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lunedì 20 agosto 2018

Papa Francesco spiega il matrimonio ai giovani

C’è una cosa nella Bibbia che a me colpisce tanto: alla fine della Creazione del mondo, dice che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, e dice: “Li creò maschio e femmina, tutti e due a sua immagine e somiglianza”. Questo è l’amore. Quando tu vedi un matrimonio, una coppia di un uomo e una donna che vanno avanti nella vita dell’amore, lì c’è l’immagine e la somiglianza di Dio. Come è Dio? Come quel matrimonio. Questa è l’immagine e somiglianza di Dio. Non dice che l’uomo è immagine e somiglianza di Dio, la donna è immagine e somiglianza di Dio. No: tutti e due, insieme, sono immagine e somiglianza di Dio. E poi continua, nel Nuovo Testamento: “Per questo, l’uomo lascerà suo padre e sua madre, per diventare con sua moglie una sola carne”. Questo è l’amore. E qual è il compito, dell’uomo nell'amore? Rendere più donna la moglie, o la fidanzata. E qual è il compito della donna nel matrimonio? Rendere più uomo il marito, o il fidanzato. E’ un lavoro a due, che crescono insieme; ma l’uomo non può crescere da solo, nel matrimonio, se non lo fa crescere sua moglie e la donna non può crescere nel matrimonio se non la fa crescere suo marito.
E questa è l’unità, e questo vuol dire “una sola carne”: diventano “uno”, perché uno fa crescere l’altro. Questo è l’ideale dell’amore e del matrimonio.
Papa Francesco ai giovani italiani, Circo Massimo, Sabato, 11 agosto 2018

venerdì 17 agosto 2018

Incontrare la Vita dove regna la morte

Non tutti i “perché” hanno una risposta. Perché soffrono i bambini, per esempio? Chi mi può spiegare questo? Non abbiamo la risposta. Soltanto, troveremo qualcosa guardando Cristo crocifisso e sua Madre: lì troveremo una strada per sentire nel cuore qualcosa che sia una risposta.
[...] Cari giovani, è possibile incontrare la Vita nei luoghi dove regna la morte? Sì, è possibile. Verrebbe da rispondere di no, che è meglio stare alla larga, allontanarsi. Eppure questa è la novità rivoluzionaria del Vangelo: il sepolcro vuoto di Cristo diventa l’ultimo segno in cui risplende la vittoria definitiva della Vita. E allora non abbiamo paura! Non stiamo alla larga dai luoghi di sofferenza, di sconfitta, di morte. Dio ci ha dato una potenza più grande di tutte le ingiustizie e le fragilità della storia, più grande del nostro peccato: Gesù ha vinto la morte dando la sua vita per noi. E ci manda ad annunciare ai nostri fratelli che Lui è il Risorto, è il Signore, e ci dona il suo Spirito per seminare con Lui il Regno di Dio. Quella mattina della domenica di Pasqua è cambiata la storia: abbiamo coraggio! Quanti sepolcri – per così dire – oggi attendono la nostra visita! Quante persone ferite, anche giovani, hanno sigillato la loro sofferenza “mettendoci – come si dice – una pietra sopra”. Con la forza dello Spirito e la Parola di Gesù possiamo spostare quei macigni e far entrare raggi di luce in quegli anfratti di tenebre.
Papa Francesco ai giovani italiani, Circo Massimo, Sabato, 11 agosto 2018


giovedì 16 agosto 2018

Papa Francesco e i sogni

I sogni sono importanti. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana. E i sogni dei giovani sono i più importanti di tutti.
Un giovane che non sa sognare è un giovane anestetizzato; non potrà capire la vita, la forza della vita. I sogni ti svegliano, di portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità. Ecco, voi avete nel cuore queste stelle brillanti che sono i vostri sogni: sono la vostra responsabilità e il vostro tesoro. Fate che siano anche il vostro futuro! E questo è il lavoro che voi dovete fare: trasformare i sogni di oggi nella realtà del futuro, e per questo ci vuole coraggio.... Certo, i sogni vanno fatti crescere, vanno purificati, messi alla prova e vanno anche condivisi. Ma vi siete mai chiesti da dove vengono i vostri sogni? I miei sogni, da dove vengono? Sono nati guardando la televisione? Ascoltando un amico? Sognando ad occhi aperti? Sono sogni grandi oppure sogni piccoli, miseri, che si accontentano del meno possibile? I sogni della comodità, i sogni del solo benessere: “No, no, io sto bene così, non vado più avanti”. Ma questi sogni ti faranno morire, nella vita! Faranno che la tua vita non sia una cosa grande! I sogni della tranquillità, i sogni che addormentano i giovani e che fanno di un giovane coraggioso un giovane da divano.
E’ triste vedere i giovani sul divano, guardando come passa la vita davanti a loro. I giovani – l’ho detto altre volte – senza sogni, che vanno in pensione a 20, 22 anni: ma che cosa brutta, un giovane in pensione! Invece, il giovane che sogna cose grandi va avanti, non va in pensione presto...
E la Bibbia ci dice che i sogni grandi sono quelli capaci di essere fecondi: i sogni grandi sono quelli che danno fecondità, sono capaci di seminare pace, di seminare fraternità, di seminare gioia, come oggi; ecco, questi sono sogni grandi perché pensano a tutti con il NOI.
Una volta, un sacerdote mi ha fatto una domanda: “Mi dica, qual è il contrario di ‘io’?”. E io, ingenuo, sono scivolato nel tranello e ho detto: “Il contrario di io è ‘tu’” – “No, Padre: questo è il seme della guerra. Il contrario di ‘io’ è ‘noi’”. Se io dico: il contrario sei tu, faccio la guerra; se io dico che il contrario dell’egoismo è ‘noi’, faccio la pace, faccio la comunità, porto avanti i sogni dell’amicizia, della pace.
Pensate: i veri sogni sono i sogni del ‘noi’. I sogni grandi includono, coinvolgono, sono estroversi, condividono, generano nuova vita. E i sogni grandi, per restare tali, hanno bisogno di una sorgente inesauribile di speranza, di un Infinito che soffia dentro e li dilata. I sogni grandi hanno bisogno di Dio per non diventare miraggi o delirio di onnipotenza. Tu puoi sognare le cose grandi, ma da solo è pericoloso, perché potrai cadere nel delirio di onnipotenza. Ma con Dio non aver paura: vai avanti. Sogna in grande....
[...] Ma voi non lasciatevi rubare i vostri sogni. C’è un ragazzo, qui in Italia, ventenne, ventiduenne, che incominciò a sognare e a sognare alla grande. E il suo papà, un grande uomo d’affari, cercò di convincerlo e lui: “No, io voglio sognare. Sogno questo che sento dentro”. E alla fine, se n’è andato, per sognare. E il papà lo ha seguito. E quel giovane si è rifugiato nel vescovado, si è spogliato delle vesti e le ha date al padre: “Lasciami andare per il mio cammino”. Questo giovane, un italiano del XIII secolo, si chiamava Francesco e ha cambiato la storia dell’Italia. Francesco ha rischiato per sognare in grande; non conosceva le frontiere e sognando ha finito la vita. Pensiamo: era un giovane come noi. Ma come sognava! Dicevano che era pazzo perché sognava così. E ha fatto tanto bene e continua a farlo.
[...] “E come faccio, Padre, per non farmi rubare i sogni?”. Cercate maestri buoni capaci di aiutarvi a comprenderli e a renderli concreti nella gradualità e nella serenità. Siate a vostra volta maestri buoni, maestri di speranza e di fiducia verso le nuove generazioni che vi incalzano.
“Ma come, io posso diventare maestro?”. Sì, un giovane che è capace di sognare, diventa maestro, con la testimonianza. Perché è una testimonianza che scuote, che fa muovere i cuori e fa vedere degli ideali che la vita corrente copre. Non smettete di sognare e siate maestri nel sogno. Il sogno è di una grande forza. “Padre, e dove posso comprare le pastiglie che mi faranno sognare?”. No, quelle no! Quelle non ti fanno sognare: quelle di addormentano il cuore! Quelle ti bruciano i neuroni. Quelle ti rovinano la vita.
“E dove posso comprare i sogni?”. Non si comprano, i sogni. I sogni sono un dono, un dono di Dio, un dono che Dio semina nei vostri cuori. I sogni ci sono dati gratuitamente, ma perché noi li diamo anche gratuitamente agli altri.
Offrite i vostri sogni: nessuno, prendendoli, vi farà impoverire. Offriteli agli altri gratuitamente.

Papa Francesco ai giovani italiani, Circo Massimo, Sabato, 11 agosto 2018

martedì 14 agosto 2018

Stare dalla parte di Dio

Sono sempre stati molti i credenti che hanno usato Dio per dare un crisma sacrale alle proprie vittorie e ricchezze. La Bibbia ha avuto bisogno di geni teologici e di molto tempo per riuscire a comprendere che stare dalla parte di Dio non significa stare dalla parte dei vincitori, e che il Dio nostro, quello dei nostri amici e quello dei nemici, è lo stesso Dio – perché se non fosse lo stesso Dio, anche YHWH, il Dio vero e diversissimo, sarebbe un idolo. E se il Dio dei perdenti è lo stesso Dio dei vincenti, se il Dio dei poveri è lo stesso Dio dei ricchi, se il Dio dei sani è lo stesso Dio dei malati, se il Dio dei forti è lo stesso Dio dei deboli, allora un messaggio che ci arriva dalla Bibbia (e dalle religioni non idolatriche) è la laicità di Dio. Perché Dio va lasciato fuori dai nostri affari e dalle nostre guerre, dalla nostra salute e dalle malattie nostre e degli altri, dalle nostre Borse e dalle speculazioni finanziarie. Possiamo trovarlo ovunque, in tutto e in tutti, ma non è il Dio biblico se lo troviamo soltanto dalla nostra parte.

Tratto da Avvenire del 12 agosto 2018, Non è solo il Dio dei forti di L. Bruni

venerdì 3 agosto 2018

Gli idoli, rovina dell'uomo

Pensiamo che l'idolatria abbia a che fare con gli uomini primitivi e che il primo comandamento "Non avrai altro Dio fuori di me" sia qualcosa di anacronistico. Niente di più falso!
Ce lo ha ricordato papa Francesco durante l'udienza di mercoledì 2 agosto.
Aiutandomi con le sue parole, proverò a spiegarvi perché l'idolatria riguarda anche noi e, soprattutto, perché ci faccia tanto male.
Il papa sottolinea come tutto può diventare idolo, perché è una tendenza umana che non risparmia sia i credenti che gli atei.
Dio, sul piano esistenziale, è ciò che sta al centro della propria vita e da cui dipende quello che si fa e si pensa, ma nell'uomo c'è la tentazione a mettere al centro qualcosa di più immediato, più terra terra, manipolabile, con l'idea che ci permetta di ottenere quello che vogliamo. Il mondo offre - come l'ha definito il papa - il “ supermarket” degli idoli, che possono essere oggetti, immagini, idee, ruoli.
Come si sviluppa un’idolatria? Il papa individua tre fasi a partire dalla lettura del comandamento nella sua interezza. Ecco le sue parole.
«Il comandamento descrive delle fasi: «Non ti farai idolo né immagine […]. / Non ti prostrerai davanti a loro / e non li servirai » ( Es 20,4-5). 
La parola “ idolo” in greco deriva dal verbo “ vedere”. Un idolo è una “visione” che tende a diventare una fissazione, un’ossessione. L’idolo è in realtà una proiezione di sé stessi negli oggetti o nei progetti. Di questa dinamica si serve, ad esempio, la pubblicità: non vedo l’oggetto in sé ma percepisco quell'automobile, quello smartphone, quel ruolo – o altre cose – come un mezzo per realizzarmi e rispondere ai miei bisogni essenziali. E lo cerco, parlo di quello, penso a quello; l’idea di possedere quell'oggetto o realizzare quel progetto, raggiungere quella posizione, sembra una via meravigliosa per la felicità, una torre per raggiungere il cielo (cfr Gen 11,1-9), e tutto diventa funzionale a quella meta.
Allora si entra nella seconda fase: «Non ti prostrerai davanti a loro» . Gli idoli esigono un culto, dei rituali; ad essi ci si prostra e si sacrifica tutto. In antichità si facevano sacrifici umani agli idoli, ma anche oggi: per la carriera si sacrificano i figli, trascurandoli o semplicemente non generandoli; la bellezza chiede sacrifici umani. Quante ore davanti allo specchio! Certe persone, certe donne quanto spendono per truccarsi?! Anche questa è un’idolatria. Non è cattivo truccarsi; ma in modo normale, non per diventare una dea. La bellezza chiede sacrifici umani. La fama chiede l’immolazione di sé stessi, della propria innocenza e autenticità. Gli idoli chiedono sangue. Il denaro ruba la vita e il piacere porta alla solitudine. Le strutture economiche sacrificano vite umane per utili maggiori. Pensiamo a tanta gente senza lavoro. Perché? Perché a volte capita che gli imprenditori di quell'impresa, di quella ditta, hanno deciso di congedare gente, per guadagnare più soldi. L’idolo dei soldi. Si vive nell'ipocrisia, facendo e dicendo quel che gli altri si aspettano, perché il dio della propria affermazione lo impone. E si rovinano vite, si distruggono famiglie e si abbandonano giovani in mano a modelli distruttivi, pur di aumentare il profitto. Anche la droga è un idolo. Quanti giovani rovinano la salute, persino la vita, adorando quest’idolo della droga.
Qui arriva il terzo e più tragico stadio: «…e non li servirai» , dice. Gli idoli schiavizzano. Promettono felicità ma non la danno; e ci si ritrova a vivere per quella cosa o per quella visione, presi in un vortice auto-distruttivo, in attesa di un risultato che non arriva mai.
Cari fratelli e sorelle, gli idoli promettono vita, ma in realtà la tolgono.
Il Dio vero non chiede la vita ma la dona, la regala.
Il Dio vero non offre una proiezione del nostro successo, ma insegna ad amare.
Il Dio vero non chiede figli, ma dona suo Figlio per noi.
Gli idoli proiettano ipotesi future e fanno disprezzare il presente; il Dio vero insegna a vivere nella realtà di ogni giorno, nel concreto, non con illusioni sul futuro: oggi e domani e dopodomani camminando verso il futuro.
La concretezza del Dio vero contro la liquidità degli idoli. Io vi invito a pensare oggi: quanto idoli ho o qual è il mio idolo preferito? Perché riconoscere le proprie idolatrie è un inizio di grazia, e mette sulla strada dell’amore. Infatti, l’amore è incompatibile con l’idolatria: se un qualcosa diventa assoluto e intoccabile, allora è più importante di un coniuge, di un figlio, o di un’amicizia. L’attaccamento a un oggetto o a un’idea rende ciechi all'amore. E così per andare dietro agli idoli, a un idolo, possiamo persino rinnegare il padre, la madre, i figli, la moglie, lo sposo, la famiglia … le cose più care. L’attaccamento a un oggetto o a un’idea rende ciechi all'amore.
Portate questo nel cuore: gli idoli ci rubano l’amore, gli idoli ci rendono ciechi all'amore e per amare davvero bisogna esseri liberi da ogni idolo dagli idoli. Qual è il mio idolo? Toglilo e buttalo dalla finestra!».

giovedì 19 luglio 2018

Il valore del corpo

Nei secoli è prevalsa nel cristianesimo una visione ostile al corpo. Eppure il cristianesimo è la religione che afferma che Dio si è incarnato, che è risorto e che la resurrezione della carne è il "destino" che Dio ha pensato per noi.
Brice Olivier, domenicano e critico d’arte che ha scritto un libro che parla della visione cristiana del corpo (Non avere paura del corpo, edito in Italia da Qiqajon) sottolinea che la carne «è il nostro essere in pienezza e non deve essere considerata una realtà miserevole, ma il luogo benedetto della nostra vita, già fin d’ora». In poche parole, non dobbiamo aver paura di abitare il nostro corpo, tutto il nostro corpo, anche perché questa accettazione è la base di partenza per l’incontro con l’altro: «La mia solidarietà di carne con l’umanità fa di me il fratello di ogni altro che incrocio, che diventa mio prossimo». Nella Bibbia l’uomo viene designato sia come “carne animata” che come “anima vivente”, dunque «l’uomo – ha scritto Olivier Clément – non ha un’anima, egli è un’anima vivente; non ha una carne, è carne animata». (tratto da Avvenire del 17/07/2018)
La ricerca di Dio risulta inutile se prescinde da questo aspetto carnale dell'essere umano.
La sessualità stessa non è qualcosa di cui il cristianesimo deve aver paura, perché è dono di Dio. La virtù della castità non è mortificazione del corpo, ma invito a vivere le nostre relazioni nella limpidezza e nel rispetto. Dice Brice Olivier: «Se acconsento a relazioni di potere, di dominio o di manipolazione non sono casto, così come non lo sono in tutto quello che può diventare accumulo o compensazione: l’alcool, il cibo, la televisione, la lettura, internet, eccetera». La castità, insomma, è la dimensione del non possesso, del distacco dalle cose, senza censurare la nostra carnalità.
Il corpo è un valore, quindi. Di fronte ai tanti corpi sbandierati nelle pubblicità o ai corpi martoriati dalla fame, dalla guerra, dalla violenza, sembra che non lo sia più. Non è neanche una cosa da usare, consumare, scartare.
Di fronte alla cosificazione dell'umano, il messaggio del Vangelo continua ad essere bello, perché glorificando Dio glorifica l'uomo nella sua interezza, anima e corpo.



lunedì 16 luglio 2018

LearningApps come alternativa a Padlet

Nella disperata :) ricerca di una valida alternativa a Padlet (che è diventato a pagamento) mi sono imbattuta in una delle funzioni messe a disposizione da LearningApps.
LearningApps è un sito per creare quiz e compiti. E'intuitivo, semplice e gratuito.
Io l'ho già utilizzato per costruire giochi  da proporre online ai ragazzi, ma non avevo mai pensato alle funzioni che sono messe a disposizione da questa piattaforma.
Certo, padlet è padlet, ma con un po' di inventiva si possono aggirare le limitazioni di post-it,  una delle funzioni messe a disposizione da LearingsApp che più si avvicina al muro virtuale di padlet.
Una volta creata la pagina e comunicato il link agli alunni, i ragazzi possono inserire note di testo, immagini, audio e video. Non è prevista la possibilità di inserire file, ma si potrebbe risolvere l'inghippo inserendo il link del documento salvato nel proprio drive.
Vi lascio un tutorial che ho creato per guidarvi all'utilizzo di questa funzione.

Guida all'uso di post-it

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venerdì 13 luglio 2018

Il potere dell'empatia

Ricordate quando abbiamo parlato a scuola del bullismo? Una delle parole che ho citato più volte è stata empatia. Il bullo, dicevo, non sa stare nella relazione, non comprende il dolore dell'altro. In sintesi, ha un deficit nell'empatia.
Qual è la definizione di questa parola? Etimologicamente il termine proviene dalla combinazione di due parole greche: en che vuol dire dentro e pathos che significa sentimento. Quindi l'empatia è la capacità di comprendere gli stati d'animo o i sentimenti di un'altra persona, di sapersi, insomma,mettere nei panni degli altri. Un bullo in effetti fa fatica a comprendere gli stati d'animo altrui. Se per lui fosse facile farlo non credo che continuerebbe a comportarsi in quel modo.
Questo video vi aiuta a capire cos'è l'empatia e quale potere abbia nei confronti degli altri.
Proprio qualche giorno fa abbiamo sentito del salvataggio di quei bambini e ragazzi di una squadra di calcio e del loro allenatore rimasti intrappolati in una grotta. Abbiamo gioito tutti con loro usciti dalla caverna, come nei giorni precedenti ci siamo sentiti vicini a quei giovani e alle loro famiglie. Questa è empatia.
E avete sicuramente sentito parlare della gara di solidarietà che ne era generata, con offerte di aiuto da varie parti del mondo. Questo è il potere dell'empatia.
Peccato che facciamo funzionare l'empatia a singhiozzo.
Peccato che ci dimentichiamo di tanti altri bambini e ragazzi, intrappolati in altre caverne che sono la miseria e le guerre.

mercoledì 11 luglio 2018

Comunicare la fede, oggi

Vi lascio un video. Non pensate subito ad una parodia.
Se avete la curiosità e la pazienza di vederlo tutto, scoprirete che si possono comunicare le verità di fede, anche quelle più complicate, con un linguaggio più chiaro e comprensibile.
Cliccate sull'immagine.
 


giovedì 5 luglio 2018

Progettare per competenze: il racconto dell'a.s. 2017/2018

Propongo il lavoro realizzato nell'anno scolastico che si è appena concluso.
Ho cercato di coniugare le competenze europee con la proposta didattica di religione. 
Anche se c'è chi si ostina a ritenere la presenza della religione a scuola come un male da estirpare, io credo nel contributo dell'irc alla formazione di un cittadino maturo e consapevole. 
Come più volte noi insegnanti di religione abbiamo sostenuto e sosteniamo, non si tratta di indottrinamento né di imposizione di una visione poco rispettosa degli altrui valori.
Proprio ad avvalorare quanto sostengo, presento le proposte didattiche dell'a.s. 2017/2018.
Cliccare sull'immagine.


lunedì 25 giugno 2018

A.S. 2017/2018: i lavori delle classi terze

Continua la pubblicazione dei lavori degli alunni. Questa è la volta delle classi terze medie.
Cliccate sull'immagine.
Avrete modo di vedere anche alcuni video realizzati dagli alunni.

sabato 16 giugno 2018

A.S. 2017/2018: I lavori delle classi prime

Comincio a pubblicare, per ricordare un anno di scuola, i lavori delle classi prime.
Nel video ne sono raccolti alcuni (frutto di una scelta casuale). Cliccando sull'immagine sarà possibile accedere a tutti i lavori, divisi per classi.

 

giovedì 14 giugno 2018

I pontefici e l'immigrazione

Gli eventi di questi giorni ripropongono, nella loro drammaticità, il tema dell’accoglienza e della regolazione dei flussi dei disperati che cercano di attraccare nelle nostre coste. La Chiesa su questo tema si è impegnata da molto tempo e ha sviluppato una dottrina che mette al centro la persona e la sua dignità e la necessità di un concerto tra le nazioni affinché si perseveri nel bene comune, in spirito di fraternità.
Papa San Giovanni Paolo II 
Giovanni Paolo II riconobbe un diritto di migrare per salvare la propria vita e quella delle proprie famiglie dalle minacce quali la persecuzione, la fame e la guerra, e per provvedere a se stessi e alle proprie famiglie. Nell'enciclica del 1982 Laborem Exercens il papa ha affermato chiaramente che questo significa che a volte le persone devono lasciare la propria patria per cercare migliori opportunità.
In un’altra enciclica, la Sollicitudo Rei Socialis, il papa ha anche sottolineato che le restrizioni indebite sulle capacità delle persone di esercitare il loro diritto di iniziativa economica sono un terreno legittimo per cercare luoghi dove c’è maggiore libertà di attualizzare tale diritto.
Nello stesso tempo Giovanni Paolo II affermava che ogni essere umano ha «il diritto ad avere una propria patria, a dimorare liberamente nel proprio Paese, a convivere con la propria famiglia, a disporre dei beni necessari per una vita dignitosa, a conservare e sviluppare il proprio patrimonio etnico, culturale, linguistico, a professare pubblicamente la propria religione, ad essere riconosciuto e trattato in ogni circostanza in conformità alla propria dignità di essere umano».
Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI mostrava nel 2006 che, anche se i cattolici devono accogliere i migranti, devono anche lasciare alle “autorità responsabili della vita pubblica di stabilire in merito le leggi ritenute opportune per una sana convivenza” (Acton Institute). E di nuovo Benedetto XVI nel 2013 (nel messaggio per la 99ma giornata del Migrante) ribadiva che: «ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana».
Il diritto della persona ad emigrare
Il diritto della persona ad emigrare – come ricorda la Costituzione conciliare Gaudium et spes al n. 65 – è iscritto tra i diritti umani fondamentali, con facoltà per ciascuno di stabilirsi dove crede più opportuno per una migliore realizzazione delle sue capacità e aspirazioni e dei suoi progetti.
Tuttavia è necessario ricordare che nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, ripetendo con il Beato Giovanni Paolo II che «diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all'emigrazione» (Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni, 1998).
La dignità dei migranti
Molte migrazioni sono conseguenza di precarietà economica, di mancanza dei beni essenziali, di calamità naturali, di guerre e disordini sociali. Invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un «calvario» per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria. Per questo è doveroso non solo accogliere ma anche integrare i migranti affinché essi non perdano la loro dignità di figli di Dio.
L'integrazione
Molti migranti vivono in condizioni di marginalità e, talvolta, di sfruttamento e di privazione dei fondamentali diritti umani, oppure adottano comportamenti dannosi per la società in cui vivono. Il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perché abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono.
Un punto fermo per i cattolici sono di nuovo le parole di san Giovanni Paolo II:
«I Paesi ricchi non possono disinteressarsi del problema migratorio e ancor meno chiudere le frontiere o inasprire le leggi, tanto più se lo scarto tra i Paesi ricchi e quelli poveri, dal quale le migrazioni sono originate, diventa sempre più grande».
La "prudenza" di Papa Francesco
Papa Francesco ribadisce in ogni occasione la necessità della “prudenza”, come ha fatto nel dicembre 2016 nel suo messaggio al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
«Un approccio prudente da parte delle autorità pubbliche non comporta l’attuazione di politiche di chiusura verso i migranti, ma implica valutare con saggezza e lungimiranza fino a che punto il proprio Paese è in grado, senza ledere il bene comune dei cittadini, di offrire una vita decorosa ai migranti, specialmente a coloro che hanno effettivo bisogno di protezione».
Citando Papa Giovanni XIII, sostiene che occorre garantire che i popoli che accolgono i migranti non «sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali. D’altra parte, gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti».
Da Giovanni XXIII a Francesco il pensiero della Chiesa quindi non né cinico né "buonista": è evangelico.
Quale strada?
Come diceva papa Paolo VI, nella conclusione dell'enciclica Popolorum Progressio «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (n.76). Infatti la pace non può ridursi alla sola assenza di guerra.
Lo sviluppo che garantisce la pace si realizza nel coniugare sapientemente (con la sapienza di Dio) il comandamento che Dio dà al Popolo di Israele dopo la consegna delle Tavole della Legge: «Amate dunque lo straniero, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto (Deuteronomio 10, 19)».
E' chiaro che chi guida una nazione ha degli obblighi verso di essa e verso chi si è affidato a lui per la propria sicurezza e il proprio benessere. Nessuno è chiamato a rovinarsi per il prossimo, ma nessuno è esentato dallo stendere la mano verso il povero se vuole dirsi cristiano. Oltre ai mezzi ci vuole fraternità, voglia di condividere la vita e di riconoscere nel prossimo un fratello.
Sarebbe dunque cosa buona impegnare risorse e buona volontà perché i paesi in difficoltà possano trovare una via per un loro armonico sviluppo in modo da evitare che la povertà e il bisogno obblighi chi li abita a dover fuggire.
Ma questo richiede di abbandonare gli egoismi personali e nazionali, di avere a cuore il bene comune. Una conversione del cuore, insomma.
Adattato da
Cosa pensano i pontefici sull'immigrazione? di Lucandrea Massaro, in aleteia.org, 12 Giugno 2018

martedì 12 giugno 2018

Il guardiano dei porci: una fiaba di Andersen per ragionare sulle scelte

“Il compromesso con il letame andrebbe sempre evitato se non per decoro, per nobiltà, se non per nobiltà per dignità e se non per dignità addirittura per igiene”.

giovedì 7 giugno 2018

Abitare il mondo, ovvero trovare il senso


«Tutto ha senso, anche questo sassetto. E se sapessi quale, sarei il Padre Eterno. Ma se questo sassetto è inutile, allora tutto è inutile… Anche le stelle».
Così dice il Matto a Gelsomina in una dolceamara scena della Strada di Fellini, in cui la donna si lamenta del fatto che la sua vita non serve a nulla. Il Matto, gentile acrobata ambulante, ha la capacità di trovare il sublime nel quotidiano, per questo non perde mai il buon umore e le dà speranza.
Un’arte che richiede non poco impegno: molto più comodo il lamento (di cui spesso noi Italiani siamo campioni) che rende sterile il potere creativo dell’indignazione. La pigrizia usa spesso la maschera del pessimismo, disinnesca la rivolta e consente di rimanere inerti di fronte al male. Rivoluzionario è invece fronteggiare il male e rimanere di buon umore, perché solo così possiamo combatterlo e scorgere, anche se con impegno e pazienza maggiori, il vero brillare delle cose e delle persone. Certo è difficile scovare la bellezza sottile, offuscata dalla fatica dei giorni, ma se non impariamo a trovare la nostra «casa» ci sentiremo inutili e in esilio.
Abitare viene dal latino avere (habeo), ma nella forma frequentativa, quindi abitare è «continuare ad avere»: è qualcosa che rimane anche quando tutto attorno si muove e si perde. In un’epoca in cui tutto sembra precario, imparare ad abitare, a fare casa dentro e fuori di sé, è essenziale per essere felici. Come? Io «abito», possiedo me stesso e il mondo, quando leggo l’Odissea, quando preparo una lezione con cura e vedo i miei ragazzi gioire, quando ascolto una sonata di Beethoven, che è sempre lì qualsiasi cosa accada, quando sostengo un amico piegato dal dolore o creo con lui un progetto ambizioso, quando riesco a scrivere righe eleganti e veritiere…
Solo la coltivazione della vita interiore trasforma qualsiasi caos in casa. Per questo mi stupisce la lentezza con cui troviamo la bellezza «minuta», che sta appunto nei singoli minuti e rende il mondo casa. Il mio compito di insegnante e narratore è, come quello del Matto, rendere percepibile questa bellezza, perché l’unico modo per essere felici è abitare, ovunque.

Prendo in prestito queste parole di Alessandro D'Avenia  per augurare a voi, "miei" studenti del Liceo, di imparare ad "abitare" il mondo, a trovare il senso del vostro essere qui, ora.
Abbiate a cuore la vostra vita interiore che, come dice lo scrittore D'Avenia, trasforma qualunque caos in casa permettendoci di trovare il senso.....anche di un sassolino.
Buone vacanze, ragazzi!

lunedì 21 maggio 2018

domenica 20 maggio 2018

giovedì 3 maggio 2018

Guida essenziale all'uso di Aurasma

Una guida per utilizzare Aurasma, l'app per realizzare immagini in realtà aumentata. Cliccare sull'immagine.

lunedì 30 aprile 2018

Gaudete et exultate: l'invito di papa Francesco alla santità

Siamo chiamati alla santità. E' questo il messaggio che papa Francesco ha voluto rivolgerci in questa terza esortazione apostolica dal titolo Gaudete et exultate (gioite ed esultate). Un invito alla gioia
di una vita santa, perché i santi non sono solo quelli già beatificati e canonizzati, ma il “popolo” di Dio, cioè ognuno di noi, chiamato a vivere la santità come un itinerario fatto di “piccoli gesti” quotidiani.
Vi lascio un video che ci aiuta a cogliere il senso della santità a cui siamo chiamati.

 

giovedì 26 aprile 2018

Dare la propria vita per gli altri

Non c’è amore più grande di questo – dice Gesù – che dare la vita per i propri amici.
Ma cosa vuol dire?
Nel film "Sette anime" il protagonista decide di togliersi la vita per offrire una possibilità di vita alla donna che ama. E' questo il senso dell'amore, così come lo intende Gesù? No, assolutamente no!
Il concetto stesso di martirio cristiano è lontano dall'idea del sacrificio in se stesso. I cristiani dei primi secoli presero le distanze da alcuni che pensavano di procurarsi volontariamente la morte, provocando di proposito i pagani.
Umani fino in fondo, i martiri non amano la morte violenta. Man mano che il loro momento si avvicina sono sempre più consapevoli della barbarie a cui vanno incontro: questo li sgomenta ma, al tempo stesso, non li fa recedere. Sono come Gesù nell'orto degli Ulivi: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Come Gesù, quando si accorgono che la propria morte è inevitabile, perché Dio così ha predisposto e tanti segnali dicono che la loro missione sulla terra non potrà non concludersi che in modo violento, non tornano sui loro passi, preparandosi a morire.
Certo, i martiri non si avviano danzando incontro al martirio. Di quelli a noi più vicini abbiamo testimonianze che ci danno un’idea dei giorni che precedono il martirio: le persone che sono state accanto a loro li raccontano come pensosi, inquieti, riflessivi ma anche bruschi. 
L’arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ferito a morte mentre celebrava la Messa nel 1980, per aver preso le difese dei diseredati del suo popolo, diceva: «È normale che ci tremino le ginocchia, ma almeno che ci tremino nel posto in cui dobbiamo stare»
Ha scritto Bruno Maggioni: «Il martire non sceglie la morte, ma un modo di vivere, quello di Gesù». Ecco ciò che contraddistingue il martire cristiano, la sua radicale specificità.
La vita che va odiata è quella dove a vincere  sono i più furbi, i più ricchi, i meno onesti. La vita che Gesù ci chiede di perdere è quella incatenata dai tanti fardelli che la condizionano: la paura di rinunciare al proprio tornaconto, ad una libertà vuota di valori, all'egoismo. Quando siamo liberi dai calcoli e ci apriamo all'altro con generosità siamo più felici. È questa la vita verso la quale tendere: una vita che ha come unico obiettivo amare Dio e il prossimo e di lasciaci amare da Lui e dalle persone che ci sono attorno. In questo modo la vita non la si perde. Anzi, diventa amore, accoglienza, condivisione, voglia di annunciare e testimoniare che si può abitare questo mondo nella gioia.
Christian de Chergé, uno dei monaci uccisi a Thibirine, nel 1986, dal terrorismo algerino, ci ha lasciato una chiara testimonianza di quello che può significare perdere la propria vita per amore di Cristo e del prossimo. In quello che è considerato il suo testamento spirituale, scritto quando ancora non sapeva in che modo e quando gli sarebbe toccato di dover donare la sua vita per Cristo, annotava: «La mia vita non ha valore più di un’altra. Non ne ha neanche di meno. – In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell'attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. Non potrei augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio. […] La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto […] E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah».
In queste parole non c'è rabbia e rinuncia nei confronti della vita. Tutt'altro! E' un messaggio dove la vita viene esaltata.
Una vita con l’unico obiettivo di amare Dio e il prossimo e di lasciarsi amare da Lui e dalle persone che ci vivono attorno è una vita che realizza le Beatitudini. Allora, pur nella sofferenza, si sperimenterà la gioia, la bellezza e la ricchezza di essere a servizio dell’uomo nel seguire Gesù.
Diceva san Paolo che senza la Carità (Amore) qualunque cosa io dovessi fare, anche il sacrificare la mia stessa vita, non avrebbe alcun valore, non servirebbe a nulla.

lunedì 23 aprile 2018

Quando lo sport vince il razzismo

Su Avvenire del 18 aprile ho letto la storia molto bella, che non conoscevo, di un giocatore di baseball. Vi riporto l'articolo di Mauro Berruto, che ce la racconta.

«Non sono interessato alla vostra simpatia o antipatia, tutto quello che chiedo è che mi rispettiate come essere umano».
Queste parole sono di Jackie Robinson, uno dei tanti giocatori di baseball passati per la Major League, ma uno dei pochissimi a lasciare un segno indelebile del suo passaggio.
Robinson è il detentore di un record imbattibile: fu il primo giocatore afroamericano ad arrivare nella Lega professionistica Usa. Jackie era stato introdotto allo sport dal suo fratello maggiore, Mack. Uno che, per capirci, aveva vinto la medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Berlino nei 200 metri, dietro a un certo Jesse Owens. Jackie aveva un talento sportivo davvero eclettico e, dopo aver vagabondato fra le discipline principali della cultura nordamericana (basket, football americano, atletica leggera addirittura tennis), scelse il baseball. Non era neppure lo sport che gli veniva meglio, il suo sogno era giocare a football americano, ma i tempi erano duri e per Jackie l’unica strada che si aprì fu quella di un club di Kansas City che partecipava a quella che si chiamava, senza possibilità di interpretazione, la Negro League, lega riservata ai giocatori afroamericani. Tuttavia il talento, quando è cristallino, attrae interesse, l’interesse (quando si parla di sport professionistico) diventa presto interesse economico e così, pur in mezzo a mille tensioni e minacce, a Jackie venne proposto un contratto per la Major League. Il suo nuovo club, tuttavia, stava superando una specie di confine che fino a quel giorno era stato invalicabile e volle, in qualche modo, tutelarsi. Nel contratto di Jackie c’erano infatti alcune clausole che avevano un comune denominatore: non avrebbe dovuto lamentarsi o reagire mai di fronte a nessuna provocazione dei suoi avversari, dei suoi compagni o dei tifosi specificando con una certa dose di cinica chiarezza che quella richiesta sarebbe stata valida anche se qualcuno gli avesse «sputato in faccia».
Jackie mise la sua firma sotto quelle parole, in cambio di 600 dollari al mese, ma probabilmente consapevole che quanto stava facendo avrebbe, per sempre, cambiato il suo sport. Fu in quel clima che il 15 aprile 1947, davanti a 23.000 spettatori, esordì all’Ebbets Field di Brooklyn, indossando la maglia n. 42 dei Dodgers.
Insulti, minacce, sputi non mancarono quel giorno, né mai, in ogni stadio e in centinaia di occasioni. Alcuni suoi compagni firmavano petizioni per allontanarlo dalla squadra, svariati avversari si rifiutavano di scendere in campo quando c’era lui. Tuttavia a Jackie bastarono un paio di anni per diventare il trascinatore dei Dodgers verso il titolo e, per forza o per amore, ottenere rispetto a suon di fuoricampo. Nel 1950 diventò addirittura attore, per raccontare in un film la storia della sua vita. La sua parabola non si fermò: continuò a rompere barriere da atleta, da manager (fu il primo uomo di colore a raggiungere la vicepresidenza di una grande azienda americana nel settore della ristorazione), da imprenditore (fondò una compagnia di costruzione per la realizzazione di case per famiglie a basso reddito). Repubblicano convinto si spese nel mondo della politica e, nel 1962, fu il primo atleta di colore a entrare nella Hall of Fame del baseball americano. Consumato dal diabete morì giovane, appena cinquantatreenne, nel 1972. Il 15 aprile 1997, in occasione del 50esimo da quell’esordio che aveva cambiato per sempre la storia del baseball e degli Stati Uniti, la Major League chiese a tutti i suoi club di ritirare la maglia numero 42.
Proprio per questo motivo, ogni 15 aprile, il baseball americano festeggia il Jackie Robinson Day in un modo delicato, semplice, simbolico: i giocatori di tutte le squadre della Major League, così come allenatori e arbitri, scendono in campo con il numero 42.
È l’unico giorno in cui è possibile farlo, per commemorare un atleta e un uomo che riceveva minacce di morte ogni volta che varcava l’ingresso di uno stadio e che oggi, proprio all'ingresso dello stadio dove esordì quel famoso 15 aprile, ha, tutto per sé, un monumento alla cui base c’è scritto:

sabato 21 aprile 2018

Sandra, la fidanzata santa

Una ragazza di 23 anni che si spendeva per gli altri con gli amici della Comunità Papa Giovanni XXIII. E che proprio don Oreste Benzi - dopo il tragico incidente stradale che la portò via nel 1984 propose per la causa di beatificazione dicendo: abbiamo sposi santi, genitori santi; non sarebbe bello avere un giorno anche una fidanzata santa? È il profilo di Sandra Sabattini, laica romagnola per la quale papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sulle virtù eroiche. Era nata a Riccione nel 1961 Sandra e aveva conosciuto molto giovane don Oreste e la Comunità Giovanni XXIII. Già a quattordici anni - di ritorno da un campo con un gruppo di disabili annotava sul suo diario: «Ci siamo spezzati le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai». Così è stato: per anni le sue giornate sono state scandite tra la scuola, il servizio a chi aveva bisogno e la vita spirituale, nello stile della papa Giovanni XXIII. All'università aveva scelto medicina, sognando di partire per l’Africa; intanto era arrivato il fidanzamento con Guido. Tutte esperienze vissute lasciandosi guidare dalla radicalità del Vangelo: «Oggi c’è un’inflazione di buoni cristiani, mentre il mondo ha bisogno di santi», annotava sempre sul suo diario. Il 29 aprile 1984 a Igea Marina fu travolta da un’auto; morì tre giorni dopo a Bologna. (tratto da Avvenire dell'8 marzo 2018)
Le virtù eroiche di Sandra Sabattini sono state ufficialmente riconosciute da Papa Francesco lo scorso 6 marzo.
 

mercoledì 11 aprile 2018

Cristo, speranza che non delude

«Noi cristiani crediamo e sappiamo che la Risurrezione di Cristo è la vera speranza del mondo, quella che non delude. È la forza del chicco di grano, quella dell’amore che si abbassa e si dona fino alla fine, e che davvero rinnova il mondo. Questa forza porta frutto anche oggi nei solchi della nostra storia, segnata da tante ingiustizie e violenze. Porta frutti di speranza e di dignità dove ci sono miseria ed esclusione, dove c’è fame e manca il lavoro, in mezzo ai profughi e ai rifugiati – tante volte respinti dall'attuale cultura dello scarto –, alle vittime del narcotraffico, della tratta di persone e delle schiavitù dei nostri tempi».
(papa Francesco Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2018)

martedì 10 aprile 2018

La via delle Beatitudini

Il giovane Hugo Cabret dice - ricordate? - che tutto deve avere uno scopo e che se questo scopo non lo troviamo è come essere rotti.
Trovare lo scopo della vita non è certo cosa facile e, chi più chi meno (lo abbiamo visto a scuola), a volte ci viene da interrogarci e da guardarci intorno per cercare le risposte di cui abbiamo bisogno.
Le parabole lette a scuola ci hanno fatto capire che bisogna essere un po' come dei bravi ingegneri che cercano il terreno più adatto per costruire la casa, oppure che non dobbiamo illuderci che sia il possesso delle cose a garantirci un avvenire sicuro.
La proposta che Gesù fa nelle Beatitudini è ancora più sconvolgente e rivoluzionaria, perché ribalta il nostro modo di pensare proponendo un progetto di vita che sembra lontanissimo e difficile da realizzare.
Gandhi diceva che queste delle Beatitudini sono «le parole più alte del pensiero umano».
A leggerle bene esse disegnano un altro modo di essere, di vivere da uomini.
Certo che indicano la strada per essere dei veri cristiani, ma non si può essere cristiani se non si è veramente umani! Ecco perché le Beatitudini possono e devono interessarci.
Le Beatitudini tracciano la strada per vivere in pienezza la nostra umanità e questo - udite, udite - si chiama santità.
Eh sì, la natura umana si perfeziona, come diceva san Tommaso, con la grazia di Dio.
Diventare santi significa quindi avvicinarsi sempre più alla perfezione per la quale la natura umana è fatta. Se non siamo santi, non siamo pienamente uomini né pienamente cristiani, perché i santi non sono solo quelli canonizzati né supereroi o figure da immaginetta fuori dalle faccende ordinarie. San Paolo chiamava i cristiani delle diverse comunità "santi"; santi sono quindi tutti i battezzati, coloro che hanno ricevuto e accolto lo spirito di Dio e che si sentono perciò attratti verso il bene al servizio degli uomini.
Quindi, lo scopo verso cui tendere è la santità? Direi proprio di sì, perché la santità è un dono che Dio offre a tutti. Perché tutti siamo chiamati alla realizzazione piena della nostra vita.
Questo delle Beatitudini, ha detto papa Francesco, «è il programma di vita che ci propone Gesù... ci dà anche altre indicazioni, un protocollo sul quale noi saremo giudicati: "Sono stato affamato e mi hai dato da mangiare, ero assetato e mi hai dato da bere, ero ammalato e mi hai visitato, ero in carcere e sei venuto a trovarmi"». Così «si può vivere la vita cristiana a livello di santità. Poche parole, semplici parole, ma pratiche a tutti, perché il cristianesimo è una religione pratica: non è per pensarla, è per praticarla, per farla».
Se si accolgono le Beatitudini, la loro logica cambia il cuore, lo guariscono perché sia possibile così prendersi cura del prossimo e del mondo, risucchiato dalla melma dell’individualismo e della barbarie. La storia, la storia di ognuno (lo scopo?) si gioca su questa disponibilità all'apertura verso Dio e i fratelli.
 «Nella storia della Chiesa, i veri rinnovatori – ha osservato il Papa – sono i santi. Sono loro i veri riformatori, quelli che cambiano, quelli che trasformano, che sviluppano e risuscitano il cammino». La santità è perciò una necessità primaria, è necessaria come l’aria, il respiro.
Da chiedere per noi stessi oggi.
È questa la riforma, la vera rivoluzione.
P.S. per questo post ho tratto ispirazione dall'articolo (in parte ripreso) di Stefania Falasca, in Avvenire del 9 aprile 2018

sabato 7 aprile 2018

Le lingue dei nomadi

Vi siete mai chiesti che lingua parlano i nomadi?
Ho trovato un'interessante articolo su Popotus dell'8 marzo 2018 che ci aiuta a capire quanto sia complesso e affascinante il mondo di coloro che chiamiamo, in tono sbrigativo e spesso sprezzante, zingari.
«Difficile dare una risposta, perché si tratta di popolazioni che da secoli non risiedono in un luogo fisso, ma sono sparse in varie parti d’Europa e d’Italia e perfino negli Stati Uniti.
Intanto cerchiamo di conoscere e interpretare in modo corretto i nomi degli appartenenti ai vari gruppi di nomadi (chiamati genericamente zingari, parola di origine greca): si distinguono in rom (che nella loro lingua significa “uomo, essere umano”), sinti (parola che deriva da Sindh, regione del Pakistan dalla quale provengono), o camminanti (e in questo caso è facile capire perché si chiamano così).
In Italia le popolazioni nomadi arrivarono nel Quattrocento: oggi i nomadi sono circa 140.000, ma molti di loro hanno preso da tempo la cittadinanza italiana. La loro lingua si chiama romanì o romanés, e comprende tante varietà diverse, a seconda delle lingue con le quali questi gruppi sono venuti in contatto durante i loro viaggi.
La lingua romanì o romanés discende dai dialetti parlati anticamente nell’India settentrionale, da dove quelle popolazioni partirono. Molte parole di questa lingua derivano dal persiano, dal curdo, dall'armeno, dal greco, e stanno a testimoniare il lungo percorso fatto tra l’VIII e il XII secolo d.C. dalle popolazioni nomadi dall'India fino all'Europa. In Italia le comunità rom e sinti si stanziarono anticamente in Piemonte, Lombardia ed Emilia, poi nella prima metà del Novecento arrivarono i rom provenienti dalla Slovenia, dalla Croazia, dall’Istria, dalla Bosnia.
I nazisti perseguitarono i rom e i sinti, che furono deportati nei campi di concentramento: circa 500.000 di loro furono uccisi nei campi di sterminio. Oggi le minoranze rom in Italia parlano una lingua mescolata con l’italiano, o influenzata dal rumeno e dalle lingue parlate nei Balcani. Se volete avere un’idea di questa lingua, basta ascoltare la canzone Khorakhané dedicata dal grande cantautore Fabrizio De André al popolo khorakhané (che significa “lettori del Corano”), rom musulmani originari del Kosovo che durante la guerra nella ex Jugoslavia si rifugiarono nella zona di Brescia.
I nomadi chiamati “camminanti” (o “siciliani erranti”), invece, sono diffusi in Sicilia, ma anche a Napoli, Roma, Milano, città nelle quali si spostano su roulotte e camper. Non si conosce la loro origine, e qualche studioso pensa che siano i discendenti dei sopravvissuti al terremoto del 1693 che colpì la Val di Noto in Sicilia. I camminanti parlano una lingua diversa, il baccagghiu, molto simile al dialetto siciliano.
Vi lascio il video della canzone di De André: la parte finale della canzone è cantata nella lingua dei
khorakhané.

 

mercoledì 4 aprile 2018

Non fatevi manipolare, ribellatevi!

E' una sorta di SOS quello che il Papa ha lanciato ai giovani di tutto il mondo per metterli in guardia dalle manipolazioni, dal rischio del pensiero unico, dal tentativo in atto di ridurre le giovani generazioni a fenomeni di massa spesso a fini commerciali.
«Un giovane gioioso è 
difficile da manipolare» ha affermato Papa Francesco, in occasione della Domenica delle Palme, davanti a centinaia di giovani arrivati da tutto il mondo in preparazione del sinodo che quest'autunno si aprirà in Vaticano, facendo riferimento alla gioia che offre il cristianesimo. «Per questo la gioia è per alcuni 
motivo di fastidio. Far tacere i giovani -ha detto il Papa- è una tentazione sempre esistita» e «ci sono molti modi per 
rendere i giovani silenziosi", "anestetizzarli e addormentarli 
perché non facciano rumore. Cari giovani, sta a voi la
 decisione», «se gli altri tacciono, se noi anziani e 
responsabili, tante volte corrotti, stiamo zitti, se il mondo 
tace vi domando: voi griderete? Per favore, decidetevi prima
 che gridino le pietre».
Il brano evangelico che Papa Francesco prende a esempio per ampliare la riflessione e riportarla ai giorni nostri è quello dei farisei che se la prendono con Gesù e gli chiedono 
di calmarli e farli stare zitti. «Ci sono molti modi per rendere 
i giovani silenziosi e invisibili. Molti modi di anestetizzarli 
e addormentarli perché’ non facciano "rumore", perché non si 
facciano domande e non si mettano in discussione. Ci sono molti 
modi di farli stare tranquilli perché non si coinvolgano e i 
loro sogni perdano quota e diventino fantasticherie rasoterra, 
meschine, tristi». «In questa Domenica delle Palme, celebrando la Giornata 
Mondiale della Gioventù, ci fa bene ascoltare - ha 
sottolineato Francesco - la risposta di Gesù ai farisei di 
ieri e di tutti i tempi: «Se questi taceranno, grideranno le 
pietre». Cari giovani, sta a voi la decisione di gridare, sta a 
voi decidervi per l’Osanna della domenica così da non cadere 
nel "crocifiggilo!" del venerdì. E sta a voi non restare 
zitti. Se gli altri tacciono, se noi anziani e responsabili 
stiamo zitti, se il mondo tace e perde la gioia, vi domando: 
voi griderete? Per favore - ha chiesto il Papa ai ragazzi di 
tutto il mondo - decidetevi prima che gridino le pietre».
Adattato da Il Papa lancia Sos ai giovani: «Non fatevi manipolare ribellatevi» di Franca Giansoldati in www.ilmessaggero.it

giovedì 22 marzo 2018

La Bibbia? È come una grande sala parto

Dall'intervista alla rabbina francese Delphine Horvilleur (pubblicata su Avvenire del 14 marzo 2018) di cui ho già pubblicato qualche stralcio (vedi post del 16 marzo):

Nella sua personalissima interpretazione l’Eden è una grande sala parto e il primo uomo come un neonato che nasce. E lo stesso vale per l’Esodo. Quali sono le conseguenze antropologiche di questa sua visione “generativa” delle vicende bibliche?

 «I racconti più centrali della Torah e quelli che fondano precisamente l’identità ebraica sono racconti di "estrazione": si tratta sempre di uscire da una matrice, da un luogo che ci ha dato la nascita e dal quale ci si deve estrarre. È il caso del giardino dell’Eden da cui l’uomo è espulso; è, ancora di più, il caso delle narrazioni della vita di Abramo e dell’uscita dall'Egitto.
Abramo lascia la casa di suo padre e la città della sua nascita, Ur, nel paese dei caldei. Si mette in cammino verso una terra promessa e verso se stesso. Essere un figlio di Abramo (quello che le tre religioni monoteistiche rivendicano) è dunque sempre un po’ riprodurre questo viaggio, questa partenza da se stessi e dalla proprio zona di benessere.
La stessa cosa avviene con l’Esodo, ovvero l’uscita dalla schiavitù. Il popolo ebreo nasce in Egitto, che è incontestabilmente la matrice del popolo. Le metafore bibliche sono molto eloquenti. Si dice che la discendenza di Giacobbe prolifera in Egitto e si sviluppa fino a quando non ha più spazio. E’ come se il feto ebraico fosse al termine della sua crescita uterina. Allora inizia il lavoro della nascita. Le 10 piaghe si abbattono sull'Egitto come i dolori di uno sforzo ostetrico. Il popolo si mette in cammino e nasce a se stesso mettendosi in marcia verso il proprio destino e la propria autonomia».

martedì 20 marzo 2018

Creare progetti grafici con designcap

Avete bisogno di creare volantini, poster o altri progetti grafici senza alcuna registrazione? Questa volta vi propongo designcap, che contiene una grande quantità di contenuti già pronti per l'uso che potete adattare alle vostre esigenze. Una volta concluso il lavoro lo potete scaricare come immagine, condividerlo nei social o stamparlo. Potete anche salvare il progetto nel vostro pc e riprenderlo successivamente per modificarlo.

Vi lascio un video tutorial realizzato da Andrea Maiello.

sabato 17 marzo 2018

Caino e Abele: una questione di responsabilità, libertà e ingiustizia

In Avvenire del 14 marzo 2018 ho letto l'intervista alla rabbina francese Delphine Horvilleur.
Ne riporto alcuni stralci.

Nel suo libro (NDR Come i rabbini fanno i bambini. Sessualità, trasmissione, identità nell'ebraismo, Giuntina) lei indaga la vicenda di Caino e Abele collegandola essenzialmente alla questione della responsabilità, della libertà e dell’ingiustizia. Quale è l’insegnamento principale che da questo racconto primordiale può giungere alla nostra società?
«Il primo omicidio della storia è un fratricidio. E dall'inizio della Genesi, e dell’umanità, è sempre la stessa domanda a farsi largo: come riuscire a vivere con mio fratello, ovvero con l’altro?
Quando Caino ammazza suo fratello, Dio gli domanda: Che hai fatto? E l’assassino risponde: Sono forse io il custode di mio fratello? È la stessa domanda che risuona nei conflitti odierni. Nessuno sa ciò che significa "essere il custode di mio fratello". Oggi esiste nella società un fenomeno ben conosciuto che si può chiamare "competizione vittimistica". Ognuno, a qualsiasi prezzo, cerca di dimostrare che è stato peggio dell’altro, che ha molto sofferto, che le pene dei suoi antenati superano quelle del vicino. Ed è come se la dimostrazione di questo dolore vissuto o ereditato donasse dei diritti a colui che ne viene colpito. Come se la sua violenza (come quella di Caino) non fosse che una forma di legittima difesa o di rivalsa sulla propria storia. Tutto questo è assurdo e pericoloso».
Cosa dovrebbe insegnarci allora il male? 
«Anzitutto che esiste in noi una capacità di superare eventi traumatici e difficoltà o in ogni caso che dobbiamo tentare di costruirla, di "verticalizzarci", di levarci e diventare attori delle nostre storie. È esattamente questo il senso della parola responsabilità: la capacità di apportare una risposta, di ritrovare la parola rispetto alla propria storia e di non restare nel silenzio tipico della vittima. L’essere muto, in ebraico, si scrive proprio come la parola violenza. Se il restare in silenzio e la violenza hanno la medesima radice, il ritorno alla parola è una chiave per liberarsene».


venerdì 9 marzo 2018

Alla scoperta della prima comunità cristiana: attività per le classi seconde

Un percorso alla scoperta della prima comunità cristiana. E' presentato come sfida tra gruppi all'interno della classe, ma può anche essere pensato come attività di ripasso o studio per singoli alunni.

lunedì 5 marzo 2018

Gioia o felicità?

Gioia viene da gaudium che deriva da gaudeo, godo. Appartiene alla stessa famiglia di "gioiello", ovvero una cosa preziosa, da tenere in grande considerazione.
Felicità, dal latino felix, ha la sua radice nel verbo feo che vuol dire produco, e viene legato alla fertilità, che è espressione della vita. Felice quindi nel senso di contento, appagato.
Nel greco antico invece, felicità è tradotta con eudaimonía che è l'insieme di eu (bene) e daímon (spirito). Il significato etimologico è quello di "spirito buono".
L'infelicità è invece athliótes, che contiene la radice di athléo, nel senso di lotta, sforzo fatica, da cui deriva anche la parola "atleta".
Il termine greco che traduce gioia è euphrosýne, formato da eu (buono) e dal verbo phronéo, che vuol dire penso, intendo.
Nella lingua greca è quindi netta la separazione etimologica tra felicità e gioia.
La felicità si associa con il potere, mentre la gioia si lega a saggezza. Come a dire che la felicità è collegata ad un vantaggio, ad un successo personale, è centrata sull'io, mentre la gioia è propria del saggio che non guarda a se stesso, ma all'insieme di cui è parte.
La felicità è la risposta ad uno stimolo, ad un accadimento e persiste finché lo stimolo non si esaurisce. La gioia, al contrario, è indipendente da qualunque evento. Non tiene nemmeno conto dell'io, di colui che prova felicità, ma deriva da una visione ampia, globale del nostro essere nel mondo, indipendentemente dalla variabilità delle esperienze e del loro effetto immediato.
In sintesi: nella felicità si rimane nell'io, con la gioia si passa dall'io al noi, dalla dimensione ristretta a quella cosmica. (liberamente adattato da V. Andreoli, La gioia di vivere)
L'aver sottolineato la differenza tra queste due espressioni mi permette di capire perché il cristianesimo è un invito alla gioia. In Gv 15,11, Gesù dice: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Da dove viene la pienezza di questa gioia? Dall'amare come ama Dio.
Se leggiamo tutto il brano (Gv 15,9-17) non possiamo non notare quante volte compaiano espressioni legate al lessico degli innamorati:amare, amore, gioia, pienezza, frutti….
E' come se Gesù ci dicesse che se non prendiamo sul serio l'amore rischiamo di non capire qual è il nostro posto nel mondo e quindi di rimanere nell'infelicità.
L'amore di cui parla Gesù non è appagamento personale, ma è accoglienza dell'altro, comunione, ricerca degli ultimi, passaggio dall'io al noi. Amando come ha amato Gesù si entra in circuito di bene (l'Amore di Dio Trinità) dove, superando noi stessi, contribuiamo alla costruzione della pace, della giustizia, della gioia.
Dice Papa Francesco:
«Il cristiano è un uomo e una donna di gioia. Questo ci insegna Gesù, ci insegna la Chiesa, in questo tempo in maniera speciale. Che cosa è, questa gioia? E’ l’allegria? No: non è lo stesso. L’allegria è buona, eh?, rallegrarsi è buono. Ma la gioia è di più, è un’altra cosa. E’ una cosa che non viene dai motivi congiunturali, dai motivi del momento: è una cosa più profonda. E’ un dono. L’allegria, se noi vogliamo viverla tutti i momenti, alla fine si trasforma in leggerezza, superficialità, e anche ci porta a quello stato di mancanza di saggezza cristiana, ci fa un po’ scemi, ingenui, no?, tutto è allegria … no. La gioia è un’altra cosa. La gioia è un dono del Signore. Ci riempie da dentro. E’ come una unzione dello Spirito. E questa gioia è nella sicurezza che Gesù è con noi e con il Padre» (omelia in Santa Marta, venerdì 10 maggio 2013).

mercoledì 28 febbraio 2018

Qual è la direzione? Proposta didattica per le classi terze medie

Scegliere non è mai facile. Specialmente se la posta in gioco è importante. Le scelte che facciamo dicono molto di noi, di quello che pensiamo e sentiamo essere più o meno importante per la nostra vita. Fare una scelta sbagliata significa pagarne le conseguenze e, in un certo senso, privarsi di quello che avrebbe potuto renderci veramente soddisfatti e felici. Il cristianesimo ci dice che Gesù non è indifferente rispetto alla nostra realizzazione vera e piena.


martedì 27 febbraio 2018

I sacramenti. Proposta per la seconda media

Comunicare fa parte dell'esperienza umana. Pensieri, emozioni, idee....un flusso continuo di scambi comunicativi, perché abbiamo bisogno di relazione. Anche Dio ha scelto strumenti di comunicazione diversi per entrare in relazione con gli uomini e per essere ascoltato da loro. Tra questi ci sono la Bibbia ma anche i Sacramenti che sono gesti che, tramite Cristo e all'interno della comunità dei credenti, vivificano il rapporto d'amore tra l'uomo e Dio.



lunedì 26 febbraio 2018

Dio cammina con noi. Proposta per la classe prima media

Per chi è cristiano, Gesù è la risposta ad ogni attesa di bene. In un mondo così traboccante di bisogni profondi, la nascita di Gesù (il Cristo, il Figlio di Dio) è la dichiarazione che Dio è vicino agli uomini e cammina con loro. Chi ha trovato e trova questa presenza di Dio nella propria vita, è chiamato a testimoniare con gesti d'amore, quanto Dio ami l'umanità intera.

venerdì 23 febbraio 2018

L'errore come un nuovo inizio

Quanto volte vi ho detto che non dobbiamo avere paura degli errori?
Concluse la verifiche (mi riferisco a quelle fatte online) siete sempre più interessati al voto preso che non a capire gli eventuali errori fatti. Io immancabilmente vi invito a rivedere le risposte giuste e quelle sbagliate e sottolineo sempre come sia importante capire il perché degli errori (poca attenzione in classe? fretta di concludere? argomento complicato o sottovalutato?).
Vi dico sempre che l'atteggiamento giusto di fronte ad un errore è quello di affrontarlo, di mettervisi di fronte per capire, di accettare che è possibile sbagliare e che lo sbaglio può rappresentare un nuovo inizio. Agli errori si può rimediare se si ha un atteggiamento umile e disponibile.
Nello stesso tempo, da insegnante io devo cercare di capire il vostro errore che può essere frutto anche di un approccio originale che non posso liquidare in tutta fretta con aria di rimprovero o di sufficienza.
In questo video la goffaggine e l'inesperienza del bambino diventa persino occasione per scoprire un modo nuovo di fare le cose. Della serie "non tutti i mali/errori vengono per nuocere".
Allora coraggio! Che gli errori ci servano per rimboccarci le maniche e ricominciare il cammino. Però, mi raccomando: "errare è umano, ma perseverare è diabolico". 😊

giovedì 22 febbraio 2018

Eros, philia e agàpe: tre parole per dire l'amore

Un contributo per i ragazzi del IV Liceo Scientifico Sportivo.
Vi propongo la riflessione, adattata, di Mons. Vincenzo Paglia dal Corriere della Sera (15.09.13), sui tre termini di cui abbiamo discusso a scuola.

In un mondo segnato così profondamente dalla paura e dalla solitudine, e lacerato da conflitti bellici o di civiltà, l’amore resta l’unica via per immaginare un nuovo futuro.
Si potrebbe dire: è il tempo dell’«agàpe», il tempo dell’amore per gli altri e non solo per se stessi. Appunto, un amore «agapico». Agàpe, una parola greca, fu scelta dagli autori del Nuovo Testamento per descrivere l’amore di Gesù. In quel tempo non era quasi per nulla usata poiché la cultura greca per dire l’amore preferiva i termini eros e philia.
Gli autori sacri con il termine agàpe introducevano una nuova e impensata concezione dell’amore: un amore che non si nutre della mancanza dell’altro (eros) e che nemmeno semplicemente si rallegra della presenza dell’altro (philia), ma un amore, appena concepibile dalla ragione umana, che trova il suo modello culminante in Gesù: un amore per gli altri totalmente disinteressato, gratuito, perfino ingiustificato, perché continua ad agire – ed è il meno che si possa dire – al di fuori d’ogni reciprocità. È davvero un amore fuori regola, fuori norma.
L’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani afferma: «A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi»( Rm 5, 7-8). Con il termine agàpe si esprime quindi un amore impensabile per la ragione se Dio stesso non lo avesse rivelato. L’agàpe è infatti l’essere stesso di Dio. [...] ...è la risorsa più forte per edificare un mondo nuovo liberato dalla legge inesorabile dell’amore per sé. […]
L’agàpe, culmine dell’amore, non elimina l’eros e la philia [...], ma le purifica dalle ambiguità e le esalta per una loro dinamica positiva. Nella cultura greca,eros era concepito come un dio senza volto, una sorta di divinità originaria, un principio di vita potente che strappa dalla vita quotidiana producendo una discontinuità inimmaginata nella vita di chi ne viene coinvolto. La discontinuità si presenta improvvisa, non è né progettata né voluta, e spinge con prepotenza l’amante ad annullarsi nell'amato [...].  Eros è una energia originaria che strappa via dalla casa abituale, dalla vita ordinaria. Non a caso Platone, nel Simposio, lo definisce a-oikos, senza casa. Il grande pericolo che eros fa correre è perciò quello di essere strappati via da ogni sede, da ogni dimora, da ogni casa, senza un approdo che sia stabile. Da un punto di vista non teologico cristiano, eros è pura avventura, come lo rappresentano le grandi figure, i grandi miti della contemporaneità: l’Ulisse dantesco, il Faust, il Don Giovanni, sono tutte figure che mollano gli ormeggi, perché nessuna casa può contenerli. Ma eros da solo, senza un orizzonte, non basta. In sintesi, potremmo dire, che tutti abbiamo pulsioni d’amore, tutti sentiamo spinte ad amare o sentimenti d’amore che ci muovono, ma – è papa Ratzinger a scriverlo nell’enciclica Deus caritas est – «i sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore».

La philia – che traduciamo normalmente con «amicizia» – esprime un’altra dimensione ancora dell’amore. Ordinariamente viene pensata come una forma attenuata dell’amore, un sentimento più debole, meno impegnativo, meno esigente, casto per di più, segno di una innegabile limitatezza! Molto meno cantata dell’amore, la philia è tuttavia non meno protagonista nella vicenda umana. Un bell’esempio di philia lo rileviamo nella triplice domanda d’amore di Gesù a Pietro dopo la risurrezione, quando lo interroga sull’amore. Gesù chiede al discepolo: «Mi ami?» (phileis me?). Qui non è l’eros che parla, ma un sentimento che chiede una compartecipazione stretta, duratura, perenne. È come se gli chiedesse: «Sei veramente mio, mi appartieni, ci co-apparteniamo?» Nella philia i due – e questa è la differenza fondamentale con eros – rimangono tali, non vi è una dinamica identitaria, non si risolvono in uno. I philoi sono inseparabili, ma tale appartenenza non impedisce loro di sussistere come tali nella propria identità. Anzi, sussistono perché «stanno bene insieme». Semmai, il rischio in tale dinamica è l’appagamento nella coappartenenza, una sorta di piacevole ma rischiosa chiusura. Ed ecco l’agàpe che supera ambedue, senza tuttavia escluderle. In effetti, con la parola agàpe si entra nella logica di stampo trinitario ove non c’è l’annullamento nell'altro e neppure la coappartenenza. C’è di più: la generazione di un altro nel circolo dell’amore.
La raffigurazione emblematica dell’agàpe è l’icona della Trinità di Rublev, con i tre angeli attorno alla mensa.
Agàpe è la relazione Padre-Figlio [....]. La relazione tra le prime due persone, infatti, distinte e tuttavia filoi nel modo più profondo ed essenziale, obbliga a pensare la Relazione stessa come una terza figura. L’agàpe comporta una trascendenza tra i due che è appunto la «Relazione» stessa nella sua eternità, nella sua necessità. L’agàpe è interna a questa dialettica dei due e insieme li trascende entrambi. Amante e amato si trascendono in un terzo: che è la loro «relazione». Questa è agape nel linguaggio neotestamentario e nella teologia cristiana. Il suo nome è Spirito Santo e la sua azione è sconvolgente.

mercoledì 21 febbraio 2018

No alle fake news, sì ad un giornalismo di pace

Da Popotus del 25 gennaio 2018
La prima “fake news” l’ha messa in giro l’«astuto serpente» nel momento in cui ha ingannato prima Eva e poi Adamo con argomentazioni «false e alettanti». Oggi questo «uso distorto della facoltà di comunicare» è alla base del «fenomeno delle “notizie false”», sempre più diffuse anche grazie a internet e ai social network.
Papa Francesco lo ha ricordato ieri (ndr 24 gennaio scorso), indicando chiaramente agli operatori dell’informazione – ma anche a tutti gli utenti dei mezzi della comunicazione – come fare per difendersi dal «virus della falsità»: bisogna sapersi mettere all'ascolto e «attraverso la fatica di un dialogo sincero» è necessario lasciare «emergere la verità».
I suggerimenti del Pontefice sono contenuti nel suo messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Come da tradizione, il 24 gennaio – giorno in cui la Chiesa ricorda san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti – viene diffusa la riflessione del Papa in vista della ricorrenza in programma ogni anno nel giorno dell’Ascensione, che quest’anno cade il 13 maggio.
Il tema scelto per il 2018 è: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace». La soluzione in questo caso sta proprio nel titolo, perché secondo il Papa è la ricerca della verità l’unica via per sconfiggere la diffusione di false notizie, che mette a rischio la nostra «libertà del cuore».
Ma come si cerca la verità? Prima di tutto, dice Francesco, è necessario «un sano confronto con altre fonti di informazione» e poi è molto importante saper mettere al centro le persone. La verità, spiega il Papa, non è solo «dire cose vere» ma è prima di tutto saper entrare in relazione con gli altri.
I giornalisti, quindi, hanno una grande responsabilità con il loro lavoro, perché ricercando la verità hanno la possibilità di generare fiducia e aprire vie di comunione e di pace.

giovedì 8 febbraio 2018

Creare gruppi con Keamk

Ho scoperto un generatore di gruppi casuali che utilizza criteri diversi, come il livello di abilità o il sesso dei partecipanti.
Nel caso volessimo dividere la classe in gruppi per un lavoro o qualche altra attività, basta andare su Keamk e decidere se vogliamo dividere i ragazzi per fasce di livello o per genere, oppure lasciare tutto al caso.
Si clicca sul comando Create Teams e, nel caso volessimo creare gruppi equilibrati per capacità, clicchiamo su Skill level assegnando al nome degli alunni inseriti un punteggio da 1 a 5. Se cerchiamo invece l'equilibrio tra maschi e femmine, cliccheremo su Gender.
Non è richiesta l'iscrizione ed è possibile salvare i gruppi creati semplicemente scaricando il file che si è generato in formato Excel, oppure inviandosi per posta il link della pagina con i gruppi frutto della randomizzazione.
Strumento interessante da provare.

lunedì 5 febbraio 2018

Il coraggio di essere umani

Si avvicinava il Santo Natale del 1914, primo anno di guerra. Sia sul fronte occidentale, dove ormai un’unica linea trincerata collegava il Mare del Nord alle Alpi, sia su quello orientale, si registrava – dopo sanguinosissime battaglie dagli esiti alterni – una situazione di stallo. Benedetto XV, che aveva visto naufragare il tentativo di fermare la luttuosa macchina bellica, provò agli inizi di dicembre a suggerire ai capi delle nazioni che i fucili tacessero almeno durante le feste natalizie. Ma la compassionevole proposta di una «tregua di Natale» – accettata dalla Germania, ma non dalla Francia e dalla Russia – non passò. E già il 12 dicembre l’Osservatore Romano doveva prendere atto che, in mancanza della necessaria unanimità, l’idea di un temporaneo cessate il fuoco era fallita. Troppi apparvero ai governanti e agli alti comandi militari i rischi, in un conflitto che esigeva cieca brutalità e spietatezza, di una irruzione tra le truppe di sentimenti di umanità, religiosità e fraternità. Quasi che festeggiare il Natale senza sparare un colpo, senza uccidere o essere uccisi, potesse minare la propensione al combattimento, l’odio verso il nemico e la fede incrollabile nella vittoria.
La Storia  però ci racconta di tante piccole «tregue di Natale», frutto della spontanea mobilitazione di soldati, in particolare inglesi e tedeschi che, sul fronte occidentale, uscirono disarmati dalle trincee,  camminando lentamente verso le postazioni nemiche, quasi sospinti da una forza invisibile, che era la forza  dell'umanità non ancora sparita, nonostante l'orrore e la violenza della guerra. Le testimonianze parlano di centinaia di fanti dei due eserciti che si ritrovarono nella terra di nessuno, stringendosi le mani, abbracciandosi, scambiandosi regali e cartoline, mostrandosi a vicenda le foto delle fidanzate e, persino in qualche caso, suonando, ballando e dando vita a partite di calcio con una palla fatta di stracci.  A iniziare erano stati due soldati inglesi che, dopo aver inalberato il segnale di tregua, si erano avvicinati prudentemente alle trincee tedesche. Lì erano stati ricevuti con tutti gli onori: e in cambio di fette di mince pie (un dolce tipico natalizio inglese) avevano ricevuto vino e liquori, tornando incolumi alla base. Poche ore dopo, due fanti prussiani si apprestavano a restituire la visita, ma una zelante sentinella inglese, vedendoli arrivare, li aveva arrestati puntandogli il fucile contro. L’incidente venne prontamente risolto dall’intervento di un ufficiale inglese, che accettati i doni e scambiati gli auguri, ordinò alla sentinella di lasciare che i due tornassero alla loro trincea. Non tutti gli ufficiali, specie quelli superiori, però furono condiscendenti. Gli alti comandi dell’una e dell’altra parte, colti di sorpresa da questa esplosione di umanità, andarono su tutte le furie. Non potendo punire migliaia di soldati (tale fu l’ampiezza del fenomeno), decisero di porre rimedio alla pericolosa “fraternizzazione” coi nemici a partire dalle festività successive, con tassativi divieti, rigidi controlli e avvicendando i combattenti nelle trincee alla vigilia dei giorni di festa. (Tratto e adattato da Giovanni Grasso, Avvenire di venerdì 12 dicembre 2014)

Ci vuole proprio grande coraggio nel rimanere umani quando, intorno a te, tutto sembra dirti che l'umanità è un lusso che non ci si può permettere. Eppure proprio a questo siamo chiamati: crescere in umanità. Perché l'Amore ha vinto e vincerà, come possiamo ascoltare nella canzone "Esseri umani" di Marco Mengoni..