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mercoledì 29 settembre 2010

Il perdono contro l'odio e la vendetta

Si sta avvicinando il momento della proclamazione della santità di Camilla Varano.
E' di alcuni giorni fa la notizia di una lettera spedita in occasione della canonizzazione della beata Camilla Battista da Varano a suor Chiara Laura Serboli, abbadessa del Monastero Santa Chiara di Camerino,  da monsignor Padovese, nunzio apostolico in Anatolia, che sarebbe stato ucciso alcuni mesi dopo in Turchia da uno squilibrato, forse esaltato dall'islam fondamentalista.
Nella sua lettera mons. Padovese chiede alla comunità delle clarisse di Camerino di pregare perché nelle terre dove i cristiani vengono perseguitati, il dolore possa trasformarsi in invocazione di pace e annuncio di perdono. Il vescovo ricorda Camilla Varano che trovò la forza interiore di  pregare per i suoi nemici che le avevano sterminato la famiglia e l'avevano esiliata, fino a trasformare l’odio di cui era stata fatta oggetto in occasione di perdono e di amore eroico. Per mons. Padovese, “queste stesse virtù, oggi, a distanza di 500 anni, ne fanno un modello per tutta la Chiesa e per tutti gli uomini. Per questo mi sento di dire che, anche per i cristiani delle nostre comunità vessate dalla persecuzione e dalla violenza, la beata Camilla Battista può diventare un esempio di riconciliazione e un’occasione per ritrovare speranza attingendo alla sorgente della Passione di Cristo”. La lettera è stata pubblicata integralmente nella rivista delle Clarisse “Forma Sororum, Lo sguardo di Chiara d’Assisi oggi”, ed è datata 3 aprile 2010, 2 mesi prima della morte di questo eroico cristiano, molto impegnato nell'ecumenismo e nel dialogo con l'Islam.
In occasione della morte di don Andrea Santoro, sacerdote ucciso nel 2006 in Turchia da un fanatico musulmano, aveva detto: “Noi perdoniamo chi ha compiuto questo gesto. Non è annientando chi la pensa in modo diverso che si risolvono i conflitti. L’unica strada che si deve percorrere è quella del dialogo, della conoscenza reciproca, della vicinanza e della simpatia (...)”.

martedì 28 settembre 2010

Preghiera per Roma e l'Italia

Il 20 settembre 1870 i bersaglieri aprono la breccia di Porta Pia. Questa porta, costruita per ordine di papa Pio IV su disegno di Michelangelo tra il 1561 e il 1565, fu il punto scelto dalle truppe italiane per conquistare Roma.
Dopo cinque ore di cannoneggiamenti, l'artiglieria aprì una breccia di circa 30 metri nelle Mura che consentì ai bersaglieri e ad altri reparti di fanteria di entrare in città. L'ingresso delle truppe italiane a Roma,che apparteneva allo Stato Pontificio, segnò anche la frattura nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa, di cui i libri di storia ci parlano come della "Questione romana".  Sono passati 140 anni e questa storia è ormai morta e sepolta, come testimonia la presenza del cardinale Bertone alla celebrazione che evocava questo evento. Il cardinale Bertone, che è il Segretario di Stato vaticano, quindi uno dei più stretti collaboratori del Papa, ha voluto anche rivolgere una preghiera all'Italia.


Ve la riporto:
Dio onnipotente ed eterno, a Te salga la lode ed il ringraziamento perché sempre guidi gli eventi della storia degli uomini verso traguardi di salvezza e di pace. Noi contempliamo l’opera della Tua Provvidenza che si è dispiegata mirabilmente anche in questa Città e in questa terra d’Italia per ridonare concordia di intenti dove aveva prevalso il contrasto. In quest’Urbe, dove per Tua disposizione predicò e morì l’Apostolo Pietro, il suo Successore possa continuare a svolgere in piena libertà la sua missione universale. Tu che hai dato agli abitanti d’Italia il grande dono della fede in Cristo Gesù, conserva e accresci questa preziosa eredità per le generazioni future. Riecheggia nei nostri cuori l’invocazione del Beato Pontefice Pio IX: 'Gran Dio, benedite l’Italia!': Sì, Signore, benedici oggi e sempre questa Nazione; assisti ed illumina i suoi Governanti affinché operino instancabilmente per il bene comune. Dona l’eterna pace a quanti qui caddero e a tutti coloro che, nei secoli, hanno sacrificato la vita per il bene della Patria e dell’umanità. Questa Città, questa Nazione e il mondo intero godano sempre della Tua protezione e del Tuo aiuto, affinché il corso della storia si realizzi in conformità ai Tuoi voleri, sotto la guida dello Spirito, fino alla pienezza dei tempi annunciata da Cristo Signore. Amen. 

lunedì 27 settembre 2010

Dov'è l'Ararat?

Da Avvenire del 19 settembre 2010, servizio di Aldo Ferrari

La fama universale del monte Ararat – il monte di Noé, il monte dell’Arca, dal quale la vita riprese dopo il diluvio universale – si basa sul celebre passo di Genesi 8,4: «Nel settimo mese, il 17 del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat [al harey Ararat]». Piuttosto che ad un monte specifico, questa espressione ebraica appare infatti riferibile a una regione di montagna, secondo il duplice significato del termine har. Tale regione montuosa va senz’altro identificata con l’Urartu, il vasto territorio compreso tra i laghi di Van, Urmia e Sevan in cui fiorì tra il X ed il VI secolo a.C. un regno potente, a lungo rivale di quello assiro e distrutto infine dai Medi. Ararat e Urartu sono infatti solo diverse vocalizzazione della stessa parola.

Tuttavia, a partire dal VI secolo a.C., in conseguenza della fusione degli abitanti originari con popolazioni di lingua indoeuropea, la regione dell’antico regno urarteo inizio ad essere denominata Armina nelle fonti persiane. Da allora e sino al genocidio del 1915 questo territorio e stato universalmente conosciuto come Armenia. L’identificazione tra l’Urartu/Armenia e la regione dei «monti dell’Ararat» su cui si fermò l’Arca di Noé risulta in effetti assai antica e diffusa in tutto il mondo cristiano, condivisa già da Efrem il Siro e san Girolamo. Non a caso, nella Vulgata l’espressione al harey Ararat è tradotta con super montes Armeniae.

L’esatta localizzazione dell’Ararat costituisce invece un problema di difficile soluzione; per alcuni persino un falso problema, derivante soprattutto dal desiderio di precisare una geografia ben poco definita come quella biblica. Si tratta in ogni caso di una questione complessa, affascinante, per molti aspetti anche sorprendente. A partire dal fatto che nessuno dei popoli dell’area usa il termine Ararat per indicare il massiccio vulcanico che oggi viene comunemente identificato con il monte sul quale discese l’Arca di Noé. Gli Armeni, infatti, lo chiamano Masis, i Curdi Ciyaye Agiri (monte Fiero), i Turchi Aéri Daéi (monte Penoso), gli Arabi Jabal al-Haret (monte dell’Aratore). Il nome persiano, invece, ricollega esplicitamente questo monte alla narrazione biblica: Kuh-i-Nuh,
vale a dire monte di Noé.


domenica 26 settembre 2010

Ogni cristiano è chiamato a cambiare il mondo

Da l'Osservatore Romano 20-21 settembre 2010


"La fede e la vita inevitabilmente si incrociano":  nel "realismo cristiano" di John Henry Newman c'è il senso della missione di ogni credente. Che "è chiamato a cambiare il mondo" e "a operare per una cultura della vita, una cultura forgiata dall'amore e dal rispetto per la dignità di ogni uomo".
Il Papa conclude la visita nel Regno Unito beatificando a Birmingham il grande pensatore e teologo inglese. Del quale rilancia soprattutto la consapevolezza che la verità per rendere liberi ha bisogno appunto della testimonianza. "Non vi può essere separazione - ammonisce durante la veglia di preghiera presieduta sabato sera, 18 settembre, ad Hyde Park - tra ciò che crediamo e il modo con cui viviamo la nostra esistenza". Solo quando la verità viene accolta non come mero "atto intellettuale" ma come "dinamica spirituale che penetra sino alle più intime fibre del nostro essere", la fede cristiana può realmente "portare frutto nella trasformazione del nostro mondo".
Compito, questo, affidato soprattutto ai laici che hanno un ruolo nell'educazione, nell'insegnamento, nella catechesi. Un laicato che Benedetto XVI - citando Newman all'omelia della messa di beatificazione celebrata domenica 19 - auspica "non arrogante, non precipitoso, non polemico", ma "intelligente e ben istruito". Per i cristiani, insomma, non è più tempo di "continuare a fare le cose di ogni giorno, ignorando la profonda crisi di fede che è sopraggiunta nella società", ma di rimboccarsi le maniche per innestare i valori del Vangelo nella vita quotidiana.

sabato 25 settembre 2010

Papa Benedetto e il Cardinale Newman

A Birmigan, domenica 19 settembre, a conclusione del suo viaggio nel Regno Unito, il Papa ha presieduto la messa per la beatificazione del cardinale britannico John Henry Newman.
Ho letto da più parti che ci sono forti affinità tra Papa Ratzinger e il Cardinale Newman.
Roderick Strange, rettore del Pontificio collegio Beda di Roma, istituto per la formazione delle vocazioni adulte di area inglese, da anni studioso di Newman, nel suo ultimo lavoro uscito da poco in Italia, “John Henry Newman. Una biografia spirituale” (Lindau), parla di un momento preciso nel quale si è reso evidente il debito di Ratzinger verso Newman.
E’ il 18 aprile del 2005. Ratzinger, il giorno prima del conclave che poi l’avrebbe eletto, predica davanti al collegio dei cardinali. Qui cattura l’attenzione di tutti utilizzando l’immagine della chiesa come una barca scossa dalle onde create da correnti ideologiche, “dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo a un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via”. Dice Strange: “All’epoca fu considerato estremamente pessimista, in particolare nella conclusione: ‘Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie’. L’espressione ‘dittatura del relativismo’ può sembrare severa, eppure si collega al ‘mondo semplicemente non religioso’ di Newman. E non necessariamente il legame è una coincidenza”.
Il relativismo è per Benedetto XVI una minaccia. Perché quando la verità viene abbandonata si abbandona anche la libertà. E si scivola verso il totalitarismo. Ratzinger ne parla il 18 aprile del 2005. Ma già anni prima aveva esposto il tema. Quando? Ancora nel 1990, durante la conferenza per il centenario della morte di Newman.

venerdì 24 settembre 2010

L'esclusione di Dio

"Mentre riflettiamo sui moniti dell'estremismo ateo del ventesimo secolo, non possiamo mai dimenticare come l'esclusione di Dio, della religione e della virtù dalla vita pubblica conduce ad una visione monca dell'uomo e della società, e pertanto a una visione riduttiva della persona e del suo destino".
Benedetto XVI durante il suo viaggio in Scozia (16-19 settembre 2010)

giovedì 23 settembre 2010

L'augurio dell'Arcivescovo per il nuovo anno scolastico

Ormai sono stata in tutte le classi e ho conosciuto tutti i miei nuovi alunni.
A questo punto mi fa molto piacere condividere con tutti voi, sia nuovi che "vecchi", le parole dell'Arcivescovo della nostra Diocesi, Mons. Francesco Giovanni Brugnaro.
C'è un pensiero per tutti. In primo luogo per voi ragazzi, perchè i protagonisti siete soprattutto voi, ma anche per gli insegnanti, i genitori, e tutti gli adulti, perchè l'educazione è una cosa seria.

Inizia la scuola. Carissimi scolari, studenti, maestri e professori, genitori, dirigenti e personale della scuola tutta, mi fa piacere mandare a tutti l’augurio di un buon inizio d’anno 2010/2011.Comprendo i ragazzi che magari sono anche contenti di riprendere con i compagni la vita della scuola, ma so di tanti che vorrebbero che le vacanze non finiscano mai! Questo succede perché l’impegno di andare a scuola non è sempre facile, ed è successo a molti.
Invito, però, gli uni e gli altri, tutti a stimare gli studi e quanto si vive durante l’anno scolastico e nell’ambiente così importante per l’istruzione, la formazione e l’educazione dei nostri giovani.Stiamo accanto ai piccoli che per la prima volta entrano nelle aule delle nostre scuole, aiutiamoli a mantenere lo stupore del conoscere cose nuove. Alimentiamo nei più grandicelli il bisogno di porre domande e di elaborare risposte di verità e di senso, imparando a stare insieme in amicizia e con rispetto per tutti. Impegniamo gli studenti delle scuole superiori non solo nel conoscere e studiare le discipline proprie di ogni curricolo, ma coinvolgiamoli nella maturazione e formazione della loro persona.
Raccomando di non far mancare a nessuno l’educazione a una sensibilità genuinamente religiosa che, rispettosa delle nostre tradizioni culturali, fatte di segni e di festività, è capace di aprirsi e di comprendere fedi di etnie e spiritualità diverse. Secondo le opzioni dei genitori e la cultura del nostro Paese è doveroso che i nostri ragazzi non vengano esclusi dalla ricerca del grande senso della vita. Essa trova in Dio il fondamento ultimo della verità e del bene, che fa della persona il valore più importante della storia umana e del suo progresso, che vede nella scienza e nella tecnologia strumenti utilissimi dell’intelligenza che debbono giovare alla crescita etica e spirituale dell’umanità intera.
Genitori, insegnanti – segnatamente anche quelli di religione cattolica -, agenzie sportive, oratori, comunità parrocchiali, attività del tempo libero, tutto e tutti debbono collaborare insieme per rispondere alla sfida ed urgenza educativa che anche il nostro territorio sta vivendo. Occupiamoci tutti e costantemente della buona educazione dei nostri giovani. Guai a trascurare i nostri doveri verso di loro! Dovremo rendere conto a Dio e potremo vedere tristemente vite sprecate e una società non degna della vita che speriamo. Per questo, accanto alla dimensione culturale, sociale, ricreativa specifica della scuola preoccupiamoci della formazione morale della coscienza dei ragazzi e abbiamo il coraggio di presentare la fede cristiana della tradizione cattolica come beni essenziali per il presente e il futuro del nostro Paese.
Questa grande solidarietà educativa attorno ai nostri scolari e ai nostri studenti ci aiuterà anche a far superare le difficoltà che la scuola sta vivendo. Il Signore Risorto e l’intercessione della Vergine Santissima che sta peregrinando per le nostre contrade delle Marche ci diano forza, coraggio, fedeltà e pace per non venir meno nel servire la vita nei nostri figli.
Con affetto,+Francesco Giovanni,arcivescovo
(Dal Sito: http://www.arcidiocesicamerino.it/)

mercoledì 22 settembre 2010

La droga è la calamità più grossa

"La droga è la calamità più grossa".

Queste sono le parole di Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo Muccioli, il fondatore della comunità di San Patrignano, di cui in questi giorni sono stati ricordati i 15 anni dalla morte.
Vi riporto alcuni passi dell'intervista di Massimo Pandolfi che ho letto su "Il Resto del Carlino" di lunedì 20 settembre.

(...)
"La droga è la calamità più grossa di tutte le nostre calamità. Ma intendiamoci bene sul significato della parola droga: anche il balconing, la moda di quest’estate per cui i ragazzi si gettano dalla finestra e magari ci lasciano le penne, è una droga. Non siamo più capaci di avere e gustarci relazioni e sentimenti veri e allora ci droghiamo. L’uomo muore dentro di noi e viviamo emozioni in maniera sempre più frenetica e adrenalinica'. (...)


Qual è la droga più pericolosa di oggi?

'Cannabis e marijuana, perché sono ritenute innocue e tollerabili anche da troppi insegnanti ed educatori. Poi la cocaina, che va tanto di moda. Non dimentichiamoci l’alcol. E sta ritornando in grande stile l’eroina. Ma il vero problema non è la sostanza'.

E cos’è allora?

'E’ il vuoto che c’è dentro le persone che fanno uso di questa sostanza'.
(...)
'Il tossicodipendente non è un malato. Noi dobbiamo aiutare queste persone a cambiare. Crescere vuol dire cambiare. Cambiare vuol dire anche soffrire. I giovani vanno educati al cambiamento'.

Ci mette sempre in mezzo la parola educazione….

'Sì, perché è questa la vera emergenza. Le famiglie sono sempre più spesso luoghi vuoti, dove non c’è rapporto, non c’è comunicazione, non c’è nulla. (...)

Il quadro che ci presenta è drammatico: cosa si può fare per uscire dal tunnel? .

'Il mondo dell’educazione va completamente ripensato e costruito. Va rifondata un’alleanza educativa tra istituzioni, scuola e famiglia. Altre scorciatoie sono inutili'.

E allora, ragazzi, facciamo nostro questo slogan:

martedì 21 settembre 2010

Diamo senso alla vita!

Spesso mi capita di sentire una sorta di disagio di fronte alla vita cosiddetta moderna, tanto da desiderare di vivere al rallentatore, per poter assaporare meglio il giorno che sto vivendo. Vi siete mai persi nel contemplare il verde delle foglie di un albero? oppure quello spicchio di cielo che si insinua tra i tetti delle case? Il più delle volte si corre, senza incrociare mai lo sguardo dell'altro. Stiamo perdendo la nostra umanità e stiamo assomigliando sempre più a macchine, senza emozioni, sentimenti, passione per la vita vera. Eppure siamo portatori di una nostalgia di senso.
Tanto per ragionarci un po' su, leggete cosa dice il Dalai Lama su di noi, uomini e donne della società occidentale che sembra promettere libertà, felicità e successo per tutti.


Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’occidente è che:
perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per tentare di recuperare la salute.
Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente
in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro.
Vivono come se non dovessero morire mai
e muoiono come se non avessero mai vissuto
”.

lunedì 20 settembre 2010

Creare materiale didattico

Parlerò di LIM, ma non mi riferisco alla lavagna interattiva, bensì ad un sistema che permette di creare materiale educativo. Una volta che avete scaricato il programma (che non ha bisogno di installazione) cliccando qui, andate a dare un'occhiata a questo minitutorial (cliccate qui).E' in spagnolo, ma è facile da comprendere.
Non mi resta che augurarvi buon lavoro!

domenica 19 settembre 2010

Educazione e Parola di Dio

E' un po' di tempo che la collettività di una delle cittadine in cui insegno è addolorata e sgomenta per la perdita di tanti giovani sulle strade. Più che un problema di educazione stradale, sono sempre più convinta che si tratti di un problema di educazione. Educazione al senso civico, al rispetto dell'altro, alla vita. Forse i nostri ragazzi non sono stati educati abbastanza a riconoscere la loro vita come dono, probabilmente perchè sembra che tutto sia loro dovuto, per cui non c'è nulla di cui ringraziare.
Si muore nelle strade per fatalità, ma molte altre volte perchè si corre come dei forsennati, non si rispettano nè i limiti nè le più elementari regole di sicurezza. E qualcuno muore. Troppi muoiono. Molte volte per colpa di altri.
Proprio di fronte a quei comportamenti così superficiali nei confronti della vita propria e altrui, sia che li poniamo in atto guidando, o in tante altre situazioni della nostra vita, in particolar modo quando ci facciamo "carnefici" più o meno consapevoli del debole di turno, mi viene da pensare che fine abbia fatto la nostra coscienza.
Mi affido alle pagine di un editoriale di Carlo Cardia, pubblicato da Avvenire il 13 agosto, per proseguire in questa "provocazione":

venerdì 17 settembre 2010

Lettera ad un figlio

Ecco cosa ho ricevuto nella posta elettronica di alcuni giorni fa.

Lettera ad un figlio :::
Figlio mio,
quando ti sei svegliato questa mattina ti ho osservato ed ho sperato che tu mi rivolgessi la parola, anche solo poche parole, chiedendo la mia opinione, ringraziandomi per qualcosa di buono che era accaduto ieri...
Però ho notato che eri molto occupato a cercare il vestito giusto da metterti per andare a lavorare. Ho continuato ad aspettare ancora mentre correvi per la casa per vestirti e sistemarti e io sapevo che avresti avuto del tempo, anche solo qualche minuto e dirmi "ciao"...
...Però eri troppo occupato...
Per questo ho acceso per te il cielo, l'ho riempito di colori e di dolci canti di uccelli per vedere se così mi ascoltavi, però nemmeno di questo ti sei reso conto. Ti ho osservato mentre ti dirigevi al lavoro e ti ho aspettato pazientemente tutto il giorno. Con tutte le cose che avevi da fare, suppongo che tu sia stato troppo occupato per dirmi qualcosa.
Al tuo rientro ho visto la tua stanchezza e ho pensato di farti bagnare un pò perché l'acqua si portasse via il tuo stress. Pensavo di farti un piacere perché così tu avresti pensato un pò a me, ma ti sei infuriato ed hai offeso il mio nome; io desideravo tanto che tu mi parlassi, c'era ancora tanto tempo...

giovedì 16 settembre 2010

La radice dei diritti umani

È nella «dignità naturale di ogni per­sona» la radice dei diritti umani. L’ha ribadito Benedetto XVI ricevendo il bureau dell’Assemblea parlamen­tare del Consiglio d’Europa.
Provo a riassumervi i punti fondamentali del suo discorso.

Tenendo presente il contesto della società attuale, nella quale si incontrano popoli e culture differenti, è imperati­vo sviluppare sia la validità u­niversale dei diritti che riguardano la persona umana, sia la loro inviolabilità, inaliena­bilità e indivisibilità.
Il relativismo nel campo dei valori, dei diritti e dei doveri è pericoloso. Se i valori, infatti, fossero privi di un fondamento razionale oggettivo, comune a tutti i popoli, e si basasse­ro esclusivamente su culture, deci­sioni legislative o sentenze di tribu­nali particolari, come potrebbero of­frire un terreno solido e duraturo per le istituzioni sovranazionali? Come potrebbe es­serci un dialogo fecondo tra le culture senza valori comuni, diritti e princì­pi stabili, universali, intesi allo stes­so modo da tutti? Questi valori, di­ritti e doveri sono radicati nella di­gnità naturale di ogni persona, qual­cosa che è accessibile alla ragione u­mana. La fede cristiana non ostaco­la, bensì favorisce questa ricerca, ed è un invito a cercare una base so­prannaturale per questa dignità.
Sui diritti umani, insomma, non si può giocare. Non si possono infatti giustificare violazioni sulla base di una presunta diversità di cultura o di tradizioni. La dignità della persona umana ne è la radice, e non si tratta da rendere omaggio a quella o quell'altra cultura, perchè è la ragione stessa, che appartiene a tutti, che ce li fa riconoscere.

mercoledì 15 settembre 2010

Si comincia!

Penso che questa vignetta dell'umorista Dave Granlud (vista su Avvenire di mercoledì 8 settembre) esprima bene il vostro stato d'animo.


Coraggio, domani ci si vede.
PS: in fondo la scuola non è poi così brutta come la si dipinge! Vero, ragazzi?

lunedì 13 settembre 2010

Lasciati conquistare da un magico dispositivo!

Pensa ad una comoda lettura di testi senza dover trafficare con cavi elettrici, diteggiare sullo schermo o impazzire con batterie che se ne vanno sul più bello. Costi di gestione pari a zero. Non è fantastico?!! altro che iPad!

domenica 12 settembre 2010

A proposito di valutazione

Primi collegi docenti, prime riflessioni su griglie di valutazione, criteri, percentuali, ecc.
Un pensiero mi è venuto in mente in questi giorni, anticipato in parte dall'Elogio della lentezza (su cui ho già scritto), che  l'ansia della misurazione mal si concilia con il rispetto del tempo di crescita di ciascuno.
Mi è capitato di ritrovare un pensiero di Martin Buber:
"L'uomo è come un albero. Se ti metti di fronte a un albero e lo guardi incessantemente per vedere se cresce e di quanto sia cresciuto, non vedrai nulla. Ma curalo in ogni momento, liberalo dal superfluo e tienilo pulito (...) ed esso, a tempo debito, comincerà a crescere. Lo stesso vale anche per l'uomo: l'unica cosa che gli serve è superare lacci e impedimenti, e non mancherà di svilupparsi e crescere. Ma è sbagliato esaminarlo in continuazione per scoprire quanto sia cresciuto".
Credo che il rispetto che dobbiamo ai nostri alunni e al nostro "mestiere" richieda di non lasciarsi prendere acriticamente da certi meccanismi. Valutare sì, stressare no!

sabato 11 settembre 2010

Medjugorje, il mistero

Questa estate ero tra i tanti pellegrini che si recano a Medjugorje, questa piccola località della Bosnia Erzegovina dove da quasi trent'anni apparirebbe la Madonna a sei veggenti. Ho usato il condizionale perchè la Chiesa non si è ancora pronunciata ufficialmente su quegli eventi. Vi confesso che questa esperienza mi ha molto colpito e lasciato qualcosa nel profondo del mio animo. Chi mi conosce sa che non sono facile agli entusiasmi e che sono piuttosto razionale, però sento che qualcosa in me è accaduto.
Vi lascio questo filmato che parla delle apparizioni di Medjugorje.

giovedì 9 settembre 2010

Cercare le proprie radici


Per Benedetto XVI è “vitale” per la persona avere “delle radici, delle basi solide”, al contrario di ciò che afferma il pensiero attuale. Per questo, invita i giovani a tener conto delle radici e a cercare “punti fermi” che sostengano la loro vita.
E' il contenuto del Messaggio che ha consegnato ai giovani che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid (Spagna) nell'agosto 2011, un testo in cui il Papa parla dei suoi anni giovanili, con le loro aspirazioni e i loro dubbi.
Nel Messaggio, il Pontefice invita i giovani a resistere al pensiero attuale relativista, a non smettere di aspirare a una “vita più grande”, a cercare in definitiva Dio stesso.
“La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale”, anche se “l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo”.
Il Papa constata l'esistenza di “una sorta di 'eclissi di Dio', una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda”.
Per questo, invita i giovani a tornare alle radici: “Voi siete il futuro della società e della Chiesa! Come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani della città di Colossi, è vitale avere delle radici, della basi solide! E questo è particolarmente vero oggi, quando molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri”.
“Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento”, avverte.
In quest'ottica, incoraggia i giovani a reclamare “il diritto di ricevere dalle generazioni che vi precedono punti fermi per fare le vostre scelte e costruire la vostra vita, come una giovane pianta ha bisogno di un solido sostegno finché crescono le radici, per diventare, poi, un albero robusto, capace di portare frutto”.
“Quali sono le nostre radici? - si chiede -. Naturalmente i genitori, la famiglia e la cultura del nostro Paese, che sono una componente molto importante della nostra identità”.
Ad ogni modo, invita i giovani ad andare oltre: “Stendere le radici, per il profeta, significa riporre la propria fiducia in Dio. Da Lui attingiamo la nostra vita; senza di Lui non potremmo vivere veramente”.
Nel contesto attuale, afferma il Papa, “c’è una forte corrente di pensiero laicista che vuole emarginare Dio dalla vita delle persone e della società, prospettando e tentando di creare un 'paradiso' senza di Lui”.
“Ma l’esperienza insegna che il mondo senza Dio diventa un 'inferno': prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia e di speranza”.
“Al contrario, là dove le persone e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità, cresce la comunione, con i frutti che essa porta”.
Mette dunque in guardia i giovani: “Vi sono dei cristiani che si lasciano sedurre dal modo di pensare laicista, oppure sono attratti da correnti religiose che allontanano dalla fede in Gesù Cristo. Altri, senza aderire a questi richiami, hanno semplicemente lasciato raffreddare la loro fede, con inevitabili conseguenze negative sul piano morale”.
“Per questo anch’io, come Successore dell’apostolo Pietro, desidero confermarvi nella fede. Noi crediamo fermamente che Gesù Cristo si è offerto sulla Croce per donarci il suo amore; nella sua passione, ha portato le nostre sofferenze, ha preso su di sé i nostri peccati, ci ha ottenuto il perdono e ci ha riconciliati con Dio Padre, aprendoci la via della vita eterna”.
Il Papa conclude quindi il suo Messaggio invitando i ragazzi a testimoniare la fede nell'era della globalizzazione.
“Cristo non è un bene solo per noi stessi, è il bene più prezioso che abbiamo da condividere con gli altri. Nell’era della globalizzazione, siate testimoni della speranza cristiana nel mondo intero: sono molti coloro che desiderano ricevere questa speranza”.
FONTE: ZENIT.org

martedì 7 settembre 2010

E prima del Big Bang?

Stephen Hawking ha recentemente affermato, in un libro uscito in questi giorni in Inghilterra («The Grand Design»), che la creazione dell’universo si può spiegare anche senza scomodare la presenza di Dio.
Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma il problema resta, perchè se la moderna cosmologia è in grado di raccontare minuto per minuto quello che è accaduto circa 13.7 miliardi di anni fa con il Big Bang, c'è un intervallo di tempo che va dall’istante zero a un tempo valutato in «10 alla meno 43»(che significa un decimale con 43 zeri dopo la virgola) su cui la scienza non può dire nulla. C'è quindi un buco nella ricostruzione dell'origine dell'Universo (chiamato tempo di Plank) che, per quanto piccolo, porta con sè tante domande, perchè ci porta a pensare ad un prima dell'ora X (cioè il Big Bang). Cosa è accaduto allora prima del Big Bang? Cosa c'era prima? E' simpatica la risposta che a queste domande dette un astronomo: «Cosa stava facendo Dio prima del Big Bang? È molto semplice: stava creando l’inferno per metterci dentro chi avrebbe formulato domande di questo genere!».
A parte le batture, pur considerando che gli obiettivi e i metodi che la scienza si pone vanno tenuti ben distinti da quelli della religione, penso che avesse ragione Fred Hoyle quando diceva: «Ho sempre trovato strano che, benché la maggior parte degli scienziati dica di volerla evitare, in realtà la religione domini i loro pensieri ancora più di quelli dei preti».

mercoledì 1 settembre 2010

Elogio della lentezza

Non penso di essere pigra, ma so con certezza di non amare la fretta. Mi mettono l'ansia le persone sempre in movimento, quelle che ti trovano sempre qualcosa da fare, perchè non essendo capaci di trovare pace in se stesse, devono per forza angustiare qualcun altro. Ho bisogno che vengano rispettati i miei tempi. Posso riuscire in quello che mi si chiede, ma che non mi si metta fretta!
Studi scientifici confermano che la fretta fa male alla salute mentale. Porterebbe a disordini nell'attenzione e nel sonno, a forme di autismo, ma anche a rabbia e aggressività. I ritmi della nostra vita si stanno facendo sempre più frenetici, anche a scuola. Eccoci, tra non molto si comincia, e già mi vedo il susseguirsi degli impegni, le scadenze burocratiche, le prove di ingresso da terminare entro un certo tempo, la prima pagellina. E i ragazzi sempre più frastornati. Non vorrei ripetermi, non sono contro gli impegni, ma contro la velocità sostenuta.
E' necessario recuperare l'equilibrio tra ideazione ed esecuzione, perchè la nostra mente gira ad una velocità che va rispettata. Chiederle di andare oltre i "giri" fisiologici, significa andare incontro ad un corto circuito.
Vi riporto il pensiero del giornalista Marco Niada, letto su Avvenire del 17 agosto (a cui questo post si ispira):
"La catena infernale di impegni e scadenze inizia a farci perdere il controllo di noi stessi, la nostra capacità di osservare e di creare, confondendo continuamente ciò che è urgente con ciò che è importante".
Cerchiamo allora di riscoprire la lentezza, ma non quella legata all'ozio, padre di tanti vizi. Rallentiamo i ritmi per assaporare la bellezza della natura, la gioia di un incontro, per riscoprire anche il dialogo con Dio, se ci crediamo, o con l'Universo di cui facciamo parte.
Non facciamoci prendere dalla fretta, ma .....non rimandiamo a domani il bene che può essere fatto oggi!
Intesi, ragazzi?