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martedì 15 febbraio 2011

Barak Obama, la fede e l'Unione Europea

Barack Obama dice che Gesù è il suo Sal­vatore. E che in due anni – da quando è in carica – la sua fede si è approfondita. Sa dirlo chiaro e tondo. E lo ha appena ripetuto in un incontro con i leader religiosi americani. La sua scoperta della fede non si deve alla impo­stazione familiare, ma alla amicizia e all’im­pegno preso con alcune persone, nella 'sua' Chicago. Il capo della Casa Bianca ha traccia­to la propria storia personale di credente, rac­contando anche di come e dove prega, e con chi. L’occasione è stata nei giorni scorsi la tra­dizionale breakfest prayer che alla Bible Society , da sessant’anni, dai tempi di Eisenhower, i pre­sidenti in carica trascorrono assieme ai capi religiosi di varie confessioni. E che di solito rap­presenta un momento per il presidente di trat­tare i temi legati a convivenza e fedi religiose. Non a caso, in questo appuntamento, Obama ha aperto il discorso con un riferimento ai fat­ti egiziani. Prima però ha rivolto saluti ad al­cune persone presenti tra i quali Mark Gifford, la cui moglie, la deputata democratica Ga­brielle Giffords è stata ferita in Arizona. Per queste persone Obama ha detto di aver pregato spesso, assieme alla sua famiglia. Ne è venuto fuori una specie di autoritratto religioso. Dal so­stanziale agnosticismo del padre, dallo scetti­cismo della madre, pur spiritualmente ricca, fi­no alla attuale vita di fede. Andava poco in chie­sa. il giovane Barack. Ma pochi anni dopo il college, nel rapporto con alcuni membri di co­munità cristiane di Chicago, Obama è cam­biato. «Ho conosciuto Gesù Cristo per me stes­so, e l’ho abbracciato come mio Signore e Sal­vatore », ha scandito. Da qui l’abitudine a pre­gare, assieme ad amici pastori evangelici, su­bito fuori dal presidenziale studio ovale. E quel­la di ricevere ogni mattina una riflessione sul­le Scritture e cominciare così la giornata. Ha raccontato di come i parenti pregano per lui. Ha avuto momenti simpatici, come quando ha ricordato preghiere 'particolari', ad esem­pio quella per sopportare i saggi di danza del­la figlia... E ha accennato di aver maturato la consapevolezza che Dio ha in mente per noi cose più grandi – e spesso diverse – dei nostri desideri. E ha spiegato quanto la fede lo aiuti a ritenere da un lato necessario ogni suo sfor­zo per onorare doveri e urgenze e a ritenersi sempre inadeguato e 'piccolo', come le Scrit­ture insegnano. Ha chiesto a Dio che ci aiuti nel rapporto con coloro che hanno idee differen­ti dalle nostre. Ha scolpito il proprio profilo di credente sen­za timidezze. Il profilo cristiano di un presi­dente che – come tutti noi del resto – può es­sere criticato per scelte e decisioni che ap­paiono in contrasto con la sua scelta e alcu­ne sue affermazioni. E, in effetti, i sondaggi Usa mostrano come la religiosità di Obama sia percepita da molti, come 'confusa'. In un anno, la percentuale di coloro che lo riten­gono musulmano è cresciuta dall’11 al 18%. Il 34% ha capito invece che è cristiano. Si trat­ta di una spiritualità di taglio protestante. Ma quel che più importa è notare ancora una volta l’evidenza che il volto religioso del pre­sidente e il valore della fede assumono nella vita pubblica degli Usa. E notarlo mentre l’U­nione Europea fatica a citare il termine 'cri­stiani' in un documento ministeriale che do­vrebbe stigmatizzare le violenze proprio con­tro i cristiani. Una grottesca vergogna di sé, che rivela debolezza. Una volta le agende con le feste di tutti ma non quelle cristiane, un’al­tra volta le bocche chiuse della diplomazia inglese e la tiepida ed evasiva condiscen­denza di altri: di fatto, l’Europa si allontana da una laica, serena affermazione del fatto religioso come rilevante nella vita pubblica. E così si mostra insicura di sé, e incapace di sicurezza per chiunque.
Editoriale di Davide Rondoni, da Avvenire del 10 febbraio 2011

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