in memoria delle vittime del terrorismo, «questi giovani hanno bisogno d’aiuto. Se non li sosteniamo, avremo degli altri Mohamed Merah».

Articolo di Chiara Zappa, pubblicato su Avvenire del 19 febbraio 2013

lunedì 4 marzo 2013

La crocifissione bianca di Chagall


M. Chagall era un pittore russo di origine - e di fede - ebraica. Negli anni '30 gli fu richiesta una commissione piuttosto imponente: l'illustrazione della Bibbia, opera che nessun pittore - escluso Rembrandt - aveva mai realizzato; il pittore accettò.
 "La crocifissione bianca" è senza dubbio uno dei vertici artistici chagalliani: dipinta nel 1938, in essa il pittore esprime le sofferenze del suo popolo odiato e perseguitato e prefigura drammaticamente le ignominiose atrocità che saranno commesse nei mesi e negli anni successivi.
Dopo aver provato insieme a ricostruire in classe gli eventi relativi alla storia del popolo ebraico e aver svolto le attività inserite nel blog, vi invito ad osservare l'opera di questo grande pittore.
Vi offro alcuni spunti per analizzare al meglio il quadro (tratti dalla rivista Scuola e Didattica 11/2012, pp. 86-87):
1) Lamentazioni: sgomenti, tre rabbini e donna piangono…
2) Pogrom russi contro gli Ebrei…
3) Distruzione d’insediamenti ebraici: case bruciate, capovolte, sedie rovesciate,tombe violate, morti al suolo,violino accanto a tre uomini seduti su ciò che resta delle proprie abitazioni;
4) Profughi: donna atterrita col suo bimbo tra le braccia, soldati disperati che si sporgono da una barca, tutti cercando aiuto…
5) Vecchio: ebreo da sempre errante e perseguitato…
6) Rotoli della Torah…
7) Distruzione del tempio/sinagoga a Vitebsk…
8) Situazione disperata…
9) Forni crematori, simboleggiati da Torah data alle fiamme…
10) Profanazione della religione ebraica: soldato in uniforme nazista che profana una sinagoga…
11) Kristallnacht: (notte del 10 novembre 1938), spaccate le vetrine a quasi tutti i negozi ebrei e sinagoghe incendiate o distrutte. La polizia ricevette l'ordine di non intervenire e i vigili del fuoco badavano soltanto che le fiamme non attaccassero altri edifici…
12) Ebreo crocifisso: dall'alto s’irradia una luce bianca che, nel cupo grigiore del dipinto, isola Gesù, in un contesto scenico dove tutto vorticosamente s’intreccia, come se il mondo fosse impazzito. Sulla croce la scritta è in ebraico e Gesù è cinto da un tallit. Cristo è rappresentato come ebreo, perseguitato e innocente capro espiatorio che assume su di sé il male del mondo, fino a significare le vittime anche dell’oggi (deportazioni/persecuzioni/prigionia,bambini palestinesi ed ebrei, bambini stregoni, profughi ambientali e no, malati, affamati, ecc…). La luminosità del Cristo è il riconoscimento della positività della proposta di Gesù nella storia, nonostante la sua apparente sconfitta della croce...
Colpisce il fatto che Gesù più che essere rappresentato senza vita sembra essere addormentato sulla croce. Ricorda il passo del vangelo della tempesta sedata, quando i discepoli erano disperati a causa della tempesta mentre Gesù dormiva nel ventre della barca e sembrava incurante della vita dei suoi a causa e della minaccia del mare.
Nell'immagine che segue (sempre tratta da SD 11/2012) i diversi elementi di cui si parla sopra sono stati già individuati.
Torah, menorah, tallit, sinagoga, sono alcuni dei simboli dell'ebraismo che compaiono nel dipinto. Vi propongo di approfondire le vostre conoscenze sull'ebraismo visitando alcuni post del passato:
http://profrel.blogspot.it/2011/05/attivita-di-ripasso-sui-simboli-e-le.html
http://profrel.blogspot.it/2011/04/pesach.html 
http://profrel.blogspot.it/2011/04/ebraismo-alcune-caratteristiche.html
http://profrel.blogspot.it/2011/04/scopriamo-alcuni-simboli-delle.html
http://profrel.blogspot.it/2010/04/il-seder-pasquale.html
http://profrel.blogspot.it/2010/02/scoprire-le-religioni-monoteiste.html
http://ircprof.altervista.org/religioni_monoteiste/religioni_monoteiste.swf

Buon lavoro!!!

domenica 3 marzo 2013

Studio in mappa

Più volte vi ho parlato dell'utilità delle mappe nello studio. Cognitive, concettuali, o strutturali che siano, sono di valido per ogni studente.
Sulle mappe strutturali vi invito a dare un'occhiata nel sito Studio in mappa.
Gli alunni della scuola secondaria di primo grado possono trovare delle mappe utili per il loro studio cliccando sull'immagine.

venerdì 1 marzo 2013

Martiri di oggi: Dorothy Stang

«Sto scrivendo da un piccolo rifugio, perché un contadino di uno dei 25 villaggi che seguiamo è stato ucciso venerdì 2 gennaio. Era uno che aveva parte attiva nella resistenza al potere schiacciante dei ricchi fazendeiros della nostra regione. (…) Siamo veramente coinvolte – cuore, mente e anima – con i poveri oppressi dal sistema, non c’è dubbio su cosa si debba fare per dare una risposta comunitaria. Non possiamo parlare di poveri. Dobbiamo essere poveri con i poveri. Se ci spogliamo di noi stesse, di tutte le cose in più che richiedono così tanto del nostro tempo e dei nostri pensieri, il tempo che ci resta sarà molto di più e sarà difficile non dare una risposta radicale al Vangelo. Sento che questa è la strada quando vedo migliaia e migliaia di persone che muoiono (…) Abbiamo reso la nostra vita così confortevole e lontana dalla realtà che non riusciamo a vedere i peccati della società alimentati dal nostro silenzio? È bene che finalmente ci si stia svegliando come gruppo, per essere una risposta più profetica».

Dorothy Stang, missionaria Usa delle Suore di Nostra Signora di Namur, uccisa in Brasile il 12 febbraio 2005, da una lettera raccolta nel libro di R. Murphy «Martire dell’Amazzonia», Emi 2009.