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venerdì 22 marzo 2013

Norma come Antigone

Dal libro «L’eredità di Antigone. Storie di donne martiri per la libertà» di Riccardo Michelucci (edizioni Odoya). Articolo pubblicato su Avvenire del 16 marzo 2013.

Massa Marittima, 9 maggio 1944. In lontananza non si sente più il rumore delle e­splosioni. Sembra una giornata nor­male, almeno fino a quando quella cal­ma apparente non viene rotta dalle gri­da scomposte di un branco di soldati tedeschi e militi repubblichini. Stanno trascinando il cadavere straziato di un giovane partigiano per le vie del cen­tro cittadino. Lo abbandonano con di­sprezzo sul selciato della piazza del Duomo e nessuno osa avvicinarsi, neanche quando la banda di carnefi­ci si è ormai allontanata. L’unica che non fugge è una giovane donna di­ventata madre da pochi mesi. La sua coscienza le impedisce di assistere im­passibile, di fingere di non aver visto. Si avvicina per recuperare i poveri re­sti di quel partigiano, ne compone le spoglie, poi cerca qualcuno che l’aiu­ti a portarle via con un carro di fortu­na per provvedere alla tumulazione della salma nel cimitero comunale, sfi­dando apertamente il diniego delle au­torità. Poi avvisa i familiari del ragaz­zo, che abitano a una cinquantina di chilometri di distanza, facendo ritar­dare il seppellimento fino al loro arri­vo. Come Antigone, che andò incon­tro alla morte preferendo obbedire al­le leggi degli dei piuttosto che a quel­le degli uomini, anche Norma Parenti non ebbe alcun dubbio quando si trovò di fronte quel cadavere marto­riato. Sfidando il divieto di Creonte, re di Tebe, l’eroina di Sofocle si era reca­ta al campo di battaglia per dare degna sepoltura a suo fratello. Arrestata e por­tata al cospetto del re, Antigone si era detta fiera di aver obbedito alle leggi dettate dalla natura e dalla propria co­scienza, e per questo era stata con­dannata a morte. Con la stessa fierez­za priva di esitazioni, con lo stesso i­stintivo coraggio, Norma rifiutò le re­gole imposte da un potere violento, raccogliendo le spoglie del giovane partigiano, e facendo di tutto per con­segnarle alla terra, senza curarsi delle conseguenze del suo gesto.
Norma con il marito Mario
immagine tratta da Avvenire
Nata 23 anni prima nel cuore della Ma­remma Toscana, fin da piccola Norma Parenti aveva respirato in famiglia i valori della fede cattolica, dell’amore per la patria e per la libertà. Nella sua breve vita riuscirà a essere allo stesso tempo una moglie, una madre e una partigiana diventando una martire dei nostri tempi dopo essere stata fucila­ta dai nazisti. Quando, a partire dal­l’autunno 1943, la sequenza degli e­venti prende un’accelerazione deci­siva, Norma è agli ultimi mesi di gra­vidanza ma sente di dover contribui­re alla lotta di Liberazione. Inizia a oc­cuparsi dei rifornimenti ai partigiani e della diffusione dei volantini anti­fascisti e dei documenti clandestini del Comitato di Liberazione Nazio­nale. Nei primi mesi del 1944 diventa una staffetta al servizio del raggrup­pamento 'Amiata' della III Brigata Garibaldi. Trasporta viveri, armi e mu­nizioni, reca ordini al comando parti­giano, muovendosi sempre a piedi, al­la luce del giorno, nascondendo spes­so i suoi carichi proibiti sotto la car­rozzina del bambino. Dà rifugio ai par­tigiani braccati e ai perseguitati dal re­gime e riesce a salvare decine di ricer­cati politici, di ebrei e di disertori na­scondendoli nel fienile del magazzino di famiglia. La sua attività di propa­ganda partigiana la espone a rischi sempre maggiori, e sorprende la sua caparbia volontà di agire alla luce del sole, di affrontare il nemico a viso a­perto, di non nascondersi. La vendetta contro di lei si consuma la sera prima dell’arrivo degli Alleati, il 23 giugno, quando i nazifascisti vanno a prenderla a casa sua e la portano via a suon di spinte e percosse, verso le vi­cine mura cittadine. Da questo mo­mento in poi, possiamo soltanto far convergere realtà storica e immagina­zione, provando a dare forma ai suoi ultimi pensieri e a quella parte della sua vita che solo lei avrebbe potuto raccontare. Con la forza della dispera­zione cerca di allontanare la paura, mentre i suoi aguzzini la spingono ver­so una ripida strada sterrata che scen­de verso la valle. Con le sue preghiere prova a coprire i volgari schiamazzi di quegli uomini. Chiede alla Madonna di portarla lontano da quel luogo, di far­le rivedere suo figlio, di poterlo culla­re ancora una volta tra le sue braccia. Poi, mentre una luna piena dalla luce rossastra il­lumina il cielo, il gruppo scen­de la strada per poche centi­naia di metri e si ferma a ri­dosso di un podere circonda­to dagli ulivi. È un luogo che Norma conosce bene, anche se adesso le appare assai di­verso dal solito. Le grida degli scalmanati intorno a lei sono diventate improvvisamente mute, e non riesce più a sentirle. L’u­nica cosa che risuona nella sua men­te, dandole conforto, è un brano del Vangelo di Matteo. «Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Get­sèmani, e disse ai discepoli: sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». In quel preciso istante Norma capisce che il Signore le darà la forza di af­frontare la Passione che si prospetta davanti a lei. Il suo cadavere viene ritrovato la mat­tina seguente, giorno della Liberazio­ne, e una processione spontanea, che diventa presto interminabile, si met­te in moto verso casa sua per render­le omaggio. L’Italia uscita dalla guerra onorerà la sua memoria conferendo­le la medaglia d’oro al valor militare.

Su Antigone vi invito a rileggere un post del passato. Cliccate qui.

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